Mentre le immagini di un’Italia climaticamente sconvolta
scorrono davanti ai nostri occhi – da un lato alluvioni
devastanti, dall’altro un caldo inquietante e anomalo – la
nostra tv ancora fatica a trovare la chiave giusta per spiegare
alle persone come il cambiamento climatico globale stia
stravolgendo le nostre vite e come lo farà ancora di più. Come
ho scritto poco tempo fa in un articolo si tratta di un compito
difficile, perché è necessario trovare un equilibrio tra il
catastrofismo apocalittico, che spinge la gente a mettersi in
difesa, e la negazione dei fatti.
Ma qui il problema è un altro. E cioè che alcune testate tv
credono ancora che si debba discutere di clima come si parla,
ad esempio, di manovra finanziaria o di come accogliere gli
immigrati. E dunque invitando favorevoli e contrari, per poi
farci sopra un bel dibattito. Sui social network questa
convinzione è ancora più diffusa, tanto che ci sono persone
che, quando si fa loro notare che sulla bacheca non c’è spazio
per chi nega l’origine antropica del cambiamento climatico, ti
accusano di non lasciare spazio alle opinioni altrui. Insomma,
si crede ancora – ma che lo facciano i giornalisti è ben più
grave – che ci possa essere un contraddittorio sia sul fatto
che esista o meno un cambiamento climatico in atto, sia sulla
natura di questo cambiamento.
Invece no. Che girino petizioni di sparuti “scienziati”, quasi
sempre invischiati con le industrie legate ai fossili, non
significa affatto allora che l’origine antropica del cambiamento
climatico non sia un fatto assodato, dimostrato da evidenze
scientifiche schiaccianti. Quegli “esperti” sono una percentuale
ridicola rispetto alla massa di scienziati nel mondo allarmati
e preoccupati per il cambiamento climatico, che magari
studiano da anni o decenni. Non solo: bisogna ricordare che
per ogni posizione scientificamente avallata da comunità e
organismi scientifici c’è sempre un gruppetto di studiosi che
grida contro. Proprio come accade per i vaccini, ad esempio.
E dunque, tornando alla tv e ai media. Chi nega il
cambiamento climatico e la sua origine antropica non deve
avere alcuno spazio in tv. Non va semplicemente invitato,
non gli va dato credito, proprio come non lo si darebbe a uno
che vuole curare i tumori con le erbe. Vi immaginate un
dibattito simile? Non porterebbe discredito alla testata che lo
ospita? E allora perché si ospitano scettici e negazionisti del
clima? Ancora una volta, il nostro provincialismo si dimostra
formidabile. Perché all’estero, appunto, le grandi testate
giornalistiche questa questione l’hanno archiviata da tempo, e
mai darebbero spazio a chi delira cercando di dire che i
devastanti fenomeni che tutti abbiamo sotto gli occhi non
siano tali.
ANN.
Il The Guardian, ad esempio, ha fatto molto di più, decidendo
da tempo di intraprendere un lavoro linguistico sul
cambiamento climatico davvero interessante, cominciando a
dire che ad esempio bisognerebbe parlare di “crisi” o
“emergenza climatica”, o addirittura “catastrofe climatica” per
dare ai lettori un’idea della gravità di ciò che stiamo vivendo.
Non solo. Sempre il Guardian si è rivolto a una banca
immagini innovativa, Climate Visuals, che si sta impegnando
per cambiare il nostro immaginario sul cambiamento
climatico. Basta immagini di panda e orsi, fondamentale è
invece raccontare l’impatto del riscaldamento globale sulle
nostre esistenze: dunque foto di bambini in città con
mascherine antigas, oppure macchine allagate nelle strade
sempre cittadine. Non si può più parlare di estati torride, ad
esempio, mostrando gente che si tuffa ridendo nelle fontane.
Questo è ovvio, ma non da noi, dove ancora – ripeto – il livello
del racconto del cambiamento climatico è ancora molto basso,
specialmente in tv.
ANN.
Ma appunto, passi un bambino che gioca nelle pozzanghere:
ma l’opinionista negazionista nel talk show no. Per questo,
anche chi invece del clima si occupa dovrebbe tirarsi indietro
di fronte a un invito tv che contempli un contraddittorio con
un negazionista. Uso questa parola consapevolmente e avanzo
un ultimo, polemico paragone: si farebbe mai un dibattito sul
fatto che la Shoah sia effettivamente avvenuta? Direte che il
confronto è esagerato, ma io penso che l’esempio sia calzante.
Tanti hanno paragonato la catastrofe climatica a una guerra;
tanti, tra cui lo scrittore Jonathan Safran Foer, hanno
usato proprio la metafora della Seconda guerra mondiale,
sostenendo che per vincere questa battaglia ci voglia uno
sforzo collettivo simile a quello messo in atto contro Hitler.
Non è possibile, allora, che nei talk show si continui a dare
spazio a chi nega ciò che sta accadendo, magari perché pensa
di dare voce a una particolare parte politica, ad esempio la
Lega o Forza Italia, che ha esponenti che si sono resi
protagonisti di iniziative negazioniste aberranti. Se pure ci
fosse un partito che nega il riscaldamento, un giornalista serio
denuncerebbe semplicemente l’assurdità delle sue posizioni,
pena il diventare ridicolo.
Insomma, non c’è più tempo: non solo per salvare il
pianeta, ma anche per permetterci il lusso di posticipare
un’informazione sul clima davvero seria e competente. E
soprattutto meno provinciale.

(ilfattoquotidiano.it)