Via le tasse universitarie, una chance per giovani e adulti precari

C’è una fame spaventosa di formazione in questo paese. Ne sono affamati i giovani che finiscono la scuola, e che ormai sanno che da contratti usa e getta e stipendi ridicoli li salverà solo un titolo di studio forte. Ma ne sono affamate pure quelle generazioni di trentenni, quarantenni e persino cinquantenni che non riescono più a uscire dalla morsa della precarietà, e che vedono in una seconda laurea, meno generica o umanistica della prima, la possibilità di rimettersi in gioco. Eppure proprio in questi anni, in cui la necessità di specializzarsi per scampare alla crisi è aumentata, le tasse delle nostre università sono cresciute esponenzialmente e in maniera abnorme, nel colpevole silenzio dei governi. E infatti che l’Università italiana sia gratuita o quasi è una vera e propria fake news, come scrive il sito specializzato Roars.it citando gli slogan di Giavazzi e Abravanel e invitando a leggere le cifre dei bollettini MAV: oggi l’Italia si trova al terzo posto per le tasse più care d’Europa, dopo Inghilterra e Paesi Bassi, ma senza gli stessi servizi e borse di studio. Ecco perché moltissimi giovani si trovano nell’impossibilità di studiare, perché con genitori ora disoccupati o ancora precari. Mentre gli altri più adulti, che nella precarietà ci stanno da anni, da un lato sono troppo poveri per pagare le tasse, dall’altro sono considerati troppo ricchi dallo Stato – basta superare 13.000 euro! – per esserne esenti. Che le cose siano drammatiche lo dimostra il fatto che i laureati complessivi continuano a scendere, mentre restiamo ultimi in Europa per numero di chi possiede un diploma di laurea. E allora non c’è dubbio: la proposta elettorale lanciata da Pietro Grasso, quella di abolire le tasse universitarie, produrrebbe lavoro qualificato, aumento del Pil e insieme speranza per molti di avere una nuova chance di vita, quella che tra l’altro avrebbe dovuto garantire il programma Garanzia Giovani, scandalosamente fallito, come questo giornale ha documentato. Le voci del partito democratico che in queste ore si stanno affannando a dire che questa riforma aiuterebbe i ricchi dicono il falso: i ricchissimi continueranno a frequentare università private e atenei internazionali, mentre a giovarsi del cambiamento sarebbe proprio quel ceto medio ormai abbandonato dalla politica.

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Guida automatica, una fantastica utopia democratica

Il ventenne che non ti dà la precedenza perché ormai privo del concetto di limite, la signora mechata sulla Smart che ti supera a destra col telefono all’orecchio, la drogata dello shopping che lascia l’auto al posto handicappati perché “tanto ci metto un minuto”. Per non parlare di quelli che travolgono pedoni per rispondere a un whatsapp o uccidono un ciclista perché alticci o drogati. Tutte categorie umane che, finalmente, spariranno (letteralmente) dalla circolazione. Insieme a loro sarà per fortuna cancellata anche tutta una serie di sentimenti di cui non sentiremo la mancanza: l’indicibile frustrazione di un uomo anziano nel momento in cui deve arrendersi e smettere di guidare, la tristezza di una nonna a cui il figlio a un certo punto vieti di portare i nipoti in macchina. E, ancora, la rabbia di un disabile che non trova chi lo accompagni o il dolore senza fine di chi ha perso qualcuno in un incidente. Ma come svanirà tutto questo, sovvertendo in meglio forse già le nostre esistenze, di sicuro quelle dei nostri figli? Attraverso l’avvento delle macchine a guida automatica, che sono già una realtà per molte case automobilistiche, anche se solo in via sperimentale. Eppure, invece di gioire di un cambiamento così portentoso, continuiamo a considerare l’auto come un possesso privato da esibire, sui cui avere sempre il controllo: mano sul cambio e piede sulla frizione, crediamo che così sarà per sempre, né desideriamo essere spodestati dal piacere fallico di lanciare il nostro mezzo nel traffico come ci pare, ottusamente convinti che salire in macchine guidate da noi sia sicuro.  Continua a leggere

SETTE MOTIVI PER NON ANDARE A LETTO CON CHI NON CONOSCETE DAVVERO.

Se esiste una cosa assai semplice oggi, beh quella è senza dubbio finire a letto con qualcuno. Potete anche abitare in una sperduta provincia, ma tra Facebook, chat di incontri di vario tipo, app – vedi Happn – che ti consentono di incontrare le persone che abitano nel raggio di un chilometro trovare persone è la parte più facile. Si studia la foto, si manda un primo messaggio, si comincia a chattare. Basta che la testa sia un po’ intrigata, giusto un minimo, basta una manciata di pensieri erotici, un paio di incontri e poi fare l’amore è quasi automatico.

RELAZIONI SENZA CONFINI.
Lo stesso vale anche per amici e conoscenti, e non importa che siano o non siano sposati. Tanto, diciamolo, tutti vanno a letto con tutti, i tradimenti sono all’ordine del giorno, le relazioni sono diventato così flessibili da non avere quasi alcun confine.

SE A RIMETTERCI E’ IL CUORE.
Lungi da me fare la parte della moralista, di quella che vede in tutto questo una depravazione etica che andrebbe arrestata. Io dico più semplicemente: andare a letto con qualcuno se appena lo si conosce è la cosa più sbagliata del mondo. Perché a rimetterci sono le emozioni, quelle vere. A rimetterci, come ho voluto simboleggiare in questa foto, è il cuore.

CORTEGGIAMENTO, RENDIAMOLA PAROLA DELL’ANNO.
Il sesso è una cosa bella e ne dovremmo fare senza dubbio molto di più. Dovrebbero fare più sesso i fidanzati, i coniugi, dovrebbero fare più sesso i single, le donne, anche quelle di sessanta, settanta, ottant’anni. Ma il sesso richiede tempo, emozioni lunghe, approfondimento reciproco. Richiede corteggiamento, una parola quasi scomparsa dal nostro vocabolario e che vorrei rilanciare come parola di quest’anno.

CHI SEI TU? CHI SIAMO NOI?
Fare sesso una volta, o due è semplice. Ma dopo, che succede? Come aprire una storia, o ancora meglio una Storia, perché di quelle abbiamo tutti bisogno, sì, anche negli anni Duemila? La verità è che quasi tutte le relazioni sessuali che non partano da un confronto lungo e vero finiscono per naufragare. Perché basta che passi l’eccitazione momentanea e si ha improvvisamente l’impressione di avere di fronte un estraneo. Chi sei tu? Chi siamo noi? Cosa stiamo facendo?

FRUSTRAZIONE E A VOLTE CHOC.
Chi l’ha vissuto, sa che questa esperienza può essere un piccolo choc, oppure comunque una frustrazione. A quel punto è tutto difficile. Separarsi e smettere di andare a letto può lasciare comunque un senso di tristezza e di spreco, oppure se si è capito che l’altro non ha nulla a che fare con sé, la consapevolezza di aver fatto un errore. Se, tra l’altro, incidentalmente l’altro pensa invece che voi siate molto interessanti, gli toccherà subire una enorme delusione causata dalla rottura del rapporto.

SENTIMENTI E IDEE CHE SI SPOSANO CON POESIA.
Il sesso crea un legame, è vero. Ma un legame fragile, se non è fondato su una solida conoscenza reciproca, sulla scoperta meravigliosa e progressiva che quella persona ha idee, pensieri, sentimenti che si sposano meravigliosamente con i tuoi, che la sua testa e la tua testa si completano con armonia e poesia, che il suo modo di comportarsi, di dialogare, persino di comunicare tramite messaggi sia esattamente quello che voi ritenete giusto.

ASPETTATE!
E allora cosa bisogna fare? Per me non c’è dubbio. Aspettare. Non avere fretta. Darsi tempo. Moltiplicare le occasioni per parlare, incontrarsi, condividere esperienze. Scriversi molto, ridere molto, ma mai, mai finire a letto fino che il sesso non scaturisca da quel desiderio forte e meraviglioso, quello che ti emoziona veramente, che si sarà formato se voi gli avrete dato tempo per formarsi.

SE IL DESIDERIO INDICA LA STRADA
A quel punto, capire cosa fare sarà più facile. Perché sarà il desiderio a indicarvi la strada, i prossimi passi, quelli giusti. E non avrete la sensazione amara di non sapere chi avete di fronte, e di conseguenza di perdere quel tutto quell’eccitazione che vi sembrava solida e invece è scomparsa in pochi giorni. A quel punto potrete, davvero, amare.

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5 MOTIVI PER NON FARE UNA LISTA DI BUONI PROPOSITI PER IL 2018 

La tentazione è forte: cominciare a buttar giù freneticamente liste, via via stracciate e poi rifatte, di cose da fare e obiettivi da raggiungere per il 2018. Serve a mettere sotto controllo l’ansia, a convincersi un po’ magicamente che l’anno a venire sarà certamente pieno di occasioni per realizzare desideri vari, a sentirsi energetiche e pronte all’azione. Perdere peso e guadagnare di più sono in genere le mete in cima alla lista, che a volte – ma raramente – include anche obiettivi sentimentali (chiudere con l’amante, trovare un fidanzato etc). In realtà, scrive liste di “what to do” per l’anno a venire e inutile e anche controproducente. Ecco perché. Continua a leggere

Un rifugiato in casa, un figlio in più

“John è arrivato che io avevo perso il lavoro in una piccola azienda. Eppure l’errore più grande che si possa fare è credere che per ospitare un rifugiato occorra essere benestanti. Non per i 350 euro al mese che ti danno, ma perché la motivazione che questi ragazzi ti trasmettono diventa energia in più”. Daniele vive a Bologna con la moglie e due figli. Dice che la molla gli è scattata vedendo l’ennesimo, tragico reportage fotografico di padri siriani con i figli morti in braccio. Così si rivolge alla cooperativa Camelot, che gestisce il Progetto Vesta – ideato all’interno del Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR)- che gli assegna un ragazzo ghanese di 18 anni. “È entrato con due magliette e un paio di scarpe la voglia di poter mandare la sorella a scuola. Oggi con poche decine di euro riusciamo a finanziare la scuola a lei e al fratellino, perché quando tiri su una persona tiri su anche la sua famiglia”. Di John, che lavora nell’edilizia (“tutte le mattine gli preparavamo la schiscetta”), Daniele ricorda l’iniziale paura a prendere sonno, e quella volta che si bloccò vedendo una foto di un camion del deserto, “mi ha spiegato che chi si addormentava e cadeva veniva lasciato morire”. Ma ci sono anche episodi divertenti, come quando lo vide aggirarsi come un rabdomante per la casa con un cellulare in mano. “Stava facendo vedere l’appartamento alla sua famiglia, dall’altra parte si vedevano solo occhi e denti bianchi. Erano completamente al buio”. Continua a leggere

Dieci motivi per cui conviene confessare un tradimento prima di essere scoperti

Confessare il proprio tradimento al partner prima che lui lo scopra è la scelta che meno danneggia il rapporto sentimentale che abbiamo timore di perdere. Lo sostiene Rita D’Amico, una psicoterapeuta e ricercatrice dell’Institute of Cognitive Sciences and Technologies, che da anni si occupa, tra l’altro, di tradimenti e amicizie erotiche. Una parte consistente del suo nuovo libro, Amori e Infedeltà. Triangoli e relazioni tra vecchie credenze e nuove realtà (Franco Angeli), è dedicata proprio al tema della confessione dell’adulterio alla persona tradita. “Va detto subito”, spiega, “che confessare non è facile, proprio perché il timore di perdere l’altro è altissimo, così come la paura di essere puniti con ritorsioni di vario tipo.  Tuttavia se la confessione è accompagnata dalla ferma intenzione di non ripetere l’errore, così come dal riconoscimento della legittimità della rabbia dell’altro, è senz’altro la scelta migliore”.

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La beffa dei bonus bebè e il paese senza più figli

Se sono una lavoratrice autonoma con due figli di tre e cinque anni, tutto ciò a cui ho diritto oggi, pur avendo messo al mondo due bambini, sono unicamente i miseri sgravi fiscali di sempre, che coprono a malapena le spese per il latte. Niente bonus mamma domani, niente bonus asilo nido o bonus bebé (quest’ultimo solo per i nati dal 2015), niente assegni familiari, cui hanno incredibilmente diritto solo i lavoratori dipendenti. Allo stesso modo, anche se ho un bambino nato nel 2015, ma un reddito ISEE di 26.000 euro, non avrò diritto ad altro che i soliti sgravi: niente bonus bebé (tetto di 25.000 euro) e niente bonus asilo nido (solo per i nati dal 2016). Continua a leggere