Intervista a Paola Mercogliano

Come cambierà il clima nel nostro paese e cosa dobbiamo aspettarci per i prossimi anni? La fisica Paola Mercogliano, responsabile della divisione di ricerca della Fondazione CMCC REMHI (che si occupa dello sviluppo di modelli climatici ad alta risoluzione) e membro del Consiglio Direttivo della Società Italiana per le Scienze del Clima (SISC), chiarisce fin dove la scienza climatica può arrivare nella simulazione delle conseguenze del cambiamento climatico nel Mediterraneo e quali misure di adattamento potrebbero essere messe in atto. “Noi lavoriamo già da tempo con numerosi amministratori locali su vari progetti di adattamento, per i quali ci sono ormai numerosissimi fondi a disposizione”, spiega. “Alla politica vorrei dire: noi scienziati siamo pronti a sostenervi. La ricerca c’è, occorre ormai solo tradurla in politiche, meglio se condivise con i cittadini”.

Lei si occupa di modelli climatici, in particolare rispetto al Mediterraneo. Possiamo dire come evolverà il nostro clima?

Chi fa modelli climatici come noi non può dire esattamente come evolverà il clima, perché il problema è che il clima dipende dalla concentrazione di gas climalteranti che nel futuro andremo ad immettere in atmosfera, in altre parole dall’applicazione o meno e dal livello di importanza che avranno le politiche di mitigazione. Noi possiamo fare scenari in questo senso: se si immette un certo tot di gas serra in atmosfera, il sistema terrestre risponderà in un certo modo. Tra l’altro una cosa che non si sa è che la traiettoria rilasciata dall’IPCC (L’organismo di ricerca dell‘Onu che si occupa di cambiamento climatico), con cui variano le emissioni, la fanno persone con competenze in politica ed economia, non i climatologi. Questa traiettorie che immaginano nel tempo come variano i gas climalteranti in atmosfera per effetto delle attività umane dipendono da diversi fattori, ad esempio dal tipo di energia usata, dal Pil etc. Noi trasformiamo queste informazioni in variazione (aumento se le traiettorie indicano un aumento di queste concentrazioni) della temperatura attraverso i modelli climatici globali. A valle di ciò con modelli climatici di dettaglio andiamo a capire cosa questa variazione di temperatura quali conseguenze determini su scala locale, e da ciò gli impatti su questa scala.

In ogni caso alcune tendenze sono delineate.

Oramai il cambiamento climatico è in atto, ma ci sono differenze significative tra cosa determini il cambiamento climatico a seconda dell’area considerata. Prendiamo ad esempio l’Italia e l’andamento atteso per la variazione della pioggia. Al sud gli scenari indicano che la pioggia diminuisce sia in inverno che in estate, al nord invece

l’indicazione è di minor pioggia in estate ma di più l’inverno quindi un amministratore del nord e uno del sud dovrebbero comportarsi in maniera molto diversa, nel senso che le politiche da mettere in atto sono diverse e così l’adattamento. In generale comunque dobbiamo anche ricordare che nel processo di creazione degli scenario esiste comunque sempre una incertezza intrinseca ma questo è positivo, non perché significhi che la situazione è meno grave, ma perché possiamo ancora decidere come muoverci. La variazione della temperatura è un’informazione, ma come gestirla dipende dal fatto che una certa comunità ragioni su una misura di adattamento e gestisca l’incertezza.

È vero che il Mediterraneo è un hotspot, cioè si riscalda di più di altre zone del mondo?

Il quadro è complesso, il Mediterraneo è una zona di confine tra l’Europa continentale e l’Africa, cosa che lo rende una zona molto sensibile al cambiamento climatico. Ci sono tanti microclimi che sarà difficile preservare se la temperatura aumenta, con tutte le altre conseguenze che ciò comporta sul clima. Anche l’aumento della temperatura del mare provoca tra gli altri impatti perdita di biodiversità, modifica della flora e fauna, e poi sono gli impatti, sulla salute, sulle infrastrutture, che in Italia sono già un problema senza cambiamento climatico, specie quelle sulla costa, sui beni culturali all’aperto e che sono a rischio per le temperature. Un quadro esaustivo di quelli che sono gli impatti attesi sull’Italia si trova nella SNAC (Strategia Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici) e sarà anche disponibile nel PNAC (Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici), che speriamo sia rilasciato a breve ma alcuni documenti tecnici in bozza sono già consultabile sul sito del Ministero.

Può spiegarci cos’è questo Piano?

Il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti climatici, il cui proponente è il ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, costituisce un quadro aggiornato delle tendenze climatiche in atto a livello nazionale e sugli scenari climatici futuri, individuando possibili azioni di adattamento e relativi strumenti di monitoraggio e valutazione dell’efficacia. Il testo analizza gli impatti e le vulnerabilità territoriali, evidenziando quali aree e settori siano maggiormente a rischio. Attraverso un set di indicatori, definisce le macro-regioni climatiche e le cosiddette “aree climatiche omogenee”: le prime vivono e hanno vissuto condizioni climatiche simili, le seconde sono caratterizzate da uguale condizione climatica attuale e da una stessa proiezione climatica di anomalia futura. In altre parole, questo documento contiene indicazioni su quelli che sono, per le diverse zone italiane, i cambiamenti climatici attesi e i maggiori impatti che essi determineranno su settori naturali ed economici fondamentali per il nostro paese. Ad esempio, importantissimi, gli impatti sulla disponibilità idrica, perché se piove meno questo impatta anche la qualità dell’acqua,

inoltre bisogna decidere a quale settore dare la priorità: agricoltura? Cittadini? Industria? Tuttavia c’è un aspetto positivo.

Quale?

Un tempo la scienza del cambiamento climatico parlava solo a livello globale, ora riusciamo a dare indicazioni anche sulle scale più locali, i modelli climatici a cui lavoriamo riescono a scenari climatici sulle città, valutando il cosiddetto “plus antropogenico”, perché a parità di variazioni i contesti urbani sono più vulnerabili al cambiamento climatico. Cosa significa un certo aumento della temperatura per Roma e Milano? Questa scala di dettaglio raggiunta della scienza climatica sta iniziando sicuramente a destare anche l’interesse dei privati: mercati immobiliari, costruttori di infrastrutture, aziende alimentari, aziende che si occupano di logistica, iniziano a preoccuparsi, si sono resi conto che si tratta di una variabile economica di cui tenere conto.

Come dialogate con le istituzioni italiane? E soprattutto, le istituzioni sono sensibili al tema?

Anzitutto, vorrei dire che le possibilità di finanziamento per progetti di adattamento sono enormi, è veramente facile avere fondi messi a disposizione dall’Europa Cito ad esempio la piattaforma LIFE2020 (sito ufficiale della comunità europea). Pensare l’adattamento significa valutare se i tetti verdi sono efficaci o meno nel contesto locale in cui vogliamo usarli per farlo diventare più resiliente al cambiamento climatico, come fare la riforestazione urbana, la scelta del tipo di asfalto, la costruzione di vasche di laminazione per la pioggia etc. E sì, ci sono tantissimi progetti in corso, penso alle foreste urbane di Prato, a Bologna e Milano, ma penso anche ai piani di sviluppo rurale in cui sto lavorando in Campania e Puglia, dove noi esperti indichiamo quali saranno le colture da piantumare nei prossimi anni e quelle che non ce la faranno invece a sopravvivere o perlomeno la cui coltivazione comporterebbe un enorme aggravio, ad esempio dei costi. Auspichiamo nei prossimi anni la sensibilità verso questi temi delle comunità e di chi le gestisce aumenti ancora di più e sia sempre più strutturata, ma quello che vorremmo dire è che noi scienziati siamo pronti a supportarli. Certo anche noi dobbiamo darci da fare per favorire sempre di più il trasferimento della conoscenza dalla comunità scientifica alle comunità. Naturalmente perché le misure di adattamento siano efficaci vanno valutate nel contesto locale andrebbero condivise con la popolazione attraverso processi partecipativi e non calate dall’alto.

Come CMCC avete creato anche la piattaforma Data Clime.

Sì, il nostro obiettivo era quella di produrre dati climatici per gli utenti, abbattendo la barriera tra dato climatico, che è un dato complesso, e chi lo utilizza. Non è stato facile ma piano piano sta cominciando a funzionare, nell’ambito dell’agricoltura, delle

infrastrutture. Lavoriamo sia con sia pubblici che privati. Ad esempio abbiamo dato delle indicazioni sul tema della gestione della futura disponibilità idrica, ma anche ad aziende di abbigliamento. Che vogliono sapere che tipo di collezioni fare e quando metterle sul mercato in base alle previsioni.

In conclusione, cosa direbbe a chi ancora sminuisce o nega il cambiamento climatico?

Per quanto mi riguarda, non vorrei neanche considerarli. Sono secoli che non si vedono, almeno da quanto abbiamo dei dati, variazioni di temperatura su un tempo così ravvicinato e di certo non è la terra ad essere impazzita. Il meccanismo tra l’altro è semplicissimo: noi esistiamo grazie ai gas serra che hanno fatto si che la temperatura dell’atmosfera fosse tra i 18 ai 20 gradi, senza questi gas serra non avremmo quella condizione di vita; quindi come funzionano questi gas è qualcosa di noto. Quando aumenti a dismisura questi gas serra il sistema si altera, la dinamica è banale dal punto di vista delle leggi fisiche, ripeto è nota. Noi comunque speriamo soprattutto nell’educazione ambientale nelle scuole. Fin dal primo anno, non in aggiunta a quanto è già stato pensato di fare alla fine del percorso.

Pubblicato sul Fatto quotidiano l’8 settembre 2020

Foto di Rudy and Peter Skitterians da Pixabay

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