Lascio volentieri agli esperti di clima l’analisi della crisi climatica dal punto di vista scientifico, la spiegazione della sua evoluzione, il racconto delle soluzioni tecniche e pratiche che bisognerebbe mettere in atto per arginare le conseguenze della crisi. Per quanto mi riguarda, come giornalista che si occupa di clima e ambiente, quello che ho visto e continuo a vedere già mi basta per affermare che la situazione in cui siamo è identica a quella di un malato a cui è stata fatta una diagnosi di malattia terminale.

Abbiamo un male, che si chiama riscaldamento globale, che può solo peggiorare, visto che stiamo mettendo in atto solo palliativi, e che quindi provocherà sintomi sempre più gravi, fino ad arrivare ad un momento in cui l’esistenza sarà a rischio. Non ci vuole molto per capirlo, dalla crisi climatica non si torna più indietro. Proprio come una malattia, il passato non tornerà più. Non ci saranno più estati fresche, piuttosto dovremo attrezzarci per estati semi-infernali come l’attuale. Se l’anticiclone delle Azzorre è pressoché sparito, se persino la corrente del Golfo è stata modificata non saranno certo la nostra raccolta differenziata, pure preziosa, a farli tornare indietro.

Il futuro è peggio del passato e lo sarà sempre di più, con buona pace di chi organizza festival sul futuro senza minimamente parlare della crisi climatica in corso e sostenendo che sarà l’innovazione tecnologica a salvarci (!).

Tutto ciò è molto doloroso. Peggio, profondamente disturbante e angosciante, specie per chi ha dei bambini e sa che il loro futuro è un punto interrogativo e non è retorica. Peggio, sa che ad un certo punto capiranno e ti chiederanno conto del perché sono stati messi al mondo in un pianeta ormai privo di qualunque stabilità, dove può accadere che nel paese più fresco e boschivo al mondo le temperature arrivino a 50 gradi e si inneschino incendi indomabili. E noi non sapremo cosa rispondere.

Tuttavia, quello che sempre più penso e dico è che peggio dell’angoscia per la crisi climatica in corso c’è solo la sua negazione. Se il dolore per ciò che non c’è più e la paura, diciamo terrore, del futuro sono intensissimi, questi sentimenti sono esacerbati dalla negazione ancora imperante. Quella delle persone accanto a noi, in primo luogo. Sono però sempre più convinta che la gente non parli della crisi climatica non per indifferenza ma per paura. E’ il vero grande tabù di oggi, il grande rimosso, perché mette in modo emozioni profonde e ancestrali, tra cui la paura della fine. Non solo: scatena un senso di impotenza senza pari, perché è una crisi globale, e certo non si risolve, ripeto, se mangiamo carne bianca invece che rossa (ma ovviamente fatelo!).

Peggio ancora del silenzio di chi circonda persone consapevoli di ciò che sta accadendo, aumentando la loro immensa solitudine, c’è l’assurdo del sistema mediatico-politico italiano nel quale siamo immersi. Dove di crisi climatica non si parla quasi mai. Non ne parla la politica, almeno non abbastanza, Ministero della Transizione ecologica a parte. Draghi ne accennò durante il suo primo discorso salvo, a quanto pare, accantonarla poi in un angolo.

Ancora più colpevoli, non mi stancherò di ripeterlo, sono i media. E qui per una volta metto tutti: i giornali, i talk show televisivi inutili e ridondanti – sempre gli stessi volti, sempre gli stessi temi – i tg, con rare eccezioni. Ma penso anche alle pubblicità, che parlano del mondo come di un paradiso meraviglioso dove nulla sta accadendo e presentano famigliole perfette e felici, speranzose nel loro futuro fatto dei prodotti sponsorizzati nello spot. Penso anche agli influencer, che a parte non parlare mai della crisi climatica, figuriamoci, hanno come primo compito spingere chi segue, con marchette manifeste o semi-occulte, a consumare, consumare, consumare, aggravando la crisi climatica.

Così ci troviamo nella schizofrenia perfetta: da un lato il mondo sta precipitando in una crisi senza precedenti e senza fine, con ecosistemi che collassano ed eventi estremi la cui portata è spaventosa. Dall’altro, si continua a parlare del nulla. Penso, per fare un esempio, alla scomparsa di Raffaella Carrà: per carità, giusto ricordarla con affetto, ma dedicargli speciali, decine di pagine, trasmissioni tv, etc etc mi è sembrato – mentre l’Italia soffoca in una morsa di umidità e temperature elevatissime, che sta colpendo i più fragili come anziani, bambini, disabili – assurdo.

Il primo passo, che incredibilmente ancora non abbiamo compiuto, è riconoscere che siamo nel mezzo di un’emergenza planetaria che sta mettendo a rischio la nostra vita oggi, adesso. Che rischiamo di morire, oggi, adesso. Accettare questo fatto, rompere questo insopportabile muro di silenzio e caroselli, è fondamentale per tanti motivi. Il primo: finalmente possiamo dare voce alla nostra paura, finalmente possiamo condividerla, forse piangere, forse urlare, ma niente sarà peggio del tenersela dentro mentre il mondo finge indifferenza.

Secondo: se non ammettiamo la crisi, come potremo pensare di risolverla? Perché la soluzione non arriverà dall’alto. La soluzione siamo tutti noi, insieme, consapevoli di questo tragico momento, che ci uniamo insieme per combattere – come in un film distopico o fantascientifico, ma questa è realtà – il male che avanza. Potremo forse riscoprire quanto è bello condividere una battaglia fondamentale. Potremo forse riscoprire forme di socialità ormai dimenticate nell’era dell’individualismo forsennato, che tra l’altro è alla base di questa crisi. E se anche non riusciremo a fermarla, avremo fatto il possibile. Sentendoci comunque meno soli, che è già una sensazione orribile, ma lo è ancor di più se il mondo intorno a te sta bruciando e in tv parlano del nulla.

Il Fatto quotidiano.it, luglio 2021

Foto di my best in collections – see and press ?? da Pixabay

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