Autonomia, libertà, autoespressione: sono le parole-mantra con cui cresciamo oggi ə nostrə piccolə, spesso figliə unicə. La felicità e l’eccitazione con cui accogliamo ogni loro passo verso l’autosufficienza, le mille attività che facciamo loro fare perché possano essere competenti e insieme senza vincoli, la retorica con cui lə accompagniamo mentre diventano grandi presuppongono lo stesso slogan: sii felice, sii liberə, scegli ciò che credi, quello soddisfa i tuoi desideri.

L’io atomizzato e la rivincita deə single

La retorica dell’autonomia non si ferma all’infanzia. Caratterizzaanche ə giovani adultə e adultə stessə. In fondo, il fatto di “dover contare su se stessə”, l’idea dello studio soggettivo come leva per la carriera, la competizione che mette i soggetti gli uni contro gli altri presuppongono quello che alcuni filosofi hanno chiamato un “io atomizzato”. Solə, in gara contro altri e altre.

Ma la retorica dell’io viene anche difesa come imprescindibile per la felicità. Curo il mio corpo, solo il mio, perché diventi quanto più sano e dunque capace di muoversi liberamente dove crede. Pianifico la mia esistenza in base esclusivamente a me stessə. Scelgo unicamente sulle mie esigenze. E non è un caso che aumentino le famiglie fatte solo di single, tanto da aver superato numericamente le altre ormai.

Non è un caso si facciano sempre meno figli e figlie: in Italia ormai è caduta libera. La libertà individuale viene vista come troppo preziosa, qualcosa di intoccabile. Anche all’interno di chi è in famiglia, infatti, la ricerca dell’autonomia provoca frizioni continue. Perché lo stare insieme limita, impedisce l’autoespressione individuale, che non vuole confini.

Si accompagna a questa visione un uso delle risorse naturale incontrollato, ma soprattutto inconsapevole. Acqua, luce, gas, benzina – in questo immaginario – sono dati per scontati, tanto che non ci facciamo più caso, almeno fino a quando i costi aumentano alle stelle. Fino a oggi sono stati presupposti nascosti della nostra morale incentrata sull’individuo libero, senza vincoli, in crescita continua.

La scoperta improvvisa della nostra dipendenza

Poi è arrivata la tempesta perfetta: la siccità che ha costretto in alcuni luoghi al razionamento e più in generale ha mostrato come l’acqua – presente nella retorica dell’io come simbolo di salute da bere a più non posso, meglio se minerale – potrebbe progressivamente esaurirsi. Il costo del gas, legato alla speculazione, alla guerra, ma anche al fatto che non si tratta di risorsa infinita, ha posto un brusco freno al nostro muoverci incontrollatə e autonomə.

Gli aumenti dei beni alimentari ci hanno portato dalla scelta senza problemi di una varietà di alimenti sterminata – anche per seguire diete basate su pesce 5 volte a settimana e frutta esotica – al controllo ossessivo del prezzo e a un cambio forzato di alimentazione.

Ci siamo scopertə, in altre parole dipendenti: dipendenti da ciò che mangiamo, da ciò che beviamo. Una presa di coscienza che potrebbe sembrare banale – è ovvio che se non beviamo moriamo – ma così non è perché il flusso incontrollato di beni, merci e servizi ci aveva ormai convintə che la nostra parte dipendente, vulnerabile, corporea poteva essere data per scontata.

Percepire, all’improvviso, che così non è stato un choc. Ritornano le immagini delle carestie, del cibo razionato, della lotta per la sopravvivenza. Ritorna l’incubo della stanzialità forzata che ha segnato intere generazioni prima di noi. Con l’aggravante, oggi, di una crisi climatica che invece presupporrebbe più mobilità, per potersi sottrarre, potendo, ai suoi effetti più drammatici, come le ondate di calore. Che, di nuovo, tra l’altro, ci ricordano che siamo fattə di corpo e che un corpo esposto a un caldo eccessivo può soccombere.

Una nuova autonomia. Radicata nella materia

Ma questa nuova consapevolezza, per quanto profondamente angosciante, può essere benigna. Tornare a interrogarsi su come il cibo viene prodotto, sulla sua provenienza, su quali scelte alimentari giovino più alla terra, prima che a noi; riflettere sulla fragilità della risorsa idrica, capire come evitare di sprecarla, ma anche come fare scelte che non arricchiscano i pochi, come consumare minerale; chiedersi quante emissioni produce un pieno di benzina e come possiamo spostarci altrimenti, cambiando la nostra mobilità anzitutto nell’immaginario.

Sono tutti cambiamenti positivi, perché partono dal realizzare, come tante generazioni prima di noi, che nulla è scontato. E che, altro che liberə e autonomə, al contrario dipendiamo radicalmente da ciò che ci consente di esistere.

Questa nuova visione, inoltre, è quella che potrebbe portarci a una nuova forma di indipendenza, ma questa volta radicata sulla consapevolezza della vulnerabilità e sul rispetto risorse: è l’indipendenza dell’energia pulita e della comunità energetiche. È l’indipendenza di coltivare un orto e vivere in parte di quello. È l’indipendenza di chi raccoglie l’acqua piovana e la usa per tutto l’anno. È l’indipendenza di chi si muove con un’auto alimentata, almeno in buona parte, dall’energia autoprodotta. Si tratta di pratiche che ci restituiscono un senso di autonomia nuovo e gratificante. Un’autonomia che passa per la conoscenza di come si produce il cibo e l’energia che ci serve per muoverci. Un’autonomia che non presuppone la competizione ma la cooperazione.

In questa campagna elettorale piena di inutili slogan e di proposte demagogiche sul prezzo del gas, sarebbe opportuno ricordare a elettori ed elettrici l’alternativa a una decrescita infelice: non è tornare indietro o vagheggiare forme di produzione dell’energia che possano restituirci un’esistenza senza limiti, come l’atomo. Ma che esistono nuovi modi di produzione rispettosi dell’ambiente e al tempo stesso in grado di ridarci libertà, anche se una libertà diversa. Che scaccia la paura di restare privə di sostentamento, senza però tornare a una vita in cui il sostentamento è dato per scontato, qualcosa di cui non dobbiamo più occuparci o in cui il consumo è illimitato.

Lo choc di questi mesi ci ricorda che siamo drasticamente radicatə nella materia. E per quanto faccia male, può essere l’inizio di una vita finalmente diversa.

Pubblicato su La Svolta del 5 settembre 2022.

Image by Gerhard from Pixabay

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