Più tempo libero o soldi in busta paga, voi cosa scegliereste?

Un stipendio un po’ più alto o un po’ più di tempo libero? Da qualche tempo a questa parte, le aziende cominciano a porre ai propri dipendenti la possibilità di scegliere. Lo hanno fatto ad esempio le industrie Ducati, Marposs, Samp, Bonfiglioli, Lamborghini, ricevendo, per la verità, una risposta quasi unanime: i lavoratori (dipendenti) preferiscono in prevalenza avere un’ora in più di tempo libero che dei soldi, magari di straordinario, in più. La risorsa più preziosa, nel Paese in cui la conciliazione tra lavoro e famiglia è ancora un’utopia, è dunque quella del tempo, specie per chi ha figli e molta voglia di passare più ore con loro, con risultato – anche – di risparmiare su baby sitter e altre figure di cura, oppure passando una preziosa settimana di vacanze di più insieme, invece che pagare l’ennesimo corso estivo.

C’è poi un altro aspetto al quale i lavoratori tengono sempre di più e che in molti vorrebbero poter fare durante l’orario di lavoro: lo sport, strumento utile non solo per la prevenzione e per il benessere psicologico, ma anche per lavorare meglio (e far scendere le assenze per malattia). Lo hanno capito infatti in Svezia,dove ormai le aziende lasciano liberi i lavoratori di allenarsi o forniscono palestre e corsi perché i dipendenti possano fare sport durante l’orario di lavoro. Si tratta di scelte lungimiranti, perché un lavoratore più contento e più sano è una cosa buona per tutti. Più in generale, il tema non è solo quello dello sport in azienda, ma del welfare aziendale, che oggi – specie in tempi di crisi del welfare pubblico, a partire da quello sanitario ma anche dei servizi di cura – rappresenta  per chi lavora una sfera molto più appetibile dei soldi.

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Assegno divorzile, finalmente una sentenza che protegge le donne

Era poco più di un anno fa quando la Cassazione, pronunciandosi sul caso del divorzio tra un ex ministro e sua moglie, aveva completamente rivoluzionato il diritto di famiglia a sfavore delle donne, stabilendo non solo che il criterio del tenore di vita non avesse più ragion d’essere, ma che d’ora in poi sarebbe bastata alla parte più debole anche una minima autosufficienzaeconomica per non avere diritto a nulla. Neanche nel caso l’altra parte, quasi sempre lui, guadagnasse 10 volte tanto. Dopo quella sentenza erano arrivate sulla mia posta elettronica decine di lettere di donne letteralmente disperate. Ad esempio L., un marito iper benestante, lei con semplice stipendio di insegnante, che in base alla nuova sentenza si aspettava di perdere quel minimo assegno di poche centinaia di euro (suo marito infatti poteva chiedere la revisione dell’assegno dopo la nuova decisione della Corte) che le consentiva una vita meno misera. Oppure A., 64 anni, una pensione minuscola, che secondo il marito tuttavia in base alla nuova normativa era sufficiente per toglierle qualsiasi sostegno.

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Cannabis light, no. Alcol, psicofarmaci e sigarette, sì. La schizofrenia dello Stato

La vicenda ricorda un po’ quella delle sigarette elettroniche, prima salutate come una felice alternativa al fumo vero e dannoso, poi considerate all’improvviso anch’esse pericolose, con conseguenze pesanti anche su chi aveva deciso di venderle. Lo stesso per la cannabis legale, diffusa ormai in tutta la penisola con decine di negozi aperti in tutte le città e poi bollata come probabilmente pericolosa dal Consiglio superiore di sanità, che ha invitato il ministero della Salute a valutare la chiusura dei punti vendita dove si trova la marijuana legale, con grande plauso del Moige (Movimento italiano genitori) da sempre schierato sulle peggiori posizioni conservatrici.

Intendiamoci. La moltiplicazione impazzita dei negozi che vendevano sigarette elettroniche, così come quelli che oggi vendono cannabis leggera” – un affare sul quale si sono gettati in centinaia cogliere l’affare al volo – personalmente mi fa anche una certa tristezza: ormai più che volantini per la pizzeria ti allungano per strada quasi esclusivamente dépliant pubblicitari dei negozi di canapa, una proliferazione che spinge soprattutto a pensare alla fame di lavoro del nostro Paese, dove magari si dedica a queste attività chi ha una laurea in tasca e un curriculum di disoccupazione nel cassetto. E tuttavia non appare molto sensato autorizzare la vendita di un prodotto, lasciando che la gente (venditori ma anche agricoltori) investa decine di migliaia di euro in un progetto e poi dichiararlo all’improvviso probabilmente dannoso, con tutto quello che ne consegue.

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Coldiretti attacca i vegani, ma sbaglia tutto (e diffonde fake news)

Saranno pure assillanti e un po’ ossessivi protettori degli animali, gente con la tendenza all’evangelizzazione, ma di sicuro è difficile non essere d’accordo con quelli della LAV, specie quando venerdì hanno attaccato la “teatrale grigliata dell’orgoglio carnivoro”, organizzata da Coldiretti a Torino il 16 giugno scorso. In occasione del “Bistecca Day”, infatti, la principale organizzazione degli imprenditori agricoli italiani ha pensato bene di preparare il terreno al sanguinolento evento attaccando vegetariani e vegani. E lo ha fatto tirando fuori dal cappello di un Rapporto Eurispes del gennaio scorso il dato secondo cui i seguaci della dieta vegana sarebbero scesi dal 3% allo 0,9% di quest’anno: solo 460.000 eccentrici, assimilati insensatamente a fruttariani e melariani, si ostinerebbero a seguire la “moda” vegana, mentre oltre un milione di cittadini, comunicava gongolante Coldiretti (e la notizia faceva il giro del web), sarebbero tornati ad abbuffarsi di uova, latte e carne. Peccato però che, andando a vedere quello che c’è scritto nel Rapporto Eurispes, si scopre che il “totale di chi ha optato per un regime vegetariano e vegano si è mantenuto costante, con valori compresi tra il 7 e l’8%”. Continua a leggere

Rider, bene Di Maio a chiedere tutele ma la precarietà è ovunque

C’erano molte notizie degne di commento in questi giorni. Ad esempio, anche se in pochi se ne sono accorti, c’è stato un papa che, tra una critica alle coppie omosessuali e all’aborto selettivo, ha incredibilmente sdoganato l’infedeltà: e non solo maschile, anche femminile, qualcosa di veramente rivoluzionario per una Chiesa che ha sembra esaltato l’immagine di una donna silenziosa e fedele. Ma non c’è dubbio: la notizia, e l’immagine, che mi ha colpito di più – occupandomi di questo tema da tanti anni – è quella di un ministro che per la prima volta forse da quando la precarietà è stata istituzionalizzata negli anni Novanta, dice “basta” ai working poor. Non solo. Propone, in relazione ai dipendenti della cosiddetta “gig economy” delle consegne, un decreto che si chiama con nome evocativo “decreto di dignità” e che prevede che i lavoratori divengano “prestatori di lavoro subordinato” con tanto di indennità mensile di disponibilità, malattia, ferie, maternità e divieto di retribuzione a cottimo, oltre a un trattamento economico minimo.

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Vent’anni di Sex and The City, più che sesso è la loro libertà (da mutui e mariti) ad attrarci

Sex and The City oggi compie vent’anni. Certo, qualche tempo dopo, nel 2003, è arrivato Sky e le sue prime serie, poi – naturalmente – Netflix con la sua offerta sterminata. Eppure anche per chi, come me, si è innamorata perdutamente delle ostetriche londinesi (Call The Midway), dei nobili inglesi (Downton Abbey), della vita della Regina Elisabetta (The Crown), dei pubblicitari di Manhattan (Mad Man) e di tante altre serie, Sex and The City avrà sempre un posto speciale e difficilmente scalzabile nella classifica emotiva delle mie serie tv.

Mi sono chiesta più volte perché la serie ideata da Darren Starr abbia avuto così tanto successo. In fondo, le protagoniste sono quattro donne non prive di frivolezza e completamente immuni da preoccupazioni di tipo sociale o politico. Manhattan, da questo punto di vista, è una sorta di contenitore da favola, sradicato dalla realtà statunitense: potrebbe essere ovunque. Le quattro amiche sono dedite soprattutto a una cosa: cercare l’amore. Ognuna lo fa in maniera diversa: Samanthaattraverso il sesso, Charlotte spinta da un romanticismo radicale, Miranda in maniera più realista e pragmatica, Carrieintrecciando romanticismo e riflessione, attraverso la rubrica che tiene e che, incredibilmente, le consente di mantenere uno stile di vita così elevato da potersi permettere scarpe da centinaia di dollari.

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La Felicità non sta mai ferma. Storia di un bambino con la ADHD

Mi è capitato di recente di occuparmi di ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività) per un’inchiesta sugli psicofarmaci. Sì, perché purtroppo per questo tipo di patologia, specie negli Stati Uniti, si danno spesso e volentieri anche farmaci (Ritalin, Strattera e altri), vere e proprie anfetamine che rendono il bambino più sveglio lucido, ma hanno una serie pesanti di effetti collaterali. Ad esempio possono arrestare lo sviluppo del bambino, danno dipendenza, senza contare il fatto che non sono ancora noti gli effetti degli psicofarmaci su cervelli ancora non sviluppati.

Continuo a ritenere, nonostante anche alcuni psicologi e psicoterapeuti abbiano una parziale apertura verso questi farmaci, che dare uno psicofarmaco a un bambino di 8, 10, 12 anni sia un crimine. Ma ho parzialmente cambiato idea sulla sindrome da ADHD, che fino poco tempo fa ritenevo essere un problema risolvibile con l’educazione (e dunque anche frutto di un’educazione sbagliata: senza giudizi, perché anche io mi ritrovo con un bambino con sintomi abbastanza simili, anche se non esasperati, e so di aver fatto numerosi errori nel crescerlo).

Mi ha aiutato molto la lettura di un libro lieve e autentico, “La felicità non sta mai ferma”, di Chiara Garbarino (Utet edizioni). Un libro in cui, semplicemente, Chiara racconta la storia di suo figlio Leo. E di come fosse agitato si da quanto stava nella sua pancia, per poi proseguire anche fuori: i primissimi anni in cui stava in casa, ma anche – implacabilmente – anche all’asilo nido e poi alle elementari.

 

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Se il presidente ignora la sofferenza sociale degli italiani

C’è un’enorme questione che è stata totalmente ignorata in queste ultime ore, ore in cui al centro della scena pubblica sono stati unicamente i palazzi del potere, in apparenza – ma solo in apparenza – svincolati dall’esistenza concreta delle singole persone: è la questione dell’enorme sofferenza sociale che ha generato, attraverso il voto, ciò che stiamo vedendo in questi giorni, e cioè prima l’affermazione di due partiti di protesta e poi il tentativo di quest’ultimi di formare un governo che rispondesse  al desiderio collettivo di una maggior protezione sociale (vedi reddito di cittadinanza).

L’Italia che è andata al voto il 4 marzo è un’Italia, ce lo raccontano ormai tutti i rapporti sociali, tragicamente impoverita.Un’Italia in cui in poco più di dieci anni i poveri sono quadruplicati, la percentuale di disoccupati resta altissima, i working poor sono la maggioranza tra i lavoratori. Tradotto in termini concreti, significa che abbiamo oltre un milione di bambini che vivono in ambienti malsani e scarso cibo, milioni di giovani bloccati in un limbo di sofferenza e povertà, cinquanta-sessantenni che non hanno lavoro ma non possono accedere a nessun sussidio perché non ne esiste praticamente nessuno e devono aspettare fino a 67 anni per avere un assegno sociale miserevole che consentirà loro di fare la spesa e poco altro.

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Tradire sul web? Come tradire realmente. La Cassazione mette fine a un’ipocrisia

Il tradimento on lineequivale al tradimento reale. Lo ha deciso la Prima sezione civile della Corte di Cassazione – sentenza n. 9384 – secondo la quale chi flirta sui social network può subire la domanda di separazione giudiziale con addebito, proprio come nel caso dell’adulterio reale.

Insomma, anche il coniuge che si ritiene leso da messaggini “hot”, o chat ambigue, può chiedere la separazione per violazione dei doveri disciplinati dall’articolo 143 del codice civile (fedeltà reciproca, assistenza morale e materiale, collaborazione nell’interesse della famiglia e coabitazione).

In questo caso, ovviamente, lo farebbe per tradimento, anche se la legge stabilisce che l’addebito della separazione è possibile solo se l’infedeltà, reale o virtuale, è stata causa della crisi coniugale e non il suo effetto. Le conseguenze, che pochi di coloro che tradiscono o flirtano via smartphone le conoscono, sono pesanti: il coniuge a cui è stata addebitata la separazione perde addirittura il diritto a ricevere un eventuale assegno di mantenimento (alimenti a parte). Il che significa, tra l’altro, che a stare attento a messaggini ambigui deve essere soprattutto chi dei due nella coppia guadagna meno.

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