La coppetta mestruale rosa, avvolta in un romantico tessuto di iuta, è ancora lì, nella sua scatola di cartone ecologico. L’avevo comprata sull’onda di un articolo scritto proprio per spiegare ai lettori quanto il suo uso rappresentasse una svolta radicale. E invece ogni mese mi dico tra me: “Giuro che al prossimo giro la uso”, ma poi continuo a comprare assorbenti avvolti nella plastica (o al massimo di cotone, cambia poco), che creano mucchi di immondizia indifferenziata. Lo stesso vale per lo shampoo: quello solido, che avrebbe dovuto rimpiazzare i flaconi di plastica, giace ancora a bordo vasca, inutilizzato. Per non parlare del pannolino di mio figlio piccolo, che nonostante sia cresciutello di notte lo usa ancora. Ovviamente, usa e getta, nonostante l’inchiesta sui pannolini lavabili fatta qualche tempo fa.

Mi sono chiesta molto spesso come mai io, che mi occupo di ambiente da anni, che scrivo ogni settimana vari articoli su cambiamento climatico e stili di vita verdi, sia così incoerente e restia ad adottare misure che io stessa ho propugnato. E mi chiedo anche quali scelte green compiano le altre donne e mamme, quelle che non sono giornaliste ambientali, quelle che arrivano a fine giornata sfinite e a fine mese peggio ancora. 

La risposta che mi sono data, dopo varie riflessioni, è che il problema non siamo noi. Noi consumatrici, noi consumatori. Eppure, specie nel mondo ambientalista, c’è chi sostiene che siano gli individui a cambiare le aziende (e il mondo). In parte è vero. Quando è accaduto che ci siamo pervicacemente schierati contro un prodotto, quel prodotto è stato tolto dal mercato.

È stato il caso dell’olio di palma, che le stesse associazioni ambientaliste – ironia della sorte – sostengono non essere così radicalmente dannoso. In quel caso, però, ebbe la meglio la tesi che l’olio di palma fosse dannoso per la salute, cancerogeno, e dunque mamme e papà non ci videro più. C’era una motivazione forte, che ancora manca quando si tratta di comprare una coppetta mestruale per salvare l’ambiente, o passare ai pannolini lavabili per il Pianeta. Anche perché non basta “sapere” per cambiare: gli stili di vita sono gesti che, ripetuti per migliaia di volte negli anni, sono diventati parte di noi e modificarli non è affatto semplice come sembra.

Il consumatore non sposta le montagne, è stanco

Ma la narrazione del consumatore che, quando vuole, sposta le montagne è anche falsa e soprattutto dannosa, nella misura in cui finisce per scaricare il peso della transizione sulle persone, sui singoli, sugli uomini e le donne – e soprattutto famiglie – che cercano soprattutto di sopravvivere al meglio.

Il problema, grande in generale e ancor più enorme nel nostro Paese, è che le istituzioni non aiutano gli individui a consumare meglio. Prigionieri, ancora, di un’ideologia per cui il consumo in sé è positivo, al di là di ciò che si consuma (è la crescita, bellezza), le decisioni di chi ci governa lasciano di fatto il consumatore solo. Anzi, gli dicono: quello che compri è uguale, scaricando così la fatica della scelta più ecologica sulle loro fragili spalle.

Perché la verità è che entrare in supermercato e studiare le varie opzioni ed etichette per cercare di fare la scelta più green comporta una fatica cognitiva notevole e richiede studio e competenza. È faticoso anche, ancor più, andare a cercare sui siti internet quello che nei supermercati non si trova, come la coppetta mestruale appunto, che nessuna azienda di assorbenti vorrebbe mai far vedere, o detersivi e creme ecobio. È faticoso, pure, evitare il supermercato che tanti ambientalisti demonizzano per andare ogni settimana a prendere i prodotti del gruppo di acquisto, magari lontano da casa, o raggiungere il negozio di sfuso magari con la macchina. In generale, è faticoso lottare continuamente contro un immaginario che invece dovrebbe sostenerci e assecondarci.

In un mondo migliore noi consumatori dovremmo avere molte meno opzioni e quelle migliori le dovremmo trovare nei punti vendita più vicini, in bella vista. Non a caso in Francia è stata varata una legge che obbliga i supermercati a mettere il 20% di prodotti sfusi. Non a caso in Olanda ci sono interi supermercati senza plastica, mentre da noi frutta e verdura sono ancora praticamente imballati solo in plastica dura, salve qualche primo timido tentativo in cartone. Al tempo stesso, chi ci governa, con leggi che da noi sono continuamente rimandate, dovrebbe impegnarsi – con l’aiuto delle aziende a loro volta sostenute nel cambiamento – a creare per noi consumatori un nuovo immaginario.

I negozi, i supermercati dovrebbero essere diversi. Luci più basse, meno opzioni, pochissima plastica, prodotti alternativi come il pannolino lavabile lì a portata di mano. Con tanto di hostess che ci spieghino non i vantaggi dell’ennesimo prodotto inutile ma a esempio come usare quei prodotti utili per noi e per l’ambiente. Insomma, sono i luoghi del consumo, a esempio i centri commerciali, che dovrebbero cambiare, per aiutare il consumatore. E non quest’ultimo che difficilmente può cambiare i luoghi in cui compra.

Pubblicità che creino un diverso immaginario

Questa filosofia – meno prodotti e soprattutto sostenibili – in effetti dovrebbe valere per tutti i settori, dagli abiti in tessuti inquinanti alle auto. Nessun negozio dovrebbe vendere un vestito in acrilico con paillettes che non si biodegradano, a esempio, perché non posso pretendere che una madre, magari sempre di corsa, debba fare lo sforzo di non cedere alla pressione della figlia che proprio quel vestito vuole. Se quel vestito non ci fosse, non ci sarebbero neanche il conflitto.

Per cambiare immaginario, poi, servirebbero anche nuove pubblicità. Non se ne può più, a esempio, delle continue, inutili e assillanti pubblicità di auto – spot sempre uguali con un lui che guida in mezzo a fiordi infiniti e al tramonto, proiettato in un futuro di prosperità – basta anche con gli spot del detersivo che mai si biodegraderà, e pure con i caroselli con i dadetti di pancetta che sarebbe meglio che nessuno mangiasse (per la salute e il Pianeta). Sento subito le obiezioni: così si viola il libero mercato.

Eppure una proposta di legge perché nelle pubblicità di auto sia obbligatorio parlare di mobilità sostenibile e crisi climatica c’è nel nostro Paese (l’ha depositata la deputata Rossella Muroni). Eppure a Berlino è stata tolta la carne nelle mense universitarie. Eppure in Francia è stato imposto lo sfuso nei supermercati. Sono misure illiberali? Al contrario, sono cose che aiutano l’individuo, lo indirizzano, gli dicono “questo acquisto è meglio di un altro”, mentre da noi, ripeto, il consumatore è completamente abbandonato.

E dunque, invece di gridare al dirigismo, sarebbe ora di fare norme che spingano i consumatori verso una direzione piuttosto che un’altra e anche modifichino, appunto, il loro immaginario. Bisognerebbe anche limitare la retorica dell’individuo che cambia il mondo, gli ambientalisti duri e puri sono una minoranza della popolazione e la verità è che la politica, e le aziende, hanno in mano molto più potere di noi. Certo, il rischio è che prevalga il sentimento: “Ma se il governo non fa nulla perché dovrei farmi in quattro per cambiare?”, e quindi un senso di scoramento nichilistico.

Invece, ovviamente, continuare a fare scelte quanto più ecologiche è importante, ma almeno smettendo di sentirsi in colpa e con la consapevolezza che il problema non sta tanto nel nostro carrello quanto tra gli scranni del Parlamento. D’altronde, senza aiuti e senza indirizzi, per un consumatore semplice (e non solo!) è difficile fare altrimenti.

Insomma, la mia coppetta resterà lì inutilizzata? Forse no. Ma di che cosa avrei bisogno per usarla? Semplice, di supermercati e negozi dove si vendano solo coppette. Di un immaginario fatto di coppette, di pubblicità dove donne sorridenti pubblicizzino, appunto, coppette. Invece non c’è nulla di questo. Invece ancora vedo ovunque un muro di assorbenti uguale a quello di 20 o 30 anni fa. Eppure è proprio da qui che bisognerebbe cominciare.

Pubblicato su La svolta.it di sabato 5 febbraio 2022

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