Fecondazione eterologa cresce del 120%. Ma l’Italia è in ritardo di dieci anni. E 9 gameti su 10 arrivano dall’estero

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Spagnolo, danese, svizzero, ceco, austriaco. Nei figli della fecondazione eterologa fatta da coppie italiane scorre sangue straniero, con buona pace del nazionalismo. I motivi sono vari. Il primo ha a che fare col fatto che, nonostante questa pratica sia permessa dal 2014 e oggi persino inserita nei Lea (livelli essenziali di assistenza), le coppie italiane continuano a partire per l’estero. Lo fanno ancora in migliaia – 7.000 le coppie che hanno usufruito di ovodonazione nei centri spagnoli, anche dopo il 2014 – perché le liste d’attesa ancora lunghe, perché ci sono differenze inspiegabili tra le regioni, perché single e omosessuali non possono accedere. Quelli che non possono andare all’estero a volte ricorrono a pratiche fai da te, e comprano lo sperma sul web, come racconta un donatore anonimo che questo “lavoro” lo fa da dieci anni, tramite una pagina Facebook. “Continuo a ricevere richieste, come prima”, spiega. “Le donne non vogliono troppe mediazioni burocratiche, oppure sono single, o omosessuali. Chiedono soprattutto rapporti diretti, oppure sperma fornito in contenitore ed inserito con la siringa. Insomma è tutto più naturale, niente viaggi, niente attese, costi bassi, anche se ci tengo a precisare che io vendo sesso”.

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Cadaveri, terremoti e macerie: i traumi silenziosi dei soccorritori

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“Ricordo quel giorno come fosse ieri, era il 6 aprile 2009. Ci chiamarono via radio perché dovevamo preparare le borse, erano le otto, alle dieci siamo partiti per L’Aquila. Man mano che ci avvicinavamo all’epicentro, l’atmosfera spettrale aumentava: case cadute, macerie. Alle undici di sera ci dissero di andare alla Casa dello studente. Ci siamo messi a scavare, e dopo poco abbiamo trovato una ragazza sotto un pilastro con la testa fracassata. Più avanti abbiamo trovato una coppia di ragazzini sul letto morti abbracciati. Dopo avere portato via i corpi, ho pianto tutte le mie lacrime e rientrato a casa ho continuato a piangere per giorni. A L’Aquila ho lasciato dieci anni della mia vita, mi ha devastato l’anima”. Antonio è un caposquadra dei Vigili del fuoco, corpo in cui lavora da quasi trent’anni in una città del Nord. Come lui a intervenire in caso di terremoti, devastazioni, incidenti ci sono anche le forze dell’ordine, i sanitari, i volontari delle ambulanze. Persone che, come ha messo in luce di recente la lettera dell’infermiere al padre di Camilla Compagnucci, morta il 2 gennaio su una pista da scii, dietro le corazze che portano sono piene di “cicatrici profonde”.

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Quando realizzi che non hai fatto carriera

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A un certo punto accade. Puoi avere 35, 40 o 50 anni. Solitamente accade più spesso, però, dopo aver oltrepassato la metà della vita. È dapprima una sensazione indistinta, quasi un leggero malessere. A mano a mano, con il tempo, prende la forma di un’idea. E questa idea contiene un’intuizione che inizialmente può essere molto amara. Hai più di 40 anni e non hai fatto la carriera che avresti voluto, non sei arrivato là dove, 15 anni fa magari, ti sembrava naturale che saresti arrivato.

È vero, non si sa mai, ma il futuro non sembra annunciare grandi novità. Anzi, ti appare sempre più chiaro che, nella migliore delle ipotesi, conserverai ciò che hai. Che, appunto, non era quello che avresti voluto: il lavoro da cui aspettare quelle gratificazioni che volevi, l’occupazione – sia per tipo di contratto, che per posizione, che per notorietà – che immaginavi quando stavi chino sui libri, certo che il tanto studio avrebbe portato certamente a un discreto successo.

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Caro Di Maio, ma perché il navigator non può essere un filosofo?

Ho avuto la pessima idea, molti anni fa, di prendere una laurea in Filosofia. Pessima non solo per le conseguenze sul mio futuro professionale, ma anche perché mi è toccato sopportare negli anni a seguire l’insostenibile retorica del filosofo che piace alle imprese, del filosofo versatile che grazie al suo acume teorico può lavorare in più settori. Altro che ingegneri o economisti.

Retorica insopportabile perché, sempre in tutti questi anni, non ho praticamente mai trovato un annuncio di lavorodove fosse richiesta la laurea in Filosofia. Un gran peccato perché, anche se tornando indietro sceglierei senza dubbio una laurea professionalizzante, sono convinta che i laureati in Filosofia abbiano il più delle volte una profondità di pensiero, una capacità analitica, un’abilità di pensare in maniera sistemica e globale che pochi altri laureati hanno. E infatti altrove li prendono, ma non in Italia.

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Cara di Castelnuovo, quella di Salvini è deportazione

Il dolore arriva leggendo tra le righe dei quotidiani, Fatto Quotidiano compreso, che oggi hanno raccontato la vicenda del Cara di Castelnuovo, comune vicino Roma, sgomberato con furia da Matteo Salvini tanto da lasciare nello sgomento oltre 500 persone, ignare del loro destino. Tra di loro, e appunto fa male leggerlo, tanti minori – tra cui una giovane promessa del calcio – che dovranno lasciare la scuola. E poi individui fragili: una donna malata di tumore, un’altra che ogni mattino con i mezzi andava all’ospedale Gemelli per allattare il suo bambino prematuro. Un’immagine veramente angosciante che dovrebbe spingere qualsiasi politico a riflettere sulle conseguenze dei suoi atti.

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Viva Baglioni che sull’immigrazione dice ciò che pensa

Aprite bene gli occhi e le orecchie. Perché quello che è accaduto ieri sul caso Claudio Baglioniè uno dei capitoli più grotteschi della nuova era leghisto-grillina. E, come al solito, riguarda la Rai, perenne luogo di occupazione politica, ieri come oggi. È successo questo: il direttore artistico del più importantefestival della canzone italiana– un musicista e cantautore con mezzo secolo di carriera – va a una conferenza stampa. Una giornalista gli fa una domanda sul caso delle due navi Sea Watch 3Sea Eyenon lasciate attraccare nei porti italianicol loro carico di umanità intirizzita e terrorizzata e lui risponde con queste testuali parole: “Se non fosse drammatica la situazione di oggi, ci sarebbe da ridere. Ci sono milioni di persone in movimento, non si può pensare di risolvere il problema evitando lo sbarco di 40-50 persone, siamo un po’ alla farsa“. Una frase che appare così di buon senso da essere quasi descrittiva. E poi Baglioni aggiunge: “Serve la verità di dire: è un grave problema, dobbiamo metterci tutti nelle condizioni di risolverlo”. E ancora: “Credo che le misure prese dall’attuale governo, come da quelle precedenti, non siano assolutamente all’altezza della situazione”.

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Calano le adozioni, e uno dei motivi è la scienza

Certo la crisi economica, certo i costi elevati e i tempi lunghi della burocrazia. Ma a determinare il calo drastico dei minori stranieri adottati – dai 4.130 del 2011 ai 1440 del 2017 secondo i dati statistici dell’Istituto degli Innocenti – ci sono anche altri fattori. Anzitutto, il fatto che alcuni paesi extra Ue abbiano chiuso le porte all’adozione internazionale o messo norme più rigide, “privilegiando le soluzioni nazionali anche a causa delle forti pressioni interne ed esterne per la riduzione delle adozioni internazionali”, dice Laura Laera, l’attuale vicepresidente della Commissione Adozioni Internazionali. Pesano poi, sostengono gli enti che si occupano concretamente di adozione, anche gli “scandali su presunti traffici di bambini e la paura rispetto a crisi o fallimenti adottivi, anche se i pochi dati che ci sono attestano il fallimento intorno al 3%, una percentuale molto bassa”, come spiegano dal Ciai, Centro Italiano Aiuti all’Infanzia. E poi c’è, secondo gli esperti, un’altra strada sempre più praticata, che sta incidendo sulla diminuzione del numero di famiglie che fanno domanda – dalle 6.092 del 2010 alle 3.196 del 2016 – e cioè “le pratiche come la fecondazione eterologa e l’utero in affitto, con cui si soddisfa il desiderio di genitorialità”, come afferma l’associazione non governativa Ai.Bi, Amici dei bambini.

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Quando muore un figlio unico

 

C’è una notizia che più di altri mi ha colpito in questi giorni. La morte di Camilla Compagnucci, una bambina di nove anni romana, per un banale ma tragico incidente sugli scii, di cui tuttavia le responsabilità sono da accertare. Mi ha colpito perché Camilla, di cui ovviamente non so nulla, come non so nulla dei genitori (qui ne scrivo solo come spunto di riflessione) rappresenta in un certo senso la generazione dei bambini di oggi. Figlia unica, mamma lavoratrice (ricercatrice), vissuta in un quartiere romano pieno i alberi e parchi: immagino la sua nascita nove anni fa, la scelta di un nome che ho sempre amato moltissimo.

Immagino l’emozione della gravidanza, la decisione su dove partorire dopo un’attenta disamina degli ospedali. Immagino la madre, e forse il padre, che l’allattano con amore e dedizione assoluta. I primi mesi, la scelta su come conciliare lavoro e famiglia, forse una tata o baby sitter per i primi anni – anni di svezzamento, preparazione di pasti appropriati e scelti con cura, di giochi, di prime vacanze – forse un asilo nido e poi la scuola materna. Immagino tutti i giorni in cui è stata presa a scuola, l’allegria di vedere spuntare il suo viso dalla classe, i lavoretti portati a casa dall’asilo, il primo giorno di scuola, i primi compiti. Vedo i genitori accompagnarla ovunque, alle feste, allo sport, organizzare feste di compleanno belle e piene di amici e di allegria. Immagino la felice routine che si instaura quando un bambino entra in una casa, portando con sé il mondo dell’infanzia con le sue meravigliose domande, curiosità, con le sue emozioni potenti che mettono in discussione e ti danno la sensazione di essere – parlo per me e per chi ha fatto questa scelta – finalmente una persona completa, come se quel pezzo che mancava prima della tua vita di genitore fosse stato definitivamente messo a posto.

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Troppo tempo e troppi soldi investiti sui figli, i genitori di oggi cambino rotta

Emotivamente sfiancante e sempre più costoso, in termini di soldi e denaro. Crescere figli oggi comporta un investimento di risorse economiche e psicologiche che però spesso rischia di essere persino controproducente. A lanciare la provocazione è il New York Times che pubblica una lunga inchiesta a firma di Claire Cain Miller, The Relentlessness of Modern Parenting. Il bersaglio è la cosiddetta “genitorialità intensiva”, un termine coniato dalla sociologa Sharon Huys che descrive uno stile genitoriale “sempre più centrato sul bambino, affidato agli esperti, emotivamente assorbente, finanziariamente costoso”.

Al contrario di quanto si crede, infatti, i genitori lavoratori di oggi passano con i figli lo stesso tempo delle madri casalinghe degli anni Settanta. Cambia anche il modo di stare con i bambini: si legge con loro, li si accompagna alle loro mille attività, si partecipa alle loro recite e giochi, si guarda persino la televisione insieme, si condividono i compiti: 5 ore a settimana rispetto all’ora e 45 minuti del 1975. Figli sempre più intrattenuti invece che semplicemente “amati e disciplinati”.

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