Susan Sontag: amore, scrittura, dolore

Unknown“Se fossi costretta a scegliere tra i Doors e Dostoevskij, ovviamente sceglierei Dostoevskij. Ma devo proprio scegliere?”. Del tutto priva di senso era la contrapposizione tra cultura “alta” e cultura popolare per Susan Sontag, saggista, romanziera, drammaturga, cineasta e attivista politica, morta nel 2004. In una lunga intervista del 1979 rilasciata a un giornalista della rivista Rolling Stone, e pubblicata integralmente solo oggi (in Italia per il Saggiatore) col titolo Odio sentirmi una vittima. Intervista su amore, dolore e scrittura con Jonathan Cott, Sontag racconta divertita di come il rock and roll le abbia cambiato letteralmente la vita (insieme a un uso moderato dell’erba). “Credo siano stati Bill Haley and the Comets and Chuck Berry a farmi decidere che dovevo divorziare, lasciare il mondo accademico e cominciare una nuova vita”. Sontag lasciò la prestigiosa Columbia University per intraprendere un’esistenza da free lance autonoma, “che comporta molte insicurezze, preoccupazioni, frustrazioni, nonché lunghi periodi di castità”.

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Tutti i libri da non mettere in valigia

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Forse avevate pensato di acquistarlo in vista di un illusorio tempo libero durante le vacanze estive: il super pubblicizzato corso di inglese di Peter Sloan nelle ultime versioni English Express e English al lavoro (Mondadori). Ma dopo la Brexit e i seccanti ammonimenti ai cittadini esteri in Gran Bretagna (colti, sgobboni e portatori di Pil) meglio cominciare a vivere come se l’Inghilterra fosse un’isoletta secondaria e mettere in valigia corsi di arabo e cinese.

Ma non c’è solo Sloan tra i libri che è consigliabile aggirare, lasciandoli sugli scaffali per i motivi più vari. Ad esempio potreste imbattervi nell’ultimo saggio di Giulio Tremonti, Mundus Furiosus (Mondadori) e chiedervi sensatamente perché acquistare l’ennesima invettiva contro lo strapotere della finanza e le soffocanti regole europee scritta da chi di quel sistema ha fatto parte per decenni, praticando allegramente tagli al welfare e accordi con la vituperata Europa delle banche. Un altro saggio che potete guardare, salvo passare oltre, è l’ultimo libro del sociologo De Masi, Una semplice rivoluzione (Rizzoli). Il cavallo di battaglia è sempre lo stesso: liberare il nostro tempo dal lavoro in vista dell’ozio creativo. Peccato che l’obiettivo sia già stato realizzato: ma grazie a precari, disoccupati e neet.

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Piccolo elogio del mare Adriatico

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Il bambino tira su il retino, con un gridolino di gioia: ha pescato un minuscolo paguro più un piccolo granchio. Magro bottino, ma che importa, la magia di due piccoli esseri viventi che ora nuotano dentro il secchiello di Topolino è eccitazione e felicità. È riuscito ad arrivare a ridosso degli scogli che puntellano il mare perché l’acqua è bassissima e si possono fare ottimi bagni senza paura né braccioli. E poco importa che l’acqua non sia cristallina, ma un po’ terrosa e piena di alghe, qui si tocca sempre e anche la sabbia asciutta è infinita: una lunga striscia che diventa campo di pallavolo, di calcio, di biglie, o terra perfetta per castelli e costruzioni di fantasia (ci sono anche Colossei e Torri di Pisa). È l’Adriatico, con le sue migliaia di stabilimenti, dove i bambini di mezza età giocano a carte per ore, e i bambini piccoli tirano il vestito alle mamme per avere il gelato al gusto di zucchero filato.

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Nora, in Cina per inseguire un sogno: cantare

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Sono in taxi, come al solito qui c’è traffico, possiamo sentirci tra venti minuti?”. Eleonora ha appena 33 anni, vive a Pechino, è soprattutto una musicista (ma non solo) e sta andando alla festa del locale per il quale lavora, dove si esibirà in concerto, come ormai quasi tutti i giorni. “Come sono arrivata a fare la cantante in Cina?”, mi spiega dopo aver trovato una postazione per il pc nel suo locale, mentre viene fotografata da numerose cinesi di passaggio. “Ho studiato relazioni internazionali diplomatiche all’Orientale di Napoli, dove ho iniziato a imparare il cinese. Lo studio mi ha aperto la mente e mi ha spinto ad andare via, anche se a Salerno, dove vivevo e dove vivono i miei genitori, facevo tantissime cose. Politica anzitutto. Peccato che io, e il gruppo di giovani nel quale militavo e con il quale ci battevamo per una politica trasparente e pulita, siamo stati ostacolati in mille modi, persino con la violenza, perché ci rifiutavamo di fare scorrettezze come imbrogli elettorali e firme false. Musica, poi, naturalmente. Peccato che in Italia certe porte non si aprano mai e io non avevo un padre musicista (che quasi quasi sarà il titolo del mio prossimo album); inoltre in Italia, a differenza di tantissimi paesi europei, non c’è nessun tipo di assistenza sociale e di protezione per i musicisti: o sei Laura Pausini oppure soccombi e questa è una cosa vergognosa. In breve, sentivo che nel nostro paese stavo regredendo, mi ero laureata e avevo cominciato i primi lavoretti precari, così ho deciso di partire, intanto per imparare una lingua. Sono arrivata qui a 29 anni, non giovanissima, ma un’età giusta se vuoi prendere la Cina in un certo modo, non da straniero, cioè parlando la loro lingua. Io ad esempio abito in una casa della Pechino vecchia, dove nessuno parla inglese e mi devo sforzare. Ma qui c’è una sensazione magnifica di movimento: pensa che quando è venuta a trovarmi mia madre mi ha detto che le sembrava di rivivere il boom economico italiano. Ed è vero, qui non si sta mai fermi e a me piace lavorare e impegnarmi per tenere viva l’immagine del mio paese portando in giro la musica italiana, non le schifezze di musica contemporanea, i prodotti dei talent show, ma la meravigliosa tradizione di canto autoriale italiano, che è andata persa, magari rivisitata in chiave swing. Sto anche cercando di tradurre in cinese alcuni testi”.

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Maria Luigia, mamma in Senegal dove c’è il mare tutto l’anno

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“Ogni volta che nella nostra vita insieme c’è stato da comprare la tenda del bagno, o il tavolo nuovo, ci guardavamo indecisi, non sapendo quanto tempo saremmo rimasti nello stesso posto”. Maria Luigia oggi vive a Dakar con Fabio e tre figlie di sette, cinque e due anni. Ha conosciuto il suo compagno a Firenze, dove entrambi si sono laureati in Agraria tropicale, entrambi con la voglia di partire. Lei lo ha fatto subito, cominciando dal Vietnam – “un paese in grande fermento economico” – dove ha lavorato quasi due anni con l’Unesco. Successivamente è volata, per il Programma alimentare mondiale, in Niger, “dove ho scoperto un paese bellissimo dal punto di vista naturalistico, ma molto povero, sembrava di stare sempre in un presepe vivente”, e poi in Burkina Faso, dove si è occupata delle rilevazioni della povertà e delle situazioni di bisogno alimentare. Sia in Niger che in Burkina Faso è riuscita a ricongiungersi a Fabio, arrivato anche lui dal Vietnam grazie alla sua esperienza nella gestione dell’aviaria e poi spostatosi nel settore delle campagne di sensibilizzazione, le “pubblicità progresso” per l’Unicef. Infine è sopraggiunta per entrambi la possibilità di spostarsi in Senegal, a Dakar, dove Fabio lavora sempre per l’Unicef e Maria Luigia continua a lavorare per il Programma alimentare mondiale, ma da casa, per seguire meglio le sue bimbe. “Ogni due ore mi devo alzare per andare a prendere una o l’altra da scuola o per portarle a fare qualche attività, però va bene così. Ho sempre amato fare mille cose diverse: dal corso di lingua locale ai corsi di cucito, ho anche organizzato corsi di ginnastica per i bambini. E anche alle bambine cerco di trasmettere il piacere di fare cose nuove, più che le tecnologie o la televisione: che peraltro non possediamo. Le sorelle sono molto unite tra di loro, d’altronde anche noi lo siamo, non avendo le nostre famiglie, anche se le bimbe richiedono molta attenzione e tutto è schiacciato sulle loro attività. Eppure io avrei fatto anche il quarto figlio, ma il mio compagno ha detto che piuttosto si sarebbe fatto prete!”.

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Mamma in Danimarca, a casa mai dopo le quattro

“Restare al lavoro dopo le cinque? Non lo fa nessuno, e quando capita magari ti chiedono Unknownse hai problemi in famiglia. Qui, infatti, si arriva a casa presto, in modo da poter accompagnare i bambini alle varie attività, tipo ginnastica, canto, pianoforte. Alle 18, si cena. Il valore della famiglia è reale, concreto, e tra l’altro nessuno ha problemi a dire in ufficio che è incinta, si viene festeggiate punto e basta”. Francesca, 44 anni e due bambini di 11 e 8 anni, parla con voce rilassata, camminando in mezzo al verde. Vive a Copenaghen dal 2012, dopo aver lavorato prima in Irlanda, poi – a lungo – a Roma come avvocato, mentre il suo compagno, danese, insegnava all’Università americana della capitale.

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Fenomenologia della Prova Costume

È diventata una vera e propria categoria dello spirito, qualcosa di moralmente impossibile in_forma_ilpuntodilelloda schivare una volta lasciata Pasqua alle spalle: è la Prova Costume (sì, c’è chi lo scrive in maiuscolo), un collaudo inevitabile e obbligatorio del tutto indipendente dalla reale volontà di frequentare spiagge nei mesi a venire. Prepararsi alla Prova Costume, e provare ansia per il responso, significa infatti essere in sintonia con il tempo, entrare nello spirito giusto, proprio come a Natale è inevitabile l’addobbo scintillante e il pranzo pantagruelico. A farne le spese, però, è il corpo. Oggetto imperfetto per antonomasia, non solo perché mortale ma anche perché dotato di adipe, peli, nei, seni e genitali penduli, si trova a dover corrispondere a uno schema impostogli dall’esterno: perché non è il costume che deve adattarsi al corpo, come il buon senso vorrebbe, ma il corpo che deve adattarsi al costume (essere in “forma”), un vero paradosso. Continua a leggere

L’ex detenuto: «Shakespeare mi ha salvato»

image“Se nei vicoli di scuola avessi incontrato Amleto e Macbeth, non sarei arrivato in carcere”. Ne è convinto, tanto da farne il perno dei suoi ultimi dieci anni di vita, Salvatore Striano, ex detenuto, oggi scrittore e attore. Condannato a quattordici anni per associazione a delinquere, estorsione e spaccio di droga, in carcere incontra, attraverso il regista Fabio Cavalli, il teatro: De Filippo, ma soprattutto William Shakespeare, che gli insegna a non praticare la vendetta, “perché ti riempie di niente e anzi ti svuota ancora di più, perché ti toglie pure la vittima su cui ti stai sfogando solo per non odiare troppo te stesso”. È l’inizio di una conversione radicale, che porta “Sasà” a diventare, una volta uscito dal carcere, attore di teatro e di cinema (è stato scelto da Matteo Garrone per Gomorra, dai fratelli Taviani per Cesare deve morire, da Ascanio Celestini per Viva la Sposa). Ma soprattutto testimone – nelle scuole dove spesso si reca e nelle carceri – di qualcosa che si è assurdamente dimenticato, tanto svilite sono le discipline umanistiche. E cioè che l’arte e la letteratura non sono hobby, ma strumenti che letteralmente ti salvano la vita: proprio come recita il sottotitolo del nuovo (e secondo) poetico libro edito per Chiare Lettere: La Tempesta: il romanzo di una vita salvata da Shakespeare e dall’amore per i libri. 

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Essere mamma in Austria, tra sussidi e città a misura di bambino

UnknownCecilia vive a Vienna da otto anni, insieme al marito (avvocato) e due bimbi di quattro e cinque anni e mezzo. Alle spalle, ha una laurea in scienze internazionali e una specialistica in relazioni internazionali, che le ha consentito di lavorare prima all’Assemblea parlamentare dell’Osce, poi al Parlamento europeo a Vienna, infine all’Istituto italiano di cultura, sempre a Vienna – “una deviazione rispetto al mio ramo professionale, ma avevo i bambini piccolissimi e lavorare solo poche ore di mattina era perfetto”. Difficoltà linguistiche? “Nessuna, perché a Milano, dove abitavo, ho frequentato la scuola tedesca, mentre mio marito, conosciuto durante un Erasmus in Romania, è austriaco”.

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La vita vera dopo il calcio

UnknownUn dato di fatto – il mestiere del calciatore finisce quando per gli altri, nel paese dei “bamboccioni”, la vita lavorativa inizia – e una curiosità: che succede nella vite dei calciatori quando il gioco finisce, i riflettori si spengono, la recita del pallone arriva all’ultimo atto? Il giornalista Matteo Cruccu ha indagato oltre cinquanta “vite dopo la vita” di calciatori italiani e poi ha deciso di raccoglierne dieci nel libro Ex. Storia di uomini dopo il calcio (Baldini e Castoldi): “Storie di rabbia e gioie, perdite e ritrovamenti, di battistiane discese e risalite”. Non tutti i destini sono uguali, e neppure le scelte. C’è chi, ad esempio, dice “Questa volta è l’ultima”, come Marco Ballotta, portiere di poche parole, e poi non riesce a smettere , perché la dipendenza dal calcio è più forte; e così a 45 anni – e dopo provato a intraprendere la via della giacca e cravatta dirigenziali, e anche quello di un’azienda specializzata con la geotermia – ha deciso di rimettersi i guanti e ricominciare a fare i balzi, anche se i compagni sono grandi come i suoi nipoti.

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