Quattro americani su dieci vivono in una regione che è stata colpita l’anno scorso da condizioni meteorologiche estreme, legate alla crisi climatica. 8 americani su 10, sempre l’anno scorso, hanno subito gli effetti di un’ondata di calore, mentre 656 persone sono morte a causa dei disastri dovuti al clima (di cui 227 dovuti all’ondata di calore che ha colpito il Pacifico nord-occidentale a fine giugno). E i costi della distruzione hanno superato 104 mila miliardi di dollari. È un’analisi impietosa quella fatta dal Washington Post, che in un lungo reportage di inizio anno ha spiegato come siccità, uragani, ondate di calore abbiano segnato gli Stati Uniti, con intere comunità colpite da alluvioni e incendi. Il fuoco, in particolare, rappresenta una minaccia crescente, visto che il 15% degli americani vive in una regione che ha subito un incendio nell’anno passato.

Di fronte a tutto ciò, nota il quotidiano statunitense, occorrerebbe correre ai ripari, visto anche che il futuro che ci aspetta è senza dubbio peggiore. Ma non servono solo investimenti di natura tecnologica – a esempio “i regolamenti edilizi e urbanistici possono essere aggiornati per rendere le strutture meno infiammabili”. Salvare vite richiede anche “investire in infrastrutture sociali”, rafforzando a esempio l’accesso all’assistenza sanitaria, migliorando le comunicazioni a gruppi non anglofoni e altre fasce emarginate, ma anche “coltivando le connessioni tra vicini, in modo che le persone sappiano chi ha bisogno di aiuto durante un’evacuazione”. Insomma, si tratta di costruire reti di sicurezza, insieme a un senso di appartenenza e di spazio condiviso. Ma appunto è una guerra contro il tempo, visto che le condizioni non resteranno stabili, ma tenderanno a cambiare nel senso di un aumento della temperatura, e dei relativi disastri, nei prossimi anni.

Se la politica annacqua la verità

Nonostante l’emergenza sempre più estrema, resta ancora, negli Stati Uniti come in Europa, una incapacità collettiva di prendere consapevolezza del rischio reale che stiamo correndo, a livello cognitivo ma anche emotivo. Eppure, abbiamo i dati e le dichiarazioni della scienza, basterebbe combinarle con ciò che osserviamo per intuire rapidamente la minaccia.

Eppure così non è.

Nonostante, a esempio, gli italiani siano nei sondaggi tra i più preoccupati rispetto al cambiamento climatico, questa paura non si traduce in azione e protesta. Il motivo è soprattutto uno: essendo le emozioni legate al clima molto angoscianti, e generando molta impotenza, le persone tendono a rimuovere gli aspetti più disturbanti, tanto più che la politica i media non danno peso alla crisi climatica, finendo per restituire un’immagine falsa del reale, a cui le persone si aggrappano, per non sentirsi minacciate. Un circolo vizioso, perché la paura spinge ad aggrapparsi alle versioni edulcorate dei fatti e alle narrazioni false, come quelle per cui le rinnovabili sarebbero le responsabili del caro bolletta, disimpegnando i politici dal trovare una situazione concreta.

Ma la crisi non si risolverà, o a questo punto attutirà, se non la si tratta davvero come una crisi, come ha sempre sostenuto Greta. Esattamente come è stato fatto per la pandemia, che ha mostrato anche come i media possano riuscire a “gridare” un’emergenza (non a caso siamo reduci da due anni di martellanti trasmissioni monotematiche sul virus).

Siamo come negli anni Trenta

Purtroppo quella climatica è una crisi più complessa, perché ancora più multifattoriale del covid-19. Da questo punto di vista, molto ci spiega l’ultimo film Don’t look up del regista Adam McKay. Anche quando il nemico è uno e semplice da identificare, l’umanità è capace di disperdersi in un dibattito infinito e futile sulla sua reale pericolosità. Figuriamoci quando gli effetti sono diversi e multipli. E le soluzioni anche così complesse e tali da richiedere un’unanimità di tutti i paesi del mondo, a differenza del film, dove l’azione per eliminare la minaccia resta sostanzialmente una sola.

Ma la domanda resta sempre la stessa. Non tanto: “Abbiamo ancora tempo?”, piuttosto: “Quando scatterà la consapevolezza che il cambiamento climatico è un rischio mortale? E quando scatterà, saremo ancora in tempo per agire?”. In definitiva, il cambiamento climatico è un problema che a che fare con il nostro rapporto con la verità e con la fatica di riconoscerla come tale.

In questo senso sono convinta che esista un parallelo formidabile tra ciò che sta accadendo oggi gli anni Trenta. Anche allora, la crescente minaccia rappresentata dal nazifascismo fu ignorata. Non solo per malvagia indifferenza, quanto per paura e nella speranza che le cose si sarebbero aggiustate, che Hitler non avrebbe potuto davvero fare ciò che realmente dichiarava di poter fare. Si salvò, emigrando, chi capì subito che il pericolo era reale. Rispetto ad allora oggi abbiamo proiezioni scientifiche che ci dicono, regione per regione o addirittura città per città, cosa accadrà nei prossimi decenni, eppure incredibilmente restiamo a guardare.

Attendiamo il disastro, salvo fare la conta dei danni, sempre infinitamente maggiore di ciò che avremo speso investendo in prevenzione e riduzione delle emissioni. E, cosa ancora più importante, potendo ancora agire in un contesto democratico, quello che invece rischia di saltare – come sta parzialmente accadendo per questa pandemia – quando l’emergenza finisce per diventare incontrollabile.

Pubblicato su LaSvolta del 12 gennaio 2022

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.