Sei celiaco e hai una voglia sfrenata di un Cucciolone oppure di un Cornetto? Che problema c’è: Algida produce una linea di gelati, anche quelli col biscotto o il cono, interamente gluten free. Non solo. Come altre grandi marche, dà grande risalto all’assenza di questo ingrediente anche in gelati “normali”, dai ghiaccioli alle vaschette (che, in quanto tali, ne sono normalmente privi). I destinatari, però, non sono solo quei 600.000 italiani celiaci, circa 1 italiano su 100 – molti dei quali  non sanno neanche di esserlo – ma piuttosto quei circa 6 milioni che acquistano prodotti senza glutine pur non essendo intolleranti: secondo il rapporto Eurispes 2019, il 12,9% di quel 20% che compra, per una spesa di 320 milioni l’anno, alimenti con la spiga barrata. E le prospettive sono di una crescita di oltre il 20% l’anno, non tanto per aumento dei celiaci (anche se aumentano, per fortuna, le diagnosi), quanto per l’errata convinzione che gluten free riduca le infiammazioni, sgonfi, faccia perdere peso. Credenze smontate da associazioni – ad esempio quella Italiana Gastroenterologi Ospedalieri – e singoli esperti, come il nutrizionista Marcello Ticca: nel libro Miraggi Alimentari (Laterza) bolla come “fake news” la convinzione che i prodotti senza glutine, magari più grassi e poveri di fibre, facciano dimagrire.  

La “glutenfobia” è alimentata da mega influencer anti-glutine che vanno da Gwyneth Paltrow a Djokovic, da Lady Gaga a Vittoria Beckham. I consumatori chiedono e le aziende producono, puntando a fare prodotti identici agli originali ma “senza”: non solo glutine, ma anche lattosio, olio di palma, zucchero, tanto che ormai sono 1 su 5 gli alimenti  con qualche tipo di slogan “sottrattivo” sulla confezione. 

I più preoccupati, però, sono proprio loro, i malati di celiachia, che temono che si banalizzi una malattia autoimmune grave e cronica. Per loro questa patologia non ha nulla di modaiolo, anzi li costringe a una esistenza sempre in allerta e a combattere battaglie banali nel paese della burocrazia e delle lobby, come quella di poter spendere l’importo mensile che lo stato passa loro per i prodotti senza glutine anche nei supermercati e non solo nelle costose farmacie. “Gli studi scientifici stanno ampiamente dimostrando che in chi non è celiaco l’esclusione del glutine è inutile”, ha più volte ribadito  il presidente dell’Associazione Italiana Celiachia (AIC) Giuseppe Di Fabio. E la famosa “gluten sensitivity”? Sempre l’AIC chiarisce che “non si è più o meno celiaci, non esistono livelli di celiachia – semmai quadri clinici di diversa gravità – ma un’unica diagnosi e un unico trattamento: una rigorosa assenza di glutine per tutta la vita”.  E comunque, precisano, anche la sensibilità al glutine non può mai essere autodiagnosticata, magari in base a vaghi gonfiori o fastidi. Insomma, conclude il medico nutrizionista Silvia Goggi: “che un celiaco possa mangiarsi ogni tanto un gelato con biscotto o cono va  bene. Quello che va meno bene è il richiamo del ‘senza qualcosa’, che serve a togliere il senso di colpa, visto che il consumatore medio non ha né la celiachia né la gluten sensitivity. Focalizzandosi su ciò che si è tolto, si dimentica di controllare ciò che è stato aggiunto. Per fare una provocazione, potrei anche scrivere su un cono ‘senza candeggina’ ma questo non lo renderebbe certo un alimento da consumare tutti i giorni. E a dirla tutta, forse neanche tutte le settimane”. 

Il Fatto Quotidiano

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