Sperare che sull’autobus tua mamma non produca una rumorosa flatulenza della quale non si accorgerebbe in alcun modo. Controllare che la carta igienica del bagno non sia finita perché nessuno verrà a portartela anche se urli a squarciagola. Accertarsi di avere sempre le chiavi di casa per non restare chiusi dentro per sbaglio e non poter chiamare nessuno. Fare lo sforzo di evitare di allacciarsi le scarpe, voltare la schiena, perdere di vista anche un attimo il viso e i gesti di chi sta parlando per evitare di non capire nulla di un discorso in fieri. Tutto questo significa, anche, vivere con due genitori sordi senza esserlo. Una condizione che la francese Véronique Poulain racconta nel libro Un diverso sentire, appena uscito per Corbaccio in Italia. Un romanzo che dell’handicap – se tale lo si vuole definire: alla fine del libro sembra di aver conosciuto piuttosto un altro pianeta – racconta anche gli aspetti comici, surreali, che prevalgono tutto sommato su quelli drammatici. “Salve banda di rompicoglioni” è, ad esempio, il saluto di Véronique di ritorno dalla scuola, ricambiato da un bacio della mamma ignara; mentre suo cugino architetta uno scherzo verso lo zio sordo alzando a tutto volume la radio della sua macchina proprio di passaggio davanti alla polizia, procurandogli una reprimenda da parte delle forze dell’ordine.

MA L’UNIVERSO DEI SORDOMUTI NON È AFFATTO SILENZIOSO
L’altro aspetto che il libro della Poulain fa scoprire di questo mondo parallelo è che non si tratta per niente di un universo silenzioso. Vivere con dei sordi significa non solo avere a che fare con una voce “rotta, frastagliata, mutilata, che schizza in tutte le direzioni e che vi fa vergognare da morire quando la subite” ma soprattutto essere esposti al rumore della loro “intimità urinaria, sessuale, anale”. I sordomuti si trovano molto a loro agio con il proprio corpo che di fatto è la loro lingua (per questo non potrebbero mai fare un lifting facciale). Una lingua esplicita, diretta, brutale che non contiene giochi di parole, sfumature, sottintesi, ed esprime tutte le loro voglie, come ad esempio quella di fare sesso, con il quale i sordomuti hanno un rapporto istintivo, animale. Non è difficile capire allora come la protagonista oscilli tra orgoglio e al tempo stesso vergogna e rabbia.  Da un lato carezze e gesti sostituiscono le parole, in un contatto fisico costante, dall’altro la diversità porta irritazione ed esasperazione. E non tanto perché non si possono fare grandi discussioni sul mondo, la politica, l’etica, Mozart, Bach, Tolstoj, spiega l’autrice, ma per la diversità tra due mondi che a volte emerge in maniera cruda ed esacerbante. D’altronde, conclude Poulain, sarei potuta nascere in una famiglia di alcolisti, oppure carica di segreti, “dove il padre si diverte a giocare al dottore con la figlioletta”. Molto meglio, allora, passare un pomeriggio chiusa in casa per sbaglio, o trovare strategie alternative se ci si ritrova sul water con la carta igienica finita.  

INTERVISTA ALL’AUTRICE
Ci ha messo molto a realizzare il progetto di un libro sulla sua famiglia – “c’era come un fantasma che mi impediva di scriverlo e per questo ci ho impiegato molto tempo” – ma alla fine, dopo aver riscontrato che la storia della sua infanzia peculiare non lasciava nessuno indifferente, Véronique Poulain si è decisa a testimoniare ciò che ha vissuto, “per informare gli udenti e dire loro che avere genitori sordi non è un dramma: l’infanzia è diversa ma non certamente più tragica”.
Un punto di forza del suo libro è lo stile leggero, ironico. Alla fine della lettura si ha la sensazione che essere sordi non sia un handicap ma un modo diverso di essere. Non proprio un’opportunità, ma neanche qualcosa di lontano da essa.«L’umorismo era per me l’unico modo per trasmettere appunto questa “non drammatizzazione”. La sordità non è una differenza insormontabile. Credo tuttavia che sia un handicap nel senso che genera un isolamento che nessuno può comprendere. Mettete un sordo in un ambiente dove ci sono solo persone udenti. Si sentirà perduto, nessuno farà uno sforzo per farsi comprendere da lui o semplicemente capirlo. Invece molti dei sordi che conosco non si ritengono handicappati e vedono la loro sordità come una risorsa. Anche io, da figlia di parenti sordi, ritengo che sia stato per me una risorsa. Forse per una maggiore tolleranza di fronte alla differenza e una voglia di inghiottire la vita che può essere qualche volta molta faticosa per chi mi sta vicino».
Nessun doppio senso, metafora, ambiguità: lei descrive così la lingua dei sordomuti. In che misura è un’opportunità e in quale un impoverimento? «Ci sono nuance e sottigliezze anche nella lingua dei sordi. Ci sono anche metafore, cosa che non sapevo. Ho forse detto dunque una cosa non corretta ma ciò che volevo dire era che la lingua dei segni è molto diretta ed espressiva. Straight to the point, come dicono gli anglosassoni. Non si passa per quattro strade per dire le cose, il che può essere imbarazzante per chi non è abituato, ma può essere anche assai pratico».
È molto interessante il rapporto che i sordomuti hanno con il corpo e che lei descrive così bene: diretto, istintivo, senza eccessivi pudori: dovremmo imparare da loro?
«Nella lingua dei segni, il corpo si esprime totalmente e alcuni gesti sono immaginati dentro determinate situazioni, molto più crude. Se dovessi fare un’analogia, c’è la stessa differenza che esiste tra il cinema e la lettura. Al cinema, quello che ci è mostrato sullo schermo non permette né il dubbio né l’ambiguità, mentre leggendo il lettore può, grazie alla sua immaginazione, attenuare il peso delle parole. Noi non siamo necessariamente più puritani dei sordomuti ma forse più complessi nel rapporto con il nostro corpo: più tesi, meno a nostro agio. Siamo più nella riflessione mentale che nell’espressione corporale».
Visto quello che lei dice, crede che i sordomuti siano sottoutilizzati nella nostra società, perché banalmente classificati come handicappati?
«Restano ancora molto cose da fare perché i sordi abbiano ad esempio lo stesso livello scolastico di chi sente. Ci vorrebbero più scuole bilingue in cui l’insegnamento dovrebbe essere impartito nel linguaggio dei segni da professori sordi. Ci vorrebbero più interpreti. La società li considera come handicappati e come tutti gli handicappati devono battersi quotidianamente per ottenere un minimo. Grazie a internet, Skype e tutte le nuove tecnologie, hanno accesso a informazione che a loro erano impedite fino a pochi anni fa. Ma molti progressi restano ancora da fare».

1 Ottobre 2015 D. Repubblica.it

Foto di Harman Abiwardani

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