C’è una vittima illustre della pandemia di coronavirus di cui quasi nessuno ha parlato: la critica, nel doppio senso del diritto di critica da un lato e dello spirito critico dall’altro. Per certi versi, un’attenuazione di entrambi è normale in una situazione di emergenza sanitaria estrema. E tuttavia l’Italia era già arrivata alle soglie del coronavirus con un deficit cronico di critica.

Deficit nei giornali, quasi tutti ormai ridotti, al di là della pubblicità nascosta e pervasiva, a stanchi palcoscenici di firme senili, principalmente maschili, che ormai poco o nulla hanno da dire al mondo. Deficit nella politica, visto che il nostro Paese non è stato più in grado, dopo una breve stagione di maggioritario e di distinzione netta tra partiti di governo e partiti di opposizione, di avere un’alternanza fisiologica e una chiarezza di valori e principi diversi a seconda dei partiti.

Ma deficit di critica nel nostro Paese c’è sempre stato perché siamo il Paese con il più basso numero di laureati dopo la Romania. E se è vero che i social network hanno dato voce a chi non aveva luoghi per protestare, anch’essi si sono dimostrati spesso sì, luoghi di protesta, ma non di vero spirito critico,anche se senz’altro hanno da tempo preso il posto della stampa, dimentica completamente del suo vero ruolo.

Con la pandemia, e il conseguente rifugio nel privato, nella lotta per la sopravvivenza economica e psichica, la critica si è ancor più affievolita. Siamo impauriti, angosciati, preoccupati della malattia nostra e di chi ci sta vicino, terrorizzati dal futuro ma come conseguenza di tutto ciò, invece di usare lo spirito critico per far notare ciò che non può essere tollerato, ciò che va assolutamente cambiato perché la nostra vita comune e individuale possa migliorare, restiamo di fatto aggrappati alla routine quotidiana, alla cura ossessiva del nostro corpo, alla difesa granitica della nostra famiglia individuale. 

L’Italia assembrata di fronte a Sanremo è forse l’immagine più chiara di un Paese che se da un lato, forse, ha ritrovato una apparente parziale coesione, dall’altro è fatto di uomini e donne sempre più terrorizzati di rompere la narrativa dominante.Infatti, nonostante i vari personaggi, come Drusilla, che potrebbero aver dato l’idea di un Sanremo che includeva il diverso, è accaduto il contrario: a Sanremo la diversità è servita a dare una patina di correttezza politica che ha finito invece per conservare lo status quo. Quello di sempre, un immaginario maschilista, fatto di un conduttore uomo circondato da vallette, non importa se brutte e intelligenti. Quello di un palco dove si può magari criticare, essere un po’ anticonformisti, autobattezzarsi senza mettere in discussione nulla. E così nel Paese e così nella politica, dove abbiamo un grande centro in cui convergono visioni del mondo opposto, ma un sentire assolutamente comune, il timore del voto, la paura di perdere il proprio ruolo, la mancanza di ogni slancio radicale e innovativo.

E infatti se esistono ancora segni che mostrano come lo spirito critico non sia scomparso sono da ritrovarsi, a esempio, nei milioni di firme ai referendum, arrivate come un fiume in piena, che raccontano di un Paese senz’altro diverso. Anche un social network come Twitter, che sa esprimere lampi di ironia e di spirito critico contro l’ovvio, il banale, l’insensato e lo sbagliato, segnala che la voglia di critica esiste. Ma racconta anche la voglia di contestazione radicale quel fiume di persone, non solo giovani, che ogni anno lascia l’Italia per cercare fortuna altrove. E parla anche, paradossalmente, di un desiderio di non accettare, che per quanto basato su presupposti sbagliati e a tratti anche pericoloso, il movimento cosiddetto “no vax”, che ha saputo esprimere uno straccio di protesta, a esempio contro l’ingiustizia di un green pass che impedisce ai ragazzini di 12 anni di fare qualunque cosa, aumentando la dispersione scolastica e la depressione.

Ma il Paese ha smesso di scendere in piazza. E non solo a causa del Covid. Abbiamo una guerra alle porte, abbiamo una crisi climatica in atto, siamo di fronte all’evidenza di materie prime finite che finirà per aggravarsi. Abbiamo una povertà endemica, con migliaia di senza dimora che vivono sotto le nostre case. Invece tacciamo. Il virus ci ha dato una sorta di ulteriore appiglio per rimanere chiusi, per non interagire con gli altri, per accettare tutto in nome della salute collettiva. Mentre però si aggravano sofferenze, diseguaglianze di un tipo, mentre si aggrava la situazione sociale e ambientale.

Eppure per cambiare le cose basterebbe poco. Basterebbe che lo spirito critico venisse usato in ogni circostanza della vita, anche la più piccola: è spirito critico quello di chi non accetta anche i piccoli soprusi e ragiona su ciò che gli accade ogni giorno, è spirito critico chi non si rassegna a un quartiere sporco e abbandonato e, mentre pulisce, protesta, scrive, si informa. È spirito critico chi scrive a un giornale quando legge un articolo sbagliato e stupido, è spirito critico pure chi non sopporta che i propri genitori anziani vengano truffati da compagnie telefoniche senza scrupoli e fa una battaglia per minacciare di rendere pubblico l’osceno trattamento, è spirito critico persino quello della madri che protestano contro i menu sbagliati della scuola.

Se tutti adottassero questo spirito di micro-contestazione, non necessariamente portato avanti con rabbia, ma con determinazione, si avrebbe un effetto benefico sulla realtà e anche, indirettamente, per coloro che invece – una minuscola minoranza – si battono ogni giorno senza sosta perché il mondo sia diverso. Si sentirebbero meno isolati e avrebbero la sensazione che la loro protesta continua e sfiancante non sia vana.

Parlo degli ambientalisti più radicali, parlo di si occupa delle donne vittime di violenza, di tutti i volontari di tutte le associazioni, di chi manifesta tutti i venerdì per il Pianeta e così via. Persone e movimenti che a volte fanno fatica perché spesso gridano nel vuoto, nell’indifferenza delle persone e dei media. Eppure tutti dovremmo avere una sorta di spinta, se non un obbligo, a non accettare la violenza che si manifesta in mille forme. E di farlo, ripeto, senza rabbia o disperazione ma con la continuità e fermezza che mettiamo in tanti nostri impegni. “Questo non può essere”, “Questo non si fa”. E non si tratta di non capire le ragioni dell’altro, perché tra capire le ragioni dell’altro e accettare la violenza esiste un abisso ben visibile.

Se mi guardo intorno, se guardo la società di oggi, con i suoi enormi problemi cosa vedo? O, meglio, dove vedo uno spirito critico e un esercizio del sacrosanto diritto di critica? Non nei giornali mainstream, i grandi giornali, che hanno perduto completamente il loro senso originario. Poco e nulla nelle serie tv, fatte invece per aiutarci a dimenticare il più possibile e assuefarci all’ovvio oppure stordirci col distopico. Non nei libri degli autori osannati dalla “critica” e dalla stampa, come quelli del premio Strega, una narrativa, quella italiana, sempre più povera di grandi temi. Poco o nulla nell’università – ma esistono ancora gli intellettuali? – quasi nulla in una politica che, appunto, non ha saputo eleggere neanche un nuovo presidente capace di rappresentare una società cambiata.

Dove vedo allora lo spirito critico? Anzitutto, nei nuovi movimenti ambientalisti. Non solo Fridays for Future, ma anche Extinction Rebellion. Un movimento che nel silenzio e nell’indifferenza sta mettendo in atto una pratica non violenta per chiedere più democrazia e attraverso essa contrastare la crisi. Per questo ho trovato incomprensibile e surreale che il ministro Cingolani abbia trattato gli attivisti di XR con insopportabile paternalismo, come se fossero studentelli disturbatori da liquidare quanto prima e non uomini e donne angosciati della crisi climatica e disposti a tutto pur di farla conoscere all’opinione pubblica. Invece di ringraziarli per l’aiuto nella stessa causa che il ministero dovrebbe portare avanti, sono state chieste loro delle scuse e sequestrati i cellulari per un incontro dove il ministro non ha accettato la loro richiesta, quella di un incontro pubblico sui temi del clima da mandare in onda su una tv nazionale. Una richiesta considerata eccessiva e scandalosa, mentre l’Italia si desertifica.

L’altro spazio dove la critica non è morta è sempre in un mondo non di adulti ma di giovani, e cioè nel movimento studentesco.Sono rimasta basita dal fatto che nessuna istituzione si sia presentata ai funerali di Lorenzo Parelli, il primo ragazzo morto durante uno stage, e anche basita di fronte al fatto che la politica non abbia saputo dire nulla sulla sua morte e su quella di Giuseppe Lenoci. Invece è stato impressionante e commovente vedere un movimento di studenti scendere in piazza in tutta Italia, arrabbiati, feriti, ma soprattutto decisi a difendere se stessi e a non permettere altra morte, altra violenza. La madre di Lorenzo ha definito quelle decine di migliaia di giovani scesi in piazza una “carezza”. Perché lo spirito critico è questo: non è un pugno, ma una carezza. È cura per l’esistente. È voglia di proteggerlo, è desiderio fortissimo che la violenza non abbia la meglio. Senza spirito critico la nostra vita è a rischio. E insieme, soprattutto, povera e senza senso.

Pubblicato su Lasvolta.it 21 febbraio 2022.

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