Ha dichiarato di voler “passare il megafono ad altri”, di lasciare spazio agli attivisti e alle attiviste di altri paesi, specie di quelli più vulnerabili e colpiti. Ma quello di Greta Thunberg, che per la prima volta non è andata alla COP, quella che si sta tenendo in questi giorni in Egitto, non è un addio al suo ruolo all’interno del movimento climatico. Semmai, è uno spostarsi un poco nelle retrovie. Anche per poter, come tante volte ha dichiarato, tornare a studiare. E proprio dal suo studio è nato oggi l’imponente libro “The Climate Book” (edito in Italia da Mondadori), una sorta di summa della crisi climatica, con il contributo di decine e decine tra i più esperti, ma anche attivisti e fotografi, del tema del mondo. Greta, tuttavia, firma tutti i capitoli introduttivi. E sono parole, le sue, di grandissimo peso.

Sul clima non esistono grigi: o si è sostenibili o non lo si è

L’attivista svedese parte dicendo che “quello climatico è il tema che come nessun altro definirà e plasmerà la nostra vita quotidiana in futuro. E’ dolorosamente chiaro”. Questo perché abbiamo sprecato vari anni ignorando e sminuendo l’emergenza, tanto che “le nostre società sono ancora in fase di negazione”. Purtroppo, in quella che Greta definisce l’era della grande macchina del greenwashing, non esistono grigi, ma solo bianchi e neri. “Ci sono confini del pianeta che non possiamo oltrepassare. O si è sostenibili o non lo si è”. Tertium non datur.

Con grande acume, l’attivista nota che difficilmente potremo salvare il mondo se non rispondiamo ad una serie di domande fondamentali. Ad esempio: “Che cos’è che vogliamo risolvere in primo luogo? Che obiettivo abbiamo? Salvaguardare le condizioni di vita presenti, cercare uno sviluppo green oppure ridurre le emissioni?”. E la speranza di cui diciamo di avere bisogno per chi è? Per chi ha creato il problema o per chi già ne subisce le conseguenze?”.

L’attivista svedese ribadisce poi che la speranza “non consiste di fingere che andrà tutto bene”. La speranza “è qualcosa che ci si deve guadagnare, creare. La speranza è agire. E uscire dalla propria confort zone”.

Crisi climatica, crisi di giustizia

Uno dei grandi temi di Greta Thunberg, presente nel libro, è quello della giustizia climatica. L’1 per cento della popolazione produce oltre il doppio dell’inquinamento da carbonio rispetta alla metà più povera del genere umano. Il 10% produce il 50% delle nostre emissioni di CO2. A quell’1%, a quel 10%, commenta, non serve la speranza. Purtroppo, poi, il consumo è ormai al centro della nostra vita quotidiana “e mano mano che prendiamo le distanze dalla natura, diventa sempre più difficile ricordarci che ne facciamo parte”. Eppure non siamo i padroni del pianeta, più di quanto non lo siano rane e coleotteri, commenta.

D’altronde, una minoranza ha causato questa crisi planetaria e allora dire che nel mondo ci sarebbero troppe persone, sostiene Greta, “è fuorviante”. In questo senso, l’approccio corretto non potrà che essere etico, perché è impossibile parlare di una crisi esistenziale dell’umanità senza parlare “della diseguaglianza, dello sfruttamento dei lavoratori e della natura, dell’iperconsumismo”. Purtroppo, nonostante decenni di discussioni, le emissioni nazionali non sono diminuite. Anzi, andiamo verso un riscaldamento di 3,2 gradi, una catastrofe. A quel punto, dice Greta, “nessun muro, nessuna rete di filo spinato può tenere chicchessia al sicuro. Chiudere porti non farà scomparire i problemi”.

Un appello severo Greta Thunberg lo fa a giornali e tv. La nostra incapacità di fermare la crisi climatica è il frutto di “un continuo fallimento da parte dei media”. Le informazioni non vengono raccontate, confezionate o veicolate nel modo in cui dovrebbero. Se non si tiene conto del tempo, il racconto di una foresta che brucia o di un’ondata di caldo record, spiega Greta, non saranno che catastrofi isolate. Ma le persone, così, non capiscono.

Ci salviamo con la scienza. Con l’attivismo diffuso. E la speranza attiva

Cosa fare, allora? La tecnologia non basterà a salvarci. La scienza è, invece, “quanto di più solido possa esistere”. Un passaggio concettuale importante, secondo l’attivista, è questo: smettere di chiedersi cosa dobbiamo fare per il pianeta e cominciare a chiedersi “cosa dobbiamo smettere di fare”. Decrescita, riduzione dei consumi. Se riusciamo a fare le cose bene, “le nostre vite acquisteranno più significato di quanto possano mai darcene il consumo eccessivo”. Comunità, solidarietà, amore.

Inoltre, abbiamo bisogno di un modo di pensare completamente nuovo. Capire che “non possiamo vivere in modo sostenibile all’interno del sistema economico odierno”. Ma sono i singoli o il sistema a dover cambiare? “Entrambi: perché non c’è l’uno senza l’altro”, afferma l’attivista.

Infine, occorre assolutamente cominciare a parlare di crisi climatica ovunque, in tutti i contesti, non solo libri, “anche film e canzoni, pranzi di lavoro e riunioni di famiglia, in ascensore, alla fermata dell’autobus, a scuola, nelle palestre e nei bar, negli ospedali e nelle officine e negli stadi, sui social e per le strade”, sostiene l’attivista. tutti dovremmo diventare cittadini attivi e chiamare a rispondere delle proprie azioni chi è il potere.

Soprattutto, per salvare il mondo serve una cosa fondamentale: bisogna volerlo. E se lo si vuole veramente, a differenza dei politici che hanno altre priorità, occorre fare una semplice operazione di verità, che è l’ultima frase del libro e insieme un invito solenne: “Dite le cose come stanno”.

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