Mi chiamo Giovanni, ho 12 anni, ho l’Hiv e sono felice

L’Hiv? Per lui è “principalmente un problema di come farlo sapere agli altri, a chi dirlo oppure no”. Perché la sua vita di dodicenne è normale, va a scuola, in piscina, a teatro.  Gli piacciono J-Ax, Pif, il rap.  E no, la sua mente non è occupata sempre dalla malattia, ma anche da domande di bambino della sua età: “Che si mangia a mensa? Chi ci sarà al parchetto per giocare a calcio? Quest’anno il Milan ce la farà ad andare in coppa?”. Sono gli altri, quelli “sani”, che impediscono a Giovanni F., nome di fantasia, di fare una vita come tutti. Le insegnanti ignare perché non si sa come reagirebbero. Gli amici, anche: quei pochi che lo hanno saputo sono spariti, così come i figli del compagno della madre, per lui quasi fratelli, fino a quando la madre ha scoperto la sua malattia e gli ha proibito di vedersi. Tutto questo Giovanni lo narra in prima persona, nel libro, scritto con Francesco Casolo, Se hai sofferto puoi capire. Storia mia e della malattia che non posso svelare a nessuno (Chiare Lettere).

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Addio a Massimo Fagioli, psicoanalista controverso (ma molto amato)

 Quarantun’anni di sedute pubbliche quattro volte a settimana, gratuite o meglio pagate secondo possibilità, per interpretare i sogni di alcune tra le centinaia di persone presenti. Con parole calme e sofisticate, e qualche intercalare greve, e un look decisamente anti-ortodosso, bretelle colorate, cravatte improbabili, camicie e sciarpe rosse. Il colore della sua passione politica: “Chi è sano non può che essere di sinistra, radicale e atea”, sosteneva, tanto da litigare con l’ultimo Bertinotti, quello virato verso il cattolicesimo. Il medico e psichiatra anticonformista Massimo Fagioli è scomparso a Roma, all’età di 86 anni. Sono in lutto i suoi seguaci, i “fagiolini”:  “In questo momento ho solo tanti flash, ricordi…”, racconta Ingrid, capelli corti biondi, “ho partecipato all’analisi collettiva a Trastevere a Roma, per tanti anni…Posso solo dire che il suo pensiero è rivoluzionario, nuovo”. “Mi dispiace, sintetizzare e semplificare svilirebbe la sua immagine, la portata della sua geniale e rivoluzionaria ricerca sulla identità umana e la sua metodologia di cura della malattia mentale”, dice la giovane Nadila.

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Se muori non ti cancello

Si comincia col nonno scomparso, che qualche anno prima di morire aveva comprato il suo primo cellulare: troppo dolore cancellarlo dalla rubrica, in fondo che male c’è a lasciarlo lì, è come se ci facesse ancora compagnia. Si prosegue con la conoscente morta di malattia, amica su Facebook e compagna quotidiana, anche se a pensarci bene non l’avevate mai incontrata. A maggior ragione non ha senso cancellarla, anzi ogni tanto andate sul suo profilo e guardate le sue foto, sembra così bella, così luminosa, quasi come se fosse ancora viva. Si finisce con la persona veramente cara, una madre, un fratello, qualcuno la cui scomparsa fa un male pazzesco: con la stessa cura con cui si conservano tutti gli oggetti usati – persino la cartina dell’ultima caramella – così si proteggono anche tutti i luoghi virtuali che la persona scomparsa ha “calpestato”. Continua a leggere

La prof. che insegnava agli studenti a scrivere le e-email

“Non posso credere che non abbia superato neanche questa volta l’esame del 8 febbraio. Inoltre vorrei sapere con quanto non lo superato. Tenevo molto a quest’esame e aspettando in una sua risposta la ringrazio”. Cosa deve fare un professore universitario quando si trova questo messaggio di posta elettronica nel suo computer? Se lo è chiesto nel 2010, ben prima dell’appello-denuncia dei seicento professori sull’incapacità degli studenti di scrivere in italiano, la professoressa Emma Nardi, docente di Docimologia e direttrice del Centro di Didattica Museale dell’Università degli Studi di Roma Tre. Invece di lasciarsi prendere dallo sconforto, o di incolpare chi l’aveva preceduta, ha deciso invece di creare lei stessa un progetto per re-insegnare l’italiano ai suoi studenti, progetto che ha scelto di chiamare ‘Silenzïosa luna’, come un verso del noto Canto notturno di un pastore errante dell’Asia di Leopardi (Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi che fai, silenzïosa luna?: “Sono versi perfetti nella semplicità della forma, del lessico, della punteggiatura”). Continua a leggere

Il mondo deve ancora sapere

Dieci anni fa era una telefonista a progetto pagata 230 euri lordi al mese e 6 per ogni appuntamento che fosse riuscita a prendere per convincere ignare casalinghe ad acquistare l’avveniristico aspirapolvere Kirby. Quell’esperienza divenne un libro dal titolo perfetto, Il mondo deve sapere, allora edito da Isbn, poi uno spettacolo teatrale e un film riuscito (Tutta la vita davanti, di Paolo Virzì). Oggi che la sua autrice, Michela Murgia, ha scritto romanzi e saggi di successo – come Accabadora, Ave Mary, Chirù – il libro riesce, con lo stesso titolo, per Einaudi. «Rileggere le pagine che scrissi allora», scrive Murgia nella nuova prefazione, «può strapparmi forse un misero compiacimento per la capacità che avevo di ridere davanti al baratro, ma nulla di più di questo, perché nel frattempo non ha smesso di essere vero che la mia generazione, insieme a pensione, diritti e stabilità, in quegli scantinati invisibili della politica si è persa, giorno dopo giorno, anche il futuro».

 

Dieci anni fa il call center era considerato simbolo dell’assenza di tutele. Oggi è un miraggio, e un dramma quando lo si perde (vedi caso Almaviva).

È accaduto quello che era logico accadesse quando lasci una biglia scorrere su un piano inclinato senza fermarne la caduta: chi entra oggi nel mondo del lavoro non si aspetta più neppure la metà di quello che si aspettavano i trentenni del 2000. Parliamo ad esempio del Jobs Act: provinciale persino nel nome, non è una soluzione ma la definitiva resa alla polverizzazione e al deprezzamento del lavoro.

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Spiegare la Shoah ai bambini: finali buoni o verità?

C’è chi sceglie di non far riferimento alla “Storia”, ma di utilizzare una fantasiosa analogia per raccontare la prepotenza nazista: è il caso de La Misteriosa scomparsa degli Aghi e delle Spille dalla Bottega dei Fili di Nuvoletta gentile, di Paolo Valentini e Chiara Abastanotti (Becco Giallo), dove un laboratorio di abiti da sposa viene sconvolto da un arrogante generale coi baffi che decide di bruciare – una metafora dei forni crematori – aghi e spille. E c’è chi invece, e si tratta della maggior parte degli autori che cercano un equilibrio tra testo e immagini per raccontare la Shoah ai più piccoli, prende un frammento di realtà storica – gli anni prima della guerra, oppure i campi – e lo fa interagire con un protagonista, quasi sempre un bambino. Continua a leggere

Ironia contro rabbia, i social censurano i poster anti-Trump

“Abbiamo rimosso il post perché non segue gli standard comunitari di Facebook”. “Abbiamo rimosso il post perché non segue le linee guida della nostra comunità”. Così gli amministratori di Facebook e Instagram hanno comunicato la cancellazione dei post ironici creati dalla casa editrice iconoclasta e sovversiva Badlands Unlimited, che produce libri, creazioni e provocazioni artistiche stampate e digitali. Questa volta Badlands aveva inventato una serie di poster, chiamata New Proverbs, fatta circolare sui social media in vista della marcia anti-Trump delle donne e ispirata, in forma parodistica, dei cartelli della Westboro Baptist Church, pionieri dei cosiddetti “hate speech groups”. Di qui la scelta degli stessi colori e caratteri tipografici dei messaggi di odio contro, ad esempio, la comunità LGBT, altri cristiani, musulmani, ebrei, politici, ma questa volta diretti contro Trump: “God Hates Trump” (Dio odia Trump), Trump Hates God (Trump odia Dio), “Fags Hate Trump” (I froci odiano Trump), “God Hates Ivanka” (Dio odia Ivanka). Badlands ha chiesto ai social media di ripubblicare i post, sostenendo che “la pretesa di proteggere una comunità è ciò che in genere giustifica il soffocamento del dissenso”, che l’amministrazione Trump “è un chiaro pericolo ad altri ‘standard comunitari’ nel mondo” e che i poster erano funzionali a “denunciare la natura piena di odio della nuova amministrazione”. Il sito radicale Hyperallergic.com (che ha comunicato di essere riuscito ad ottenere, dopo giorni, che i due social ammettessero l’errore e ripubblicassero i post cancellati) ha fatto notare che Facebook e Instagram proibiscono contenuti minacciosi contro individui privati, mentre “Donald e Ivanka, e anche Dio, se esiste, sono certamente pubblici”. Inoltre, hanno sottolineato, le loro policies bandiscono attacchi basati sulla razza, la religione, il sesso, il genere, la disabilità, che però non si applicano ai poster di Badlands. Che infatti ne ha subito lanciati altri quattro: “Tiffany Hates Trump”, “Trump loves Rape”, “Pence Loves Fags”.

Lo stivale dei fantasmi

Aguzzate gli occhi se vi capita di passeggiare, nella notte di un dieci settembre qualsiasi, lungo il Ponte Sant’Angelo a Roma. Probabilmente intravedrete l’eterea figura della giovanissima Beatrice Cenci che tiene in mano la sua testa. Ogni anno, infatti, il fantasma della giovanissima figlia del crudele Francesco Cenci ritorna sul luogo della sua esecuzione, avvenuta, dopo una lunga tortura appesa per i capelli, nel 1599 per ordine di Clemente VIII. Se invece vi trovate al Duomo di Milano, potreste scorgere, con un po’ d’attenzione, una dama vestita di nero dagli spettrali occhi bianchi, che il fotografo di una coppia di sposi si è ritrovato un giorno sviluppando il fotogramma. Potrebbe essere il fantasma di Carlina, che abitava nei pressi di Como. Maritata con un certo Renzino, andò in viaggio di nozze a Milano, ma salendo per ammirare la Madonnina fu presa dal panico al ricordo di una colpevole notte passata tra le braccia di un biondo straniero e, mettendo male il piede, precipitò. Il suo corpo non fu mai trovato e ora vaga nei dintorni della cattedrale. Continua a leggere

Gli scrittori? I nuovi poveri

Il più emblematico è senz’altro Jack London, che, tra mille strampalati mestieri, fece anche il fiociniere su baleniere dell’artico. Ma anche Lawrence d’Arabia fu scaricatore di carboniere e trasportatore di cammelli, mentre Colette dovette aprire un Istituto di bellezza e George Orwell finì a fare il lavapiatti e il barbone. E se Balzac viveva in perenne fuga dai suoi creditori, Antoine de Saint-Exupéry era pieno di debiti: insomma, la massima “carmina non dant panem” è stata quanto mai vera nella storia, e tanto più nel Novecento. Stranamente, però, tendiamo a pensare che questo avventuroso barcamenarsi per scrivere appartenga al passato, e che oggi gli scrittori facciano, tutto sommato, un lavoro poco faticoso e molto remunerativo. Nulla di più sbagliato. Come una recente e approfondita indagine della Federazione Unitaria Italiana Scrittori (a cura di Giovanni Prattichizzo) ha cercato di spiegare nel silenzio generale, “gli scrittori di oggi sono i nuovi poveri”. Uomini e donne senza sicurezza di entrate, né rete di protezione sociale, costretti in stragrande maggioranza – il 62,2% – a svolgere un’altra occupazione per sbarcare il lunario, senza che ciò significhi che coloro che scrivono a tempo pieno – il 37,8% – ne ricavino un reddito sufficiente a mantenersi (in soldoni vuol dire che quasi l’intero campione, il 96,5%, non riesce a vivere dei soli guadagni da scrittore). Si tratta, magra consolazione, di una tendenza mondiale, visto che la percentuale di scrittori full time è scesa dal 40% del 2005 a un misero 11% del 2013. Eppure di tutto ciò si sa poco in Italia, a causa della tendenza a sovrapporre dati di vendita, indici di lettura e fatturati degli editori con la condizione degli scrittori. In realtà, anche se le vendite migliorano un po’, come è accaduto per la prima volta nel 2015, la situazione degli autori, nel paese dove si pubblicano in media 164 libri al giorno, resta sempre critica. Come ha dichiarato Marie Sellier, presidente della Société des Gens de Lettres, “gli scrittori hanno un riconoscimento sociale molto forte, ma i loro conti correnti sono quasi vuoti”. Diversamente non potrebbe essere: in Italia, infatti, il 59,8% del campione non guadagna nulla dalla scrittura dei libri, pur dedicandovi tra il 60% e il 74% del tempo disponibile. Chi invece guadagna resta comunque sotto i 15.000 euro annui (57,9%), in buona compagnia con scrittori stranieri, ad esempio quelli inglesi, il cui reddito medio è di 11.000 sterline. E non si tratta di un problema di qualità, visto che, come ha dichiarato al “Guardian” James Smythe, “puoi scrivere il miglior libro del mondo e le vendite possono andare male lo stesso”. Continua a leggere

Cose da femmine, i libri divisi (ahimè) per genere

unknownSei lì, in libreria, che cerchi tra gli scaffali un libretto per tuo figlio e ti imbatti in una collana di una casa editrice tra le più note e valide – EL edizioni – i cui vari volumetti sono classificati, tramite un bollino di diversi colori, per categorie: “Da ridere”, “Da brivido”, “Animali”, “Magia”, ma anche, pure se l’occhio stenta a crederci, “Cose da femmine”. Cose da femmine? Sfoglio i libretti rosa-marchiati e mi imbatto in storie per lo più di principi e principesse, ma tipo Grimm o Calvino (cioè fiabe universali), con qualche eccezione: un topo che cerca un regalo “raffinato” per un’amica topolina, un’elefantessa che ama la danza e vorrebbe entrare in una scuola di ballo per sole farfalle. Insomma trame adatte a tutti, perché no. Eppure le case editrici, alla faccia delle teorie del gender e seguendo la stessa inclinazione in atto da anni nei giocattoli, tendono sempre più a produrre libri orientati per genere sessuale. Basta una copertina fucsia, come nella serie La scuola di danza del Battello a Vapore, oppure ne La banda delle ragazzine di Giunti, nei libri di MiaandMe di Rizzoli o nelle TeaSisters di Tea Stilton (sempre Piemme).

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