In vista dell’incontro sulla mensa della scuola dei miei figli avevo preparato un file quasi hegeliano: dieci, rigorosi, punti riguardanti altrettanti aspetti del menu della scuola sbagliati o malfunzionanti, con accanto, in corsivo, l’indicazione di cosa si sarebbe dovuto fare per avere un pasto equilibrato.

Segnalavo la lista degli ingredienti assente, così come l’indicazione della provenienza e qualità del tutto sconosciuta, l’assenza di qualsiasi ingrediente bio.

Ma questo era il meno: pasta tutti giorni, quasi nulla la variazione dei cereali, legumi solo d’inverno come se d’estate non fossero invece altrettanto fondamentali.

In ogni caso, mai dati come secondo proteico, ma come zuppa – una volta a settimana – e soprattutto come contorno: sì, i classici piselli sono rimasti un contorno dagli anni ‘70 a oggi, intoccati e intoccabili.

Ma i problemi non finivano qui: verdure quasi mai di stagione e sempre surgelate, utilizzo sfrenato di tortellini e ravioli industriali, doppia proteina nei pasti (ad esempio carne e formaggio), puré o patate servite sempre come alternativa fissa alle verdure, pesce e carne sotto forme a dir poco inquietanti (come nugget, bastoncini, birbe di pollo etc), infine il grande classico del budino o del succo o dello yogurt dato alla fine del pasto, altro retaggio immarcescibile del passato.

Non lo mangia? Allora è cattivo

Ma nonostante mi fossi data da fare – la lista l’avevo stampata in una quindicina di copie per presenti alla riunione, compresa l’azienda di ristorazione – non avevo fatto i conti con il più tenace degli ostacoli: ovvero le madri (in senso lato genitori, ma alla fine c’erano solo madri).

Quasi nessuna seguiva il ragionamento basato su una analisi scientifica del menu.

Per la maggioranza di loro, il menu era cattivissimo se i figli non mangiavano, e buonissimo se invece mangiavano tutto. Insomma, l’elemento soggettivo era fondamentale, come se non esistesse una qualità del pasto in sé, oggettiva.

Inutile dire che servire il puré tutti i giorni oltre alla pasta è veramente diseducativo perché spinge i ragazzi a non mangiare verdure. Dal loro punto di vista, è necessario per evitare che i figli finiscano per non mangiare nulla, per morire di fame (!). E allora ben venga qualsiasi cosa. Questa dinamica accade in qualsiasi discussione tra genitori sulla mensa e dal canto suo ogni scuola è preoccupata dal fatto che i genitori protestino perché i figli non mangiano. Così si cerca un compromesso, al ribasso, un colpo al cerchio e uno alla botte.

Un circolo vizioso che solo l’educazione alimentare può spezzare

Il circolo vizioso è chiaro: se i ragazzi non sono educati a livello alimentare ovviamente non sapranno distinguere ciò che è oggettivamente buono e ciò che non lo è. Per questo finché non li si educa è ovvio che potrebbero non mangiare o mangiare poco e male. Ma il problema sta appunto nell’educazione, che deve essere fatta anzitutto dalle famiglie ma, anche, come ho avuto modo di far notare, dalla scuola stessa. Perché spesso, va detto, i genitori fanno una fatica improba.

Il risultato di questa mancata educazione a scuola e a casa, e di mense di scarsa qualità, è che di fatto i nostri figli mangiano male. Anzi malissimo. E no, non si tratta di un giudizio dato da persona affetta da cronica dipendenza dal supermercato chic Natura Sì (piuttosto, dal mercato rionale).

I nostri figli mangiano male davvero. Ho amiche con adolescenti che mangiano solo, esclusivamente, carne, altre con ragazzini che “non mangiano alcuna frutta a verdura”. Come se fosse normale una cosa del genere.

Se la società celebra il cibo spazzatura per i ragazzi

C’è da dire che le madri, anzi i genitori, italiani partono bene alla nascita.

Infatti in genere lo svezzamento è fatto nel modo corretto, pure troppo, verdura, pesce, etc, tutto studiato con la bilancia. Poi però crescendo le cose si complicano. Arrivano le mense scarse della scuola, appunto, c’è – sempre più pervasiva – la pressione della società, che comincia a diventare quasi insostenibile quando i ragazzini hanno sette, otto anni e più: bibite gassate, hamburger e patatine fritte, il mito del fast food e via dicendo.

È questo il momento cruciale in cui, a casa, bisogna insistere con le verdure, i legumi, i cibi sani. Ma spesso i genitori, e le madri, sono stanchissime, spesso le forze per lottare mancano, si comincia a cedere ed è poi una cessione continua. Quello che succede è, anche, che le madri, alcune almeno, e i padri pure, cominciano a convincersi anche loro che in fondo se i figli non mangiano verdure e legumi non è così grave. D’altra parte se ovunque si mangia altro, spesso cibo spazzatura, forse questo cibo non sarà così spazzatura. D’altronde, se quando andiamo al ristorante il menu bambini è sempre fatto di cotoletta e patatine fritte forse sarà questo che i bambini mangiano. Insomma, un po’ per fatica, un po’ per pigrizia i bambini e ragazzi cominciano a mangiare male anche a casa. Oltre che a scuola. Oltre che nei ristoranti, se e quando ci vanno.

Pausa estiva? Il menu peggiora

Gli esiti sono, appunto, deprimenti. Altro che dieta Mediterranea.

I nostri ragazzi mangiano spesso e volentieri cibo orrendo, perché della loro salute non si occupa nessuno. Non lo fanno i pediatri oberati da bronchiti e virus, non lo fanno gli insegnanti – anche perché educazione alimentare non si fa, non è prevista, “spetta alle famiglie”, figuriamoci, impariamo la Battaglia di Lepanto ma non che se non mangiamo verdure ci ammaliamo di tumore – non lo fa la società che punta al massimo profitto con la minima spesa.

Poi ovviamente ci sono i genitori che si preoccupano, che lottano, che fanno battaglie epiche per la mensa. Ma anche loro sono sempre in bilico, sempre sul punto di cedere. Anche la pausa estiva lunghissima è spesso deleteria, non c’è la scuola, a volte si viaggia, le routine benigne come quella della frutta saltano, saltano le verdure. E dopo tre mesi di anarchia è difficile riprendere il ritmo giusto. Alla fine, abbiamo adulti in sovrappeso o obesi che passano da una dieta all’altra, diete sempre ricchissime di verdure, legumi, pesce, frutta secca, diete che per farle spendi un occhio della testa. Ma di ciò che mangiano i bambini e ragazzi, almeno finché sono magri, in pochi si curano.

Il piatto giusto è oggettivo. E scientifico

Poi quando diventano anch’essi obesi, scoppia il dramma in famiglia, ma spesso è troppo tardi, perché già duro far mangiare bene un bambino figuriamoci fargli fare un dieta perché perda chili.

Sul movimento e lo sport si potrebbe aprire un altro capitolo, ma restando al cibo siamo nello stesso paradosso del clima: abbiamo milioni di pubblicazioni scientifiche, sappiamo cos’è giusto, ma poi ci comportiamo diversamente.

Perché ordinare su Just Eat è fico, perché andare da Mac è bello, perché un piatto di pasta e basta che siamo morti di fatica. Recuperare la dimensione scientifica dell’alimentazione sarebbe un primo passo importante.

Capire che non è buono ciò che ti piace, ma ciò che è buono e che ti potrebbe piacere se lo mangiassi regolarmente. Così le madri della scuola, che non si rendono conto che la mensa è uno strumento formidabile di aiuto, potrebbero smettere di chiedere il puré che tanto piace ai loro figli o il budino post prandiale. E accettare di ragionare, e cioè di combattere per avere una qualità oggettiva e una composizione del menu corretta veramente.

Poi si può anche andare al fast food una tantum. Purché i ragazzi imparino anche loro che no, cavolo, i piselli non sono un contorno. E che sì, i legumi sono come la carne, la possono sostituire. E magari sono anche, per inciso, buonissimi. È una battaglia faticosa, anzi faticosissima, ma che non possiamo assolutamente permetterci di perdere

Pubblicato su La Svolta.it 28 novembre 2022

Foto di 👀 Mabel Amber, who will one day da Pixabay

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