Fino a l’altro ieri eravamo tutti appesi alle previsioni meteo: cittadini, agricoltori, politici. Esattamente come nel Medioevo, esattamente come nell’età moderna, guardando il cielo per sperare nella pioggia, perché senza pioggia l’agricoltura, e non solo, è in ginocchio e la produzione di cibo a rischio. A pensarci bene, la condizione nella quale una siccità più grave di altre ci ha gettato racconta del paradosso in cui viviamo. Da un lato, siamo in un mondo ipertecnologico, che ci consente di avere smartphone sofisticatissimi. Un mondo in cui andiamo nello spazio, in cui abbiamo aerei che spostano centinaia di persone da un continente all’altro, macchine che vanno da sole. Eppure siamo appesi al cielo, alla pioggia che se non arriva ci getta nella disperazione. E ci prospetta addirittura un futuro di carenza alimentare.

La siccità è una piaga che ci affliggerà sempre di più, come gli scienziati vanno spiegando da anni, perché direttamente legata alla crisi climatica. Piove sempre meno spesso, e poi l’acqua arriva tutta insieme. Il che è una sciagura, perché in questo modo i campi, gli alberi non sono bagnati in maniera regolare. Mentre nelle nostre città aumentano le polveri sottili, che non vengono spazzate via dalla pioggia leggera e benefica. Inoltre, anche se siamo nell’era della tecnologia estrema, non siamo incredibilmente ancora capaci di raccogliere tutta l’acqua piovana che cade dal cielo, perché mancano gli invasi a causa dell’assenza, ancora, di una cultura che considera appunto ogni goccia qualcosa da risparmiare. Non solo. Un paese potrebbe soffrire di una siccità spaventosa e inedita, come accaduto in alcuni paesi africani, tra cui il Madagascar, perché la pioggia potrebbe scaricarsi altrove. E questo vuol dire che la mancanza di acqua potrebbe mandare in crisi anche il nostro paese, come d’altronde anche la mancanza di materie prime, anzitutto alimentari. Anch’esse finite, non replicabili all’infinito e sempre più soggette alle conseguenze della crisi climatica.

Di fronte a tutto questo, appaiono veramente grotteschi sia i fautori della crescita a tutti i costi, compresi i fautori della eco-crescita, che di fatto sono fautori della crescita tout court mascherata, a partire – sic – dal ministro Cingolani. Quasi sempre uomini, anziani, che ricoprono importanti cariche all’interno di istituzioni e giornali. Per costoro, la tragica limitatezza delle materie prime, a partire dall’acqua, a causa della crisi climatica, non è un problema. Agitando lo spettro di un realismo che secondo loro mancherebbe a Greta Thunberg e agli ambientalisti “apocalittici”, come se non fosse realista far vedere gli effetti drammatici della crisi climatica, come se non fossero realisti i dati, sostengono che a salvarci sarà lo sviluppo e la tecnologia. Proprio quelli che ci hanno spinto in parte nel baratro. Proprio quelli che comunque non ci potrebbero certo far scendere acqua dal cielo né far apparire grano e mais magicamente nei campi.

La visione tecnocratica sulla crisi climatica, che spinge per lo stoccaggio della CO2, l’energia nucleare, e tante altre soluzioni geoingegneristiche che non risolveranno alcuno dei nostri problemi, è appunto una mera illusione. Ricordo un articolo che feci, a proposito di pioggia, sulla tecnica del cloud seeding, bombardare le nuvole per scaricare temporali. E’ una tecnica che si usa in alcuni paesi arabi per far piovere ma anche per dare alle persone il sollievo che solo un temporale può portare, anche psicologico. Peccato che non funzioni e sia costosissima.

Come al solito, ci si appella alla tecnologia per non cambiare, per non accettare di vedere che le risorse sono finite e fare i conti emotivamente con questa “scoperta” che avrebbe dovuto caratterizzare le nostre vite da sempre. La paura della scarsità di risorse genera il panico, specie in quelle generazioni che le risorse le hanno sperperate a più non posso e ora non possono accettare la penuria. Eppure siamo in una condizione di penuria. Di scarsità di acqua e quindi anche di cibo. Di rischio di crisi alimentare. E meno, tra l’altro, ci si applica per mitigare il cambiamento climatico, con politiche serie e una vera transizione ecologica che questa classe politica non vuole, peggio sarà. Ma non potremo certo mangiarci i nostri dispositivi digitali (anch’essi, peraltro, dipendenti da materie prime sempre più scarse, perché anche il digitale senza il “materiale” non esiste).

L’altro giorno mentre stavo ferma al semaforo ho alzato gli occhi verso una pubblicità di Apple che prende il fianco di un intero, altissimo palazzo a Roma. Era una foto molto bella, anche se non si capiva bene cosa fosse inquadrato, sembrava una spugna gialla. Sotto c’era scritto “pane”. Insomma era una foto che riprendeva il pane fin dentro le sue molecole. Ecco, ho pensato, abbiamo smartphone da migliaia di euro che posso fare sofisticatissime foto al pane, ma potremmo finire in un’epoca dove il pane scarseggia. Mi sembra una perfetta metafora della nostra condizione. Che non richiede più tecnologia, ma un drastico ripensamento del nostro modo di vivere e produrre.

Il Fattoquotidiano, marzo 2022

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