Meno vino, meno olio, ma anche meno cereali, la cui produzione si ridurrà drasticamente a causa di calore, inondazioni e gelate. Via anche buona parte del pesce, sopraffatto sia dall’overfishing dei nostri mari e oceani sovrasfruttati, ma anche dell’aumento di Co2 nelle acque e della loro progressiva acidificazione. Calerà drasticamente anche la carne, per la cui produzione è richiesta una quantità di acqua che sempre meno potremo permetterci. Così il cambiamento climatico sta arrivando dritto dritto nel nostro piatto.  “Ricorda quando, l’anno scorso, gli agricoltori sono scesi in piazza? La loro non era una protesta, ma un vero grido di dolore. Solo nel 2018 si è persa la metà delle produzioni di olio di oliva, che viene tra l’altro da piccole aziende con margini di profitto bassi”. Riccardo Valentini  è un ricercatore scientifico di fama e professore ordinario presso l’Università degli studi della Tuscia. Tra i vari titoli annovera quello di membro dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC, che ha ricevuto il Premio Nobel per la pace nel 2007) e di Direttore della Divisione Impatti del Clima e Membro del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC). “Se uniamo cambiamenti climatici e agenti patogeni, ad esempio parassiti come la Xylella in Puglia, c’è il pericolo reale  che scompaia un pezzo importante del nostro paesaggio”. Anche la vite, altro simbolo del paesaggio mediterraneo, rischia di subire stravolgimenti. Li ha messi nero su bianco un innovativo studio interdisciplinare condotto dalla Fondazione Edmund Mach, l’Università di Trento e la Fondazione Bruno Kessler, che ha indagato l’impatto del riscaldamento su cinque varietà di vite in due periodi (2021-2050 e 2071-2099),  simulando le fasi di germogliamento, fioritura e invaiatura. “Sono lontani i tempi della poesia San Martino quando il ribollir dei tini era a novembre”, spiega il prof. Andrea Segré, Professore ordinario di Politica agraria internazionale e comparata all’Università di Bologna, Fondatore e Presidente di Last Minute Market, Presidente della Fondazione FICO e della stessa Fondazione Edmund Mach. “La vite ha un ciclo vegetativo sempre più anticipato e un accorciamento del periodo di vendemmia per le cantine, con forti conseguenze nelle organizzazioni delle aziende vinicole”. 

Cala la produzione, ma il problema è anche la qualità

Il problema però,  non è solo quello che nel piatto non vedremo più. Ma anche il sapore di ciò che mangeremo e, soprattutto, la qualità degli alimenti, ad esempio l’apporto proteico dei cereali: un problema per noi occidentali e un dramma per chi nei paesi poveri si alimenta soprattutto con quelli. “Sto rientrando dalla Terza Conferenza internazionale su Agricoltura e Cambiamenti climatici di Budapest, dove il problema trattato è stato proprio quello su come mantenere il contenuto e la qualità della produzione agricola”, spiega Donatella Spano, Professore ordinario Dipartimento di agraria dell’Università di Sassari e componente  e membro senior del comitato strategico del CMCC. “Prendiamo il grano duro: rischiamo che perda sia contenuto proteico che i minerali, e lo stesso vale per altre produzioni italiane, in particolare anche i comparti dei latticini, come il parmigiano e il grana, prodotti tipici del Made in Italy di cui dobbiamo cercare di mantenere non solo la quantità ma anche la qualità”. Lo stesso discorso vale per la consistenza della carne, che potrebbe essere meno proteica, più grassa e scadente, così come per il colore o sapore delle uova. E lo stesso tanto prezioso ed esaltato pesce potrebbe, nel 2050, perdere il suo contenuto di fosforo, impoverendosi notevolmente. 

Costretti a cambiare dieta. Per fortuna

In questo scenario poco rassicurante uno spiraglio di speranza c’è. E sta proprio nella convergenza tra una dieta sostenibile per il pianeta e al tempo stesso per la nostra salute. “Oggi quello che mangiamo fa male alla terra e a noi stessi, visto che abbiamo milioni di morte per ictus, malattie cardiovascolari e diabete”, continua Valentini. “Cambiare dieta significa avere quella che si chiama una ‘win win situation’, dove cioè tutti ci guadagnano”, spiega la ricercatrice e medico specialista in scienza dell’alimentazione, Silvia Goggi, co-autore delle linee guida per la pianificazione di diete a base l’alimentazione a base vegetale  pubblicate sul Journal of the Academy of Nutrition and Dietetics. “Si fa un grande parlare di energie rinnovabili, trasporti elettrici etc, ma si ricorda poco che scegliere ciò che mettiamo nel piatto è un’azione potentissima a favore del pianeta che può essere compiuta subito, optando per un regime alimentare a base vegetale, fondato su cereali, legumi e frutta”. La Società Scientifica di Nutrizione Vegetariana (SSNV) ha creato un sito (www.mioecomenu.it) per conoscere l’impatto ambientale dei propri pasti, mentre per dare indicazioni a mense aziendali e universitarie su come modificare i menu in funzione del pianeta è nato il progetto “SU-ETABLE LIFE”, finalizzato più in generale, spiega Valentini, “a spingere i cittadini europei ad adottare una dieta sostenibile”. “Adottare la vera dieta mediterranea e valorizzare la filiera corta, evitando che i prodotti facciano il giro del mondo è già una risposta”, dice a sua volta il prof. Segré. 

Le risposte? Tanta tecnologia e agricoltura sostenibile

E dunque questo è il nostro futuro vicino: mangiare la carne solo la domenica, o per le feste comandate, “scegliere pesci poveri come sgombro e alici, addio tonno e spada”, nota Valentini, riscoprire varietà di frutta, ad esempio di pere e mele, magari meno belle ma più resistenti, perché ad esempio espressione di un patrimonio genetico antico che si andrà recuperando. Una rivoluzione culturale a portata di mano, ma che va iniziata subito. 

Il resto, ovviamente, dovranno farlo la scienza tecnologia. “Intelligenza artificiale applicata alle colture e sistemi di monitoraggio e controllo per un’agricoltura di precisione, sia per la fertilizzazione e la concimazione che l’irrigazione, per arrivare a un controllo computerizzato sulla gestione delle proprie risorse”, dice Donatella Spano. Molte colture, poi, verranno spostate sempre più in quota, mentre si selezioneranno le specie più resistenti al cambiamento climatico.  Oltre alla querelle tra carnivori e vegani, il cambiamento climatico, concordano gli esperti, porterà ad una fine delle discussioni ideologiche anche in agricoltura: “È ormai evidente che agricoltura tecnologica, biologica, biodinamica sono forme diverse di un’unica agricoltura, quella che fa bene al pianeta”, conclude Valentini. Il problema ultimo, però, è sempre lo stesso. “Oggi le persone apprezzano i prodotti locali e sostenibili e c’è grande fermento, quello che manca è un approccio sistemico vero, nazionale. La politica non ha un’agenda ambientale, è assurdo, perché qui si tratta di riconvertire tutto il nostro sistema sociale ed economico: per ascoltare, appunto, il grido di quegli agricoltori ed evitare future diseguaglianze e persino emigrazioni, a causa del riscaldamento climatico”. 

Aprile 2019, Il Fatto Quotidiano

Foto da Foodle Factor

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.