Ho la fortuna di mandare mio figlio in una scuola dove neanche per un secondo si è pensato che durante le otto ore di scuola i bambini non potessero uscire in giardino causa Covid-19. Ovviamente, per rispettare le misure di sicurezza, è stato deciso che il cortile/giardino fosse diviso in aree, destinate alle varie classi, in modo da evitare ogni contatto. I bambini continuano a uscire due volte al giorno, a lungo e a dirla tutta come genitore questo aspetto mi fa stare molto più tranquilla che pensare i miei figli immobili sul banco otto ore. Sono stata fortunata.

Eppure, alla riunione di classe di qualche giorno fa, il referente per il Covid-19 ci ha spiegato che è stata dura far passare al ministero la linea del cortile, perché le indicazioni erano quelle di far stare i ragazzi fermi al banco. E così mi capita di sentire in tante scuole che le maestre, per appunto seguire pedissequamente le norme anti-Covid che impongono un metro di distanziamento, tengono i bambini in classe. Durante la ricreazione. E senza cortile o giardino, nonostante magari ci sia.

Se si vanno infatti a vedere le misure indicate sul sito del Miur a proposito della ripartenza, non c’è alcun riferimento, dico alcuno, al tema del movimento dei ragazzi. Come se il problema non esistesse. Come se muoversi fosse opzionale. Come se far stare bambini e adolescenti fermi al banco ore e ore, specie in questo settembre afoso e caldissimo, fosse salutare. Senza parlare del dramma dell’obesità infantile, ormai una piaga dilagante di cui quasi per nulla si parla.

Sinceramente mi chiedo come si possa guardare ossessivamente un lato della salute senza guardarne altri. E quindi come non sia ovvio, per insegnanti e dirigenti, fare alcune considerazioni su misure che se per un verso proteggono dal contagio, dall’altro rischiano di far ammalare i bambini. E infatti: molti bambini sono già fermi a casa con il raffreddore, quando qualsiasi madre sa che se tu prendi un bambino, lo metti in un aula magari caldissima e lo tieni lì con la mascherina fermo, il minimo che possa venirgli è, appunto, un raffreddore.

D’altronde, va detto, l’indifferenza della scuola italiana verso il movimento e lo sport è un problema cronico. Ci sono maestre che non escono proprio in cortile anche in tempi normali, perché è faticoso cambiare le scarpe ai bambini se fa freddo o perché pericoloso (e loro sono responsabili di tutto) o perché le madri si oppongono perché “fa freddo” (in Italia, figuriamoci). Le lotte di madri che invece vorrebbero i propri figli fuori spesso e volentieri si sprecano e spesso si scontrano contro questo muro di ignoranza e iperprotezione che si rovescia nel suo contrario.

Ma torniamo al Covid-19. E’ un virus. Molto contagioso, certo. Tutte le misure che occorre prendere vanno prese. E giustamente le scuole si sono trasformate un po’ in caserme. Ma parallelamente alla mascherina e al lavaggio continuo delle mani, non potremmo anche pensare, banalmente direi, che il movimento, e lo sport, aiutino il sistema immunitario e lo rendano anche più forte rispetto a malattie e virus? Non dovremmo, cioè, proteggere la salute dei nostri figli da tutti i punti di vista, facendoli, appunto, muovere il più possibile?

Che aberrazione è una scuola che tiene i suoi ragazzini immobili otto ore sul banco? E infatti il risultato qual è? Che come al solito, le madri e i padri benestanti tengono i bambini fino a pranzo, e poi li portano in giro a fare sport, gli altri meno benestanti o che lavorano tanto li lasciano a scuola seduti. Col rischio, ripeto, di indebolirsi e ammalarsi di più.

Non voglio accusare gli insegnanti o i dirigenti, sappiamo già che quella tra genitori e scuola è una guerra tra poveri. Però sì, vorrei che lottassero un po’ di più per i nostri figli, nonostante la fatica, lo scoramento, gli stipendi irrisori. E che non si chiudessero sempre dietro la paura del “se succede qualcosa vado in prigione io”, perché certo, è vero, ma qui si tratta di rivendicare diritti essenziali, come quello di potersi muovere, a una generazione duramente colpita e che probabilmente lo sarà sempre di più in futuro a causa di pandemie e cambiamenti climatici.

E allora forse una battaglia col burocrate di turno si potrebbe anche fare. Anche perché, appunto, poi le madri prendono i ragazzini e li portano a calcio, in piscina, ovunque, forse dunque sarebbe meglio che si muovessero a scuola.

Comunque l’altro giorno ho parlato con un’amica, che ha avuto un tumore al seno poco tempo fa e ha tre figli. E che dopo la malattia, ogni giorno presto, dovunque sia, esce a correre, per sconfiggere, io penso, la paura e la rabbia e soprattutto sentirsi meglio. Le ho chiesto: “scusa ma non hai paura di mandare i tuoi figli a sport, magari ti portano il contagio a casa?” Mi ha risposto semplicemente: “Lo sport è vita”. Ecco, appunto, lo sport è vita. Fate vivere i nostri figli, almeno un po’.

Il fatto quotidiano.it, settembre 2020

Foto di Sasin Tipchai da Pixabay

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