La carica delle badanti italiane

Ad aiutarle a superare la resistenza è, quasi sempre, un corso per diventare “operatrici socio-sanitarie”. Una definizione che fa meno paura dell’altra, “badante”, che oltre a essere dispregiativa è sbagliata, “perché si badano le bestie, non le persone”, dice Rita, che questo lavoro lo fa, a Roma, da 27 anni. Così, in questi ultimi dieci anni, le donne italiane, anche quelle che di mestiere facevano tutt’altro, hanno cominciato silenziosamente a trasformarsi in assistenti familiari. Gli ultimi numeri Inps parlano di almeno 374.000 badanti “pure” (non colf), in crescita esponenziale, di cui il 24%, circa 213.000 più il nero, sono italiane, ormai la seconda nazionalità dopo le rumene. Ancora più eloquenti i dati che arrivano dai centri e patronati locali: in Toscana, secondo le Acli, le assistenti familiari sono cresciute del 25% in tre anni. Nella provincia di Lecco, come spiegano dal Centro Risorse Donne, si è passati dal 24% al 37%, mentre il gruppo Teleserenità, 40 centri in tutta Italia, spiega che i contratti per le assistenti italiane sono letteralmente raddoppiati. Continua a leggere

Yoga per bambini, una moda inutile

Stressati, frustrati, ansiosi, depressi, emotivamente disturbati, incapaci di concentrazione e attenzione. Stando alle parole di educatori ed esperti, ma pure al racconto che i media fanno sui nostri figli, i bambini di oggi sarebbero affetti da sindromi di ogni tipo. L’etichetta della patologia è sempre pronta, e come nel caso degli adulti riguarda il bambino preso in sé, dalla cui biografia problematica scaturirebbero i sintomi, e mai la cultura e la società, malate e sbagliate, in cui il bimbo è inserito. Ma se la malattia è sempre individuale, anche la cura deve esserlo: e così ecco gli insegnanti che suggeriscono lo psicologo personale “per imparare a gestire le proprie emozioni” a bambini di appena cinque o sei anni, oppure madri che decidono di mandare i propri figli oppressi ai sempre più diffusi corsi di meditazione o yoga per bambini.

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Parcheggi negli ospedali, il più odioso dei balzelli

Al parcheggio dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo ci vuole un morto per poter parcheggiare gratis. Solo il defunto, infatti, dà diritto a due tessere parcheggio, ma unicamente negli orari della morgue, non sia mai che vogliate approfittarne per andare, magari, a fare un saluto a un parente in coma. In quel caso nessuna pietà, la tariffa è di 1.30 ore per le prime sei ore, poi via via a scalare. E attenzione a non perdere il tagliandino, in quel caso dovrete sborsare 20 euro, molto più di quanto paghereste per una giornata intera (si racconta persino di gente intrappolata nel parcheggio perché priva dei soldi per uscire). D’altronde sostare vicino ai nosocomi d’Italia costa molto caro quasi ovunque, a Milano come a Roma, a Bologna come a Genova, Napoli e Palermo. Col paradosso che, ormai, conviene lasciare la macchina sulle strisce blu fuori dall’ospedale – circa 4 euro al giorno, bazzecole – oppure sulla sterrata controllata a vista dal parcheggiatore abusivo (3 euro al giorno, e la macchina è sicura), piuttosto che metterla nei costosi parcheggi interni, ma appaltati ad esterni, dove tra l’altro non c’è nessun controllo del veicolo e furti e danni sono affare vostro.

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Come diventare un Digital Fundraiser

Italiani popolo di donatori in rete: secondo l’indagine Donare 3.0, voluta da PayPal  in collaborazione con Rete del Dono e curata da Doxa Duepuntozero, circa l’83% dei venti milioni di internauti italiani ha effettuato una donazione nell’ultimo anno. Ma c’è un potenziale ancora inespresso, cioè una lacuna da colmare: quella delle persone che sono interessate a quella certa organizzazione nonprofit o anche a una piccola società che porta avanti progetti solidali, ma non arrivano a fare il “salto” della donazione.

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Tutto quello che bisogna sapere sul sesso anale

Altro che sesso per “puttane, pervertiti, depravati o gay”. Il sesso anale è un’esperienza universale, per nulla contro natura, per nulla dolorosa o sporca. Tutti dovrebbero provarla, nonostante religione, educazione, cultura, e persino molti media, presentino la penetrazione da dietro come una deviazione dal sesso “normale”, quello eterosessuale con penetrazione della vagina da parte del pene. “Persino i film porno sbagliano”, dice Valentine, alias Fluida Wolf, 33 anni, attivista femminista pro-sex, traduttrice (ha portato in Italia testi come Fica Potens di Diana J. Torres e Diventare Cagna di Itziar Ziga), ma anche grande esperta di squirting (eiaculazione femminile). “È facile infatti vedere un attore che arriva e infila direttamente il pene nel buco, provocando una certa sofferenza, senza quei preliminari che sono invece indispensabili”. Proprio in questi giorni Fluida Wolf è in partenza per l’Anal Liberation Front, un tour di presentazione del libro-bibbia Guida al Piacere Anale per Lei (Odoya edizioni) della scrittrice femminista, educatrice su temi sessuali e regista di film pornografici Tristan Taormino. Tradotto e curato dalla stessa Wolf.

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Tutte le violenze subite dalle italiane in sala parto

“Mi sono sentita umiliata e violata. Piango ancora se penso al mio parto e non sono lacrime di gioia”. “Arrivo in ospedale dilatata di 8 cm. Signora lei in un’ora partorisce!! 17 ore di sala parto, manovra di Kristeller, episiotomia, 2 raschiamenti in 2 giorni, attacchi epilettici dopo anestesia, trasfusioni di sangue… Riesco a vedere mia figlia dopo 6 giorni”. Sono alcuni dei messaggi inviati da donne e madri sulla pagina Facebook legata alla campagna #bastatacere, lanciata un anno fa dall’attivista Elena Skoko e dall’avvocata Alessandra Battisti, insieme a 20 associazioni che si occupano di maternità, e diventata in poco tempo virale. Da quella campagna è nato un vero e proprio Osservatorio sulla violenza ostetrica, OVOItalia, che oggi ha presentato a Roma i dati di un’indagine Doxa, realizzata con le associazioni La Goccia Magica e CiaoLapo Onlus.

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I risultati sono allarmanti.

Smart, la cooperativa che trasforma i free lance in dipendenti

La mia vita è cambiata, posso fare le vacanze sereno, ho un contratto di collaborazione che mi dà indennità di malattia e un piccolo sussidio di disoccupazione. Tutto questo restando un lavoratore autonomo”. G. ha una piccola società di comunicazione, che fa da ufficio stampa a nomi importanti della musica italiana. Fino a ieri versava tantissimi soldi per pagare la partita Iva, il commercialista, la sfilza di tasse – da giugno a novembre – che spesso gli impedivano, appunto, persino le ferie. “In Italia”, spiega, “le persone con una partita Iva, anche se con basso reddito, sono considerate dallo Stato, e tassate, al pari degli imprenditori dagli alti ricavi”. Finalmente però la sua esistenza ha subito una volta radicale, e tutto questo grazie a SMart, letteralmente Società mutualistica per artisti, una cooperativa per la protezione dei lavoratori intermittenti – artisti, ma anche copy writer, traduttori, web designer, giornalisti e liberi professionisti in generale – che oggi esiste anche in Italia.

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“I pompini? Vi spiego perché le donne li odiano”

Si sente come una Barbie “parecchi anni dopo”: ha le caviglie gonfie, ha scoperto che Ken è gay, vive in un loft e si fa chiamare “Barbara”. In alternativa è “zia Lynne”: infatti sua sorella ha tre figli, “si alza alle sei e porta in giro tutto il giorno persone ingrate come una triste autista di Uber”. Ma soprattutto è una donna di 49 anni il cui lavoro, come ha detto al sito Splitsider.com, è “osservare il comportamento altrui peggio degli agenti dell’Fbi”. Si chiama Lynne Koplitz e, anche se il nome potrà dirvi poco, ha vent’anni di carriera alle spalle. Qualche mese fa Netflix l’ha chiamata per chiederle uno spettacolo sui fastidi della menopausa, lei non si è fatta pregare e ha messo su un’ora di pura comicità, dove la menopausa è la scusa per parlare di tutto, in particolare di come uomini e donne interagiscono tra loro, ma anche delle giovani generazioni, quelle che a cui non puoi intimare di alzarsi dal letto alle due del pomeriggio perché minacciano di chiamare la polizia (“Tanto la prigione è il mio piano per la pensione, chiama i poliziotti piccola troia”). Continua a leggere

Senza capelli e calcio nelle ossa: tutto per entrare nella taglia 36

“Per lo shooting la 40 può andare, ma per le sfilate bisogna stare nella 36-38 intesi?”. Basta questa frase per cambiare per sempre la vita della diciottenne francese Victoire Dauxerre, giovane modella scovata per strada e catapultata nel mondo in apparenza patinato delle top model dell’agenzia Elite. Quella vocina comincia a rimbalzarle dentro in continuazione, perché per una ragazza di un metro e 78 scendere a  47 chili è un’impresa possibile mangiando solo tre mele al giorno. Oppure concedendosi pesce e verdure bollite, salvo poi abusare di lassativi per non accumulare calorie, mentre il seno e il ciclo spariscono, e i peli crescono perché il corpo, disperato, cerca di difendersi dal calo di peso. Continua a leggere

Vacanze a casa, tutti i motivi di chi resta

Arrivano immancabili come i servizi sull’acqua da bere quando c’è afa o i turisti che sfregiano fontane millenarie: sono i rapporti sugli italiani che non vanno in vacanza che quest’anno, ci ricorda Confesercenti, sarebbero il 26% degli italiani. Su chi sia questo popolo – visto con un misto di pena e timore, quasi possa contagiarci con le sue ristrettezze – poco o nulla si sa. Eppure mai campione fu più variegato e fatto di persone normalissime: il non-vacanziero della porta accanto, insomma. Certo, la prima causa per la quale non si parte sono i soldi, ma non sempre perché manca un impiego fisso: “Vivo a Roma in affitto, faccio l’insegnante e mia moglie la segretaria, abbiamo un figlio piccolo”, spiega Stefano. “Banalmente, non ci bastano i soldi”.   Pure Federica abita in provincia di Roma, è precaria da anni, anche se ha appena vinto la cattedra: “Ma da settembre. Finora, con il mio compagno senza un posto fisso, niente vacanze. Cerchiamo di uscire la sera, fare qualche gita. Per fortuna abbiamo un grande giardino per nostra figlia di 4 anni”. Anche Francesca, traduttrice free lance, l’estate resta nella sua casa in una zona residenziale della capitale. Marito in mobilità, un adolescente che deve studiare perché rimandato e un “camper troppo vecchio per andare all’estero”. A stare peggio, comunque, sono i genitori single, specie le madri. Alessandra, terapista per bambini speciali, vive ad Ardea (“un comune in balia della mafia”), con uno dei due figli, ma il marito non le passa una lira di mantenimento. Lo stesso per Alessandra, di Como, un contratto non rinnovato e una vacanza a Dublino con i suoi due figli che salta all’ultimo. Continua a leggere