Razzismo, quando diventa di stato. Le storie di chi è discriminato

“Se è capitato a mio figlio che una persona si alzasse o non volesse sedersi accanto a lui sul treno o sull’autobus? Ma certo, guardi che questa cosa gli succede spessissimo: le persone si spostano, oppure stringono la borsa più forte. Pensi che una volta gli hanno rifiutato un posto come commis di sala in un albergo, nonostante avesse studiato tre anni per farlo, perché non volevano persone di colore. Eppure siamo brasiliani”. Ester vive in Italia da sempre, a Prato, è sposata, lavora e parla un italiano fluente, con un leggero accento. Spiega che gli episodi di razzismo non hanno smesso di accadere neanche a lei. In particolare, racconta, il fatto “di non essere servita nei negozi”. “Puoi aspettare anche tantissimo, fanno finta di non vederti. L’ultima volta mi è successo in un bar, ho protestato come sempre, ma la signora alla cassa mi ha ignorato. Una volta non mi hanno fatto entrare in una gioielleria, nonostante io suonassi il campanello. Ma la cosa più grottesca mi è capitata quando la badante moldava di mio suocero è stata aggredita: il poliziotto a cui cercavo di spiegare l’accaduto a un certo punto si è voltato e ha detto a un’altra persona: ‘Mi spieghi lei che è italiano che con questa non capisco nulla’”.

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Madri a sessant’anni, un bene per le donne un male per i bambini

Ha partorito a Roma, senza problemi, nonostante i suoi 62 anni. Non solo anziana, anche single. Ai giornalisti che l’hanno intervistata, ha detto che prima non era mai riuscita, troppo lavoro, troppe notti. E che il suo obiettivo è quello di accompagnare sua figlia fino ai 18 anni, cosa possibile visto che “una donna non è mai vecchia”. Le critiche a questa madre che definire coraggiosa non è sbagliato sono state tantissime. Ma quello su cui in pochi hanno riflettuto è il fatto che questo parto non resterà isolato, anzi saranno sempre di più in futuro le madri anziane, persino single. Per un motivo molto semplice: grazie alla doppia fecondazione eterologa, oggi possibile persino in Italia dopo le sentenze della Corte costituzionale che hanno abolito la legge 40. Quando si parla di eterologa si pensa soprattutto alla donazione di seme, ma non è così. La donazione può essere anche da parte femminile – anche se in Italia le donatrici sono poche, e ti credo, non vengono pagate e perché mai dovrebbero sottoporsi alla stimolazione ovarica per donare, così che finiamo per comprare dall’estero – il che significa che le donne possono ricevere un ovocita di un’altra donna e fecondarlo con lo sperma, creando un embrione che viene poi impiantato nell’utero di una donna. Per la legge italiana, è madre chi partorisce, non importa “cosa”. Fosse pure un gatto, perdonatemi la battuta, va bene, in altri termini allo Stato italiano non interessa il patrimonio genetico.

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Psicofarmaci, ecco quando danneggiano il cervello e come sospenderli

Depressione grave, mania, psicosi, violenza, idee di suicidio. Sono alcune delle conseguenze che possono scaturire dalla sospensione di un trattamento con psicofarmaci. A sostenere queste tesi è lo psichiatra statunitense Peter R. Breggin nel libro La sospensione degli psicofarmaci. Un manuale per i medici prescrittori, i terapeuti, i pazienti e le loro famiglie (tradotto dalla farmacologa Laura Guerra per la casa editrice Giovanni Fioriti). Breggin, medico e ricercatore, da molti anni sulla scena della psichiatria americana, ha fondato nel 1972 l’International Center for the Study of Psychiatry and Psychology. Perito medico in moltissimi processi contro le cause farmaceutiche, ha scritto libri celebri, come Medication Madness (sul legame tra psicofarmaci e crolli emotivi, suicidi e atti violenti), The Ritalin Fact book (sul controverso farmaco somministrato ai minori), Reclaiming our children (sull’iperdiagnosi dell’Adhd sui bambini e l’uso di farmaci), Toxing Psychiatry (sul valore terapeutico della psicoterapia rispetto a psicofarmaci ed elettrochoc).

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La caccia è feroce, insensata e omicida. L’unica soluzione è abolirla

Sua madre lo ha partorito, allattato, svezzato, vaccinato, educato, cresciuto, accompagnato, protetto, immensamente amato. E poi M.T. è morto l’altro ieri, a vent’anni, ucciso dalla pallottola di un pensionato che, durante una battuta di caccia, lo ha scambiato come un cinghiale. La stessa fine è toccata ad un altro ragazzo ligure, morto in provincia di Imperia lo scorso 20 settembre. Di morti insensate è pieno il mondo, certo, ma questi sono decessi – ventidue nell’ultima stagione venatoria più quasi settanta feriti, come segnala l’Associazione Vittime della Caccia – che potrebbero essere evitate. Impedendo la caccia di domenica, perché i boschi sono pieni di gente che raccoglie funghi o semplicemente si rilassa, costringendo i cacciatori a seguire le regole – uccidere con licenza regolare e nei giorni consentiti e nelle specie consentite – ma soprattutto, unica vera soluzione, abolendo una pratica veramenteferoce e insensata.

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Non dire cazzo!, insegno a mio figlio. Ma a me dire le parolacce piace tantissimo

 

Mi trovo in quella fase ambigua e scivolosa in cui mio figlio grande, che ha 8 anni, conosce tutte le parolacce, sa che non può dirle, ma guarda a me per sapere se può avere il via libera a dirne una ogni tanto oppure no. È tutto molto semplice: se io dico parolacce, lui si sente autorizzato a dirle e di conseguenza comincia a farlo. Se io lo sgrido ma le dico, ovviamente lui mi chiede “perché le dici?” e io faccio un macroscopico errore, perché com’è noto l’esempio è la strada maestra dell’educazione. La tragica verità, però, è che a me dire parolacce piace tantissimo. Mi piace dirle in macchina, inveendo contro automobilisti scorretti i quali a loro volta mi insultano ritenendo me scorretta. Mi piace dirle pure a casa, quando capita, perché una bella parolaccia rende a volte rende meglio l’idea che un linguaggio politicamente corretto. Ma in realtà so che le parolacce sono brutte, volgari e che se un bambino cresce imparando a non dirle acquisirà uno stile e una grazie notevoli rispetto a uno abituato a farlo.

Mi ha confortato però tantissimo leggere di recente un libro meraviglioso, Non dire cazzo, Frassinelli editore, della scrittriceFrancesca Rimondi. Nato dalla sua popolata pagina Facebook, il libro – che non è un saggio sulle parolacce, no, niente di tutto ciò – racconta la storia del suo microcosmo familiare, composto da un fidanzato, un figlio Numero Uno adolescente e un figlio numero Due di pochi anni. Sembrerebbe l’ennesimo libro sull’essere mamma, in realtà, invece, è un romanzo non solo  esilarante ma che racconta un modo di essere madre diverso e originale. La protagonista dice parolacce in continuazione – cazzo, soprattutto – e anche le dicono i suoi figli, nonostante lei ricordi a loro di non dire parolacce e loro pure riprendano la madre perché lo fa.

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Aborto, un conto è il papa un conto una consigliera del Pd

L’aborto è tornato con forza sulla scena pubblica in questi giorni. Prima, con la decisione del capogruppo Pd a Verona Carla Padovanidi votare la mozione per dichiarare Verona “città a favore della vita” e dare fondi ad associazione antiabortiste. Poi, con la dichiarazione quasi scioccante di Papa Francesco, secondo cui l’aborto è letteralmente fare fuori qualcuno, attraverso l’uso di sicari, con probabile riferimento ai medici abortisti.

Ora, in un Paese come il nostro, caratterizzato da un deficit cronico di laicità – che, tocca purtroppo ribadirlo, non significa ateismo, ma un atteggiamento che ammette un pluralismo di valori e difende la libertà di scelta dei soggetti – le due notizie si sono sovrapposte in maniera malsana. Generando nei leghisti pro life la convinzione che il papa fosse dalla loro parte e creando nei laici una reazione fortemente negativa sia verso la scelta di Verona che quella del papa.

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Pesavo 165 chili: ma non è una colpa, l’obesità è una malattia

Era un’ex bambina normopeso, una nuotatrice professionista che amava gareggiare, tanto da arrivare a fare lo stretto di Messinaa nuoto con la squadra civile delle Fiamme oro. Allenarsi però non era facile, anche perché l’allenatore aveva la brutta abitudine di pesarla, come tutti gli altri, una volta a settimana, una pratica che “secondo me ha dato il via ai disturbi alimentari di cui avrei presto sofferto”. “Ci inventavamo qualsiasi cosa prima di salire su quella bilancia, ad esempio avevamo scoperto che con in capelli asciutti si perdeva qualche grammo”, racconta Angela Ferracci, 49 anni, presidente del Comitato italiano per i diritti delle persone affette da obesità e disturbi alimentari, 10 ottobre, giornata della sensibilizzazione per prevenzione dell’obesità – “Obesity Day – Angela offre ai lettori la sua storia. Che più di mille ricerche o pareri di esperti aiuta a capire cosa sia davvero l’obesità e cosa può realmente contrastarla.

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La tecnologia ci rende invidiosi e uccide le nostre abilità e quelle dei nostri figli

“Aziende multinazionali come Amazon, Google, Facebook e molte altre, che operano fuori da ogni controllo nazionale, stanno esercitando un potere troppo forte sui nostri governi e sulle nostre società, che tragicamente hanno scelto di sottomettersi alla loro influenza. Queste aziende hanno la libertà di muoversi come vogliono dentro le nostre economie locali, non rendono conto a nessuno e il loro impatto sulla democrazia e l’ambiente è largamente ignorato. Infine, non pagano le tasse, mentre il commercio nazionale e locale è oppresso dalle imposte. Ecco perché sono più ricche e potenti degli stati nazione. Ed è un problema democratico enorme”. Linguista, scrittrice e attivista svedese, Helena Norberg-Hodge è pioniera del movimento a favore dell’economia locale. Fondatrice di Local Futures e autrice del best seller Ancient Futures – incentrato sulla vita della popolazione della regione himalayana di Ladakh -, è produttrice del pluripremiato film L’economia della felicità, in cui spiega le sue tesi contro la globalizzazione e a favore della localizzazione, vista come antidoto a ingiustizia e infelicità. Nei giorni scorsi ha partecipato a Prato alla 18esima conferenza Internazionale sull’Economia della Felicità e a ilfattoquotidiano.it parla delle conseguenze della tecnologia sulla nostra vita e dello stravolgimento sociale causato dalle multinazionali, in particolare quelle della digital economy.

 

 

Un anno di #metoo: “Meglio le denunce che il silenzio”.

“Un cambiamento epocale e una rottura straordinaria”. Chi non ha dubbi sul successo del MeToo un anno dopo dal lancio dell’hashtag da parte di Alyssa Milano è la presidente della Casa delle donne di BolognaMaria Chiara Risoldi. Perché, se le opinioni sulla riuscita o meno di una campagna che ha voluto rimettere al centro la donna e i suoi diritti sono diverse e contrastanti, lei parte da alcuni dati concreti: “Nel 2018 le donazioni alla Casa delle Donne sono letteralmente raddoppiate”, ad esempio. E mentre “quando abbiamo aperto venivano donne maltrattate da vent’anni, oggi chi arriva ha al massimo due anni di violenza alle spalle”. Risoldi, che è anche autrice del libro #Metoo Il patriarcato dalle mimose all’hashtag” (Antonio Tombolini editore), rivendica “il lavoro capillare fatto dai centri antiviolenza”. “Ovviamente non sono mancate critiche”, continua Risoldi, “tra cui quelle di tante femministe della mia generazione. Ma da persona che si occupa di violenza sulle donne e come psicoterapeuta dico che il problema enorme, rispetto al tema delle molestie sessuali, è proprio quello del silenzio, non quello della denuncia”.

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Allattamento al seno, naturale non vuol dire che sia facile

Colgo l’occasione della Settimana mondiale per l’allattamento materno (1-7 ottobre) per parlare di un argomento “privato” (anche se in realtà non è solo tale, perché ha a che fare anche con la libertà delle madri, la conciliazione vita-lavoro, la salute presente e futura dei bambini e molto altro). Perché mentre si discute di manovra, reddito di cittadinanza e spread ci sono centinaia di migliaia di mamme solo in Italia – considerando che nascono circa mezzo milione di bambini all’anno – che si stanno confrontando con una pratica certamente naturale ma non per questo semplice.

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