“Ricordo quel giorno come fosse ieri, era il 6 aprile 2009. Ci chiamarono via radio perché dovevamo preparare le borse, erano le otto, alle dieci siamo partiti per L’Aquila. Man mano che ci avvicinavamo all’epicentro, l’atmosfera spettrale aumentava: case cadute, macerie. Alle undici di sera ci dissero di andare alla Casa dello studente. Ci siamo messi a scavare, e dopo poco abbiamo trovato una ragazza sotto un pilastro con la testa fracassata. Più avanti abbiamo trovato una coppia di ragazzini sul letto morti abbracciati. Dopo che abbiamo messo via i corpi, ho pianto tutte le mie lacrime e rientrato a casa ho continuato a piangere per giorni. All’Aquila ho lasciato dieci anni della mia vita, mi ha devastato l’anima”. 

Antonio è un caposquadra dei Vigili del Fuoco, corpo in cui lavora da quasi trent’anni in una città del Nord. Come lui a intervenire in caso di terremoti, devastazioni, incidenti ci sono anche le forze dell’ordine, i sanitari, i volontari delle ambulanze. Persone che, come ha messo in luce di recente la lettera dell’infermiere al padre di Camilla Compagnucci, morta il 2 gennaio su una pista da scii, dietro le corazze che portano sono piene di “cicatrici profonde”. 

Soccorritori, vittime n. 2

Del dolore di coloro che soccorrono, del loro choc, quello che si portano a casa una volta chiusi i morti nei sacchi, non si parla  quasi mai. Lo hanno fatto di recente due libri importanti (entrambi editi da Franco Angeli): Stare con il dolore in emergenza. Soccorritori, vittime e terapeuti, a cura della psicoterapeuta e psicologa delle emergenze Rita Di Iorio e della professoressa e psicoterapeuta Anna Maria Giannini. E Soccorritore e vittima, di Germaine Catherine Roulet, anche lei soccorritrice, psicoterapeuta e psicologa dell’emergenza che definisce chi aiuta chi è colpito una “vittima n. 2”. “Quando si parla di situazioni di emergenza più o meno gravi”, spiega Roulet, “si tende a pensare che soltanto chi le ha vissute in prima persona possa avere delle ripercussioni psicologiche. Il trauma, invece, può estendersi anche al soccorritore. È ormai infatti dimostrato che intervenire in contesti caratterizzati da forte criticità, a contatto con vittime traumatizzate, possa esporre i soccorritori a dei rischi psicologici che, se non adeguatamente trattati possono evolvere in patologie vere e proprie”.  

Francesca, oggi infermiera del Pronto soccorso in Trentino, racconta: “Ricordo quando arrivammo sul fronte di un incidente grave, con tantissimi morti. Trovavamo pezzi di corpi ovunque, le persone erano irriconoscibili. Quando sei lì non pensi, ti concentri su quello che devi fare e cerchi di farlo bene, ma tornata a casa non ho dormito per giorni”. Drammatica anche la testimonianza di Francesco, anche lui soccorritore volontario del 118 in provincia di Milano: “Un giorno entrammo a forza in una casa, visto che l’inquilino non rispondeva da tempo.  Trovammo un uomo anziano in avanzato stato di putrefazione, circondato da larve e insetti. Quando rientri dopo questi impatti, continuare a vivere come se nulla fosse è impossibile”.  

Gli eventi più critici e dal carattere “imprevisto e altamente perturbante”, spiegano gli esperti, sono soprattutto “scene di morte traumatica, morte o ferimento di un collega, morte o ferimento di un bambino, morte della vittima dopo lunghi tentativi per salvarla, e le maxi emergenze dove sono coinvolte tante persone”. 

I diversi tipi di trauma

Ma quante sono le persone che prestano soccorso in Italia? Oltre ai dipendenti delle strutture sanitarie – ci sono circa 100.000 medici e circa 250.000 infermieri, ma non tutti sono ovviamente impegnati nei soccorsi – e oltre ai volontari delle diverse sigle di ambulanze –ben 300.000  persone – ci sono circa 30.000 Vigili del fuoco, circa 100.000 agenti di Polizia, mentre il Dipartimento di protezione civile afferma che sono presenti in Italia circa 4.000 organizzazioni di Protezione civile iscritte agli elenchi regionali e/o nazionali, i cui volontari oscillerebbero tra 1.200.000 e 1.500.000. Si tratta dunque di un vero e proprio esercito, che può incorrere in diversi tipi di disturbi. 

“Esistono forme di traumatizzazione, come quella vicaria, quella secondaria o la compassion fatigue” dovute specificatamente al lavoro a contatto con vittime traumatizzate”, spiega Roulet, “dove vi è una sorta di esaurimento da compartecipazione con la vittima da parte del soccorritore. Inoltre c’è la possibilità, seppur limitata, che il soccorritore sviluppi un Disturbo da Stress Post-Traumatico, o un Disturbo da Stress Acuto, a seguito di eventi critici di servizio. Fortunatamente, il lavoro di soccorso non ha solo rischi, ma ha anche degli effetti positivi  sul benessere psico-fisico di chi lo svolge. La compassion satisfaction ne è un esempio. Si tratta di sensazioni positive derivanti dall’aiutare gli altri e dal far bene il proprio lavoro”. 

Gli stessi soccorritori, notano gli esperti, hanno poi risorse emotive che li aiutano a sopportare la durezza del loro compito. Anzitutto la resilienza, “che nasce dalla combinazione di forza interiore, supporto esterno e capacità di apprendere dall’esperienza”, dice Roulet.  Altra competenza, legata alla resilienza, è quella del coping, “un processo di adattamento per superare una situazione stressante, quotidiana o straordinaria”.

Psicologo dell’emergenza, figura centrale

A occuparsi di questi aspetti è, appunto, lo psicologo dell’emergenza, una figura professionale ormai centrale e che è presente in tutte le situazioni di crisi, ma che quasi sempre fa parte di un’associazione specializzata nell’emergenza e lavora su base esclusivamente volontaria. “Come al solito il volontariato in Italia, che è spesso a livelli di eccellenza”, spiega la dott.ssa Rita Di Iorio, che fa parte dello storico Centro Alfredo Rampi Onlus http://www.centrorampi.it, “va a sostituire quello che lo Stato non ha. Tradotto in parole povere, ciò significa che la formazione devo pagarmela io, e pure le spese, visto che quando si parte per le emergenze si ricevono al massimo pochi spiccioli di rimborso”. 

Vari sono gli interventi sui soccorritori effettuati da queste figure ormai indispensabili: di tipo preventivo, come la formazione psicologica, lezioni teoriche, simulazioni ed esercitazioni; oppure attuati dopo l’operazione di soccorso,  “come il demobilization, il defusing o il debriefing, che vanno a lavorare più sul vissuto emotivo dei soccorritori, per ridurre la sintomatologia acuta post emergenza, attenuare l’impatto dell’evento e far emergere eventuali disagi e difficoltà”, spiega Roulet. “Come Vigili del Fuoco, al pari di tutti i soccorritori, abbiamo degli psicologi a disposizione”, racconta Antonio, “anche perché ognuno reagisce diversamente di fronte alle situazioni critiche. Quando devi tirare fuori corpi carbonizzati o decomposti, e senti l’odore della carne bruciata, molti cominciano a star male, piangono”.  

Anche gli stessi psicologi dell’emergenza, però, possono soffrire a loro volta di burn out, perché il loro lavoro può essere altrettanto scioccante. “Ad Amatrice”, racconta sempre Rita Di Iorio, “vidi un gruppo di sanitari che doveva trasportare dei sacchi con le vittime. I sacchi, però, a un certo punto cominciarono a perdere: il gruppo andò in tilt. Una nostra equipe intervenne subito per riorganizzarli emotivamente e rimetterli in sesto. Sempre ad Amatrice fu durissimo accompagnare i parenti al riconoscimento delle vittime, erano costretti a guardare le foto di tutte le persone morte. Un altro ricordo è quello dell’incidente di Fiumicino, quando alcuni poliziotti collassarono davanti ai cadaveri dei bambini. Anche lì intervenimmo”.  Ecco perché, spiega ancora Di Iorio, gli psicologi possono “usufruire di aiuti durante e dopo l’emergenza, con briefing, incontri e supervisioni, per far defluire la sofferenza che abbiamo preso dalle vittime e dal contesto”. 

Insomma, conoscere bene la tecnica e sapere esattamente cosa fare in situazioni di emergenza aiuta, conclude Roulet, “ma è anche fondamentale, in un secondo momento, prendersi del tempo per ascoltare ed elaborare il proprio vissuto interno rispetto all’intervento svolto. Inoltre è importantissimo coltivare anche altri interessi, dedicarsi alle proprie passioni, stare con le persone amate, passare del tempo con gli amici. In breve, nutrire l’anima di vita”. 

Gennaio 2019 Ilfattoquotidiano.it

Foto Tim Eidens

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