LE PAROLE PER IL DOPO

Piccolo vocabolario etico perché tutto ciò che è successo non riaccada

ACQUA

Non potevamo iniziare il nostro piccolo vocabolario etico per il dopo con l’acqua: semplicemente e intuitivamente, è la base della nostra sopravvivenza e di quella di qualsiasi specie vivente, dagli animali alle piante. Tutti, ma proprio tutti, dipendiamo da lei. Eppure, incredibilmente, non la trattiamo come tale. Cioè come qualcosa che, se non ci fosse, ci farebbe morire in pochissimi giorni. 

Di acqua si è parlato molto in collegamento con la crisi climatica. E’ giusto, perché una delle conseguenze più drammatiche dell’aumento delle temperature è proprio da un lato la sua diversa distribuzione – piogge intense e alluvioni devastanti versus siccità – ma anche il letterale prosciugamento di fonti d’acqua fondamentali per le persone che vivevano in prossimità. Fiumi, laghi. Nei mesi passati sono passate per i siti del mondo le immagini delle cascate Vittoria a secco. Personalmente l’ho trovata una delle immagini più dolorose che abbia mai visto. 

A fronte di questo, noi, in Italia, ci rapportiamo all’acqua come se niente fosse accaduto. Le municipalizzate che se ne occupano, che stanno cercando di coprire le falle che ne fanno disperdere quantità mostruose, nell’ordine del 40 per cento, non fanno nessuna, ma proprio nessuna educazione al consumo responsabile  di questo bene prezioso. Le persone la usano come se fosse infinita, lasciano aperti i rubinetti, ne sprecano centinaia di litri per sciacquare qualche padella, fanno lavatrici a gogo con panni usati un giorno. L’Italia è uno dei paesi che ha un più alto consumo procapite, ma non è un paese che ha una ricchezza d’acqua, quanto meno al sud – ma le siccità del Po degli ultimi anni devono averci pur insegnanti qualcosa – e il nostro futuro ci prospetta proprio la desertificazione di molte aree, anche a causa della scarsità idrica. L’atteggiamento di indifferenza con cui la usiamo ferisce, è incomprensibile, assurdo anche se la colpa è anche delle istituzioni che non danno indicazioni. 

Però il nostro rapporto con l’acqua deve essere equilibrato, come ha scritto di recente Eduardo Borgomeo in “L’oro blu” (Laterza). Non dobbiamo essere idrofobi, ovvero trattare male l’acqua, temerla, anche, ma idrofili, ovvero avere un rapporto con lei giusto, equilibrato, sano, lucido, ma anche empatico. Usarla, goderne, senza sprecarla. Studiarla, studiarne i cambiamenti e cercare di fare fronte ad essi. Rispettarla come qualcosa di sacro, non scontato, purtroppo non infinito, senza tuttavia sentirci in colpa per il fatto che ne abbiamo bisogno, cosa che accade talvolta nell’ambientalismo radicale. Possiamo ritrovare con l’acqua un equilibro. Dobbiamo trovarlo, attraverso un mix di studio scientifico e amore. Se l’acqua è vita e non c’è vita senza acqua, allora per lei abbiamo trovare le stesse passioni che proviamo per la vita. 

COMUNITA’

Usare la parola “comunità” non è facile. E’ un termine che porta con sé ricordi di libertà soffocata, di inni patriottici e piacere soffocato. Io stessa vengo da lì, una comunità religiosa che per molti anni mi ha tolto la base che consente alle persone di restare salde nel mondo. 

Eppure, oggi, mi sentirei di usarla come una parole del nostro presente e futuro. Dopo decenni e decenni di individualismo sempre più radicale, di soggettivismo estremo; dopo decenni e decenti di trionfo del privato ovunque, di collasso dello stato e del pubblico, di privatizzazione della vita, della salute, del benessere, di tutto; dopo decenni e decenni in cui la parola centrale era solo “io” e insieme all’io il consumo e insieme a entrambi tutte le patologie che caratterizzano la nostra epoca, come il narcisismo, mi sento di dire finalmente: “noi”. 

Essere noi, cioè comunità, è semplice. Basta essere in due. Si può essere comunità se si è famiglia, piccolo gruppo di amici, classe di scuola, compagni di ufficio, qualsiasi cosa. In questa quarantena in cui siamo rimasti isolati abbiamo finalmente capito il senso dell’essere comunità, sia pur connessi digitalmente.  E sono rinate anche forme di comunità “corporee” non solo le famiglie, che sono forse rinate come comunità mentre prima erano solo individui aggregati, ma anche, ad esempi, i condomini. Ci eravamo ridotti a vivere per anni e anni gli uni accanto agli altri nello stesso palazzo senza neanche sapere il nome reciproco, i bisogni, le età, i desideri, niente di niente. Con questa chiusura abbiamo dato un volto a chi abitava con noi, così come abbiamo dato un volto forse ai nostri genitori e parenti, che si sono mancati in maniera lancinante. L’assenza ha prodotto comunità. 

Ma soprattutto, banalmente eppure crucialmente, abbiamo capito che non possiamo salvarci da soli. La pandemia è infezione, e dunque l’autoproduzione forsennata, anche investendo milioni di euro, non basta senza l’agire comune. L’individualismo, il narcisismo, il soggettivismo son duri a morire ma questa pandemia gli ha assestato una colpo consistente. Soprattutto, ed è la cosa più importante, abbiamo riscoperto il piacere dello stare insieme, della condivisione, del dono. Non parole retoriche, ma realtà. E ci siamo chiesti come mai avevamo questa meraviglia a portata di mano e non l’abbiamo sfruttata, perché avevamo questo enorme bacino di piacere e gioia e l’abbiamo sprecato. Oggi siamo più noi che io, oggi siamo comunità. Non so per quanto. Ma sicuramente più lo siamo più saremo grati alla vita e appagati. 

CORPO

Corpo: la parola chiave, la parola che è insieme una realtà e una risposta. La usiamo costantemente, ne abusiamo costantemente. Perché corpo legato a tre ambiti, oggi: quello sanitario, quindi l’immaginario va subito a ospedali, medici, cure, salute, etc etc. Oppure quello del ftiness: il corpo allenato, il fitness, la danza, lo yoga, ma tutto in funzione appunto del corpo perfetto, magro, funzionante. Infine l’ambito del sesso, per cui corpo uguale sesso, orgasmo, masturbazione etc. 

Ma il corpo non è nulla di questo, almeno non in questi termini. Il corpo è soprattutto emozione. E’ ciò che genera emozione, è il contenuto delle nostre emozioni. Non ha niente a che fare con il corpo-oggetto della medicina, né con il corpo-oggetto del fitness, né con il corpo-oggetto del sesso come viene descritto e raccontato. Il corpo è storia, il corpo è racconto, il corpo è dolore, il corpo è passione, il corpo è conflitto,  il corpo è limite, anche, soprattutto, il corpo indica la strada. È fuori corpo chi lo usa come oggetto, ossessivamente e compulsivamente, e coui che se se lo dimentica, perso in una mente troppo astratta, intellettuale, sradicata da ogni contatto. Due strade facilissime e paradossalmente simili, che spesso percorrono coloro che hanno avuto un’infanzia segnata da conflitti e dolore. 

Ma il corpo è anche l’unica cosa che ci può salvare dalla nostra crisi ambientale. Con i suoi bisogni, sete, fame, sonno, ci ricorda che non possiamo sopravvivere senza acqua, e acqua pulita, né senza cibo, cibo che nutre, buono, né senza riposo, né senza aria non inquinata, né con temperatura troppo alte. Ci indica in maniera lampante la strada che dovremmo percorrere, che è quella della cura. Di noi e dell’ambiente cioè sempre di noi. Se ascoltassimo i bisogni del corpo, noi che dal nostro corpo e dalla nostra sopravvivenza siamo ossessionati, ci salveremmo per certo. Invece abbiamo paura di morire ma, non ascoltando il corpo, rischiamo di morire davvero. 

Infine non credo nell’opposizione corpo-digitale. O, meglio, sono sicura che un eccesso di digitale e di digitalizzazione ci fa dimenticare il corpo. Troppo digitale ci impedisce di usare bene i sensi, ci fa perdere la memoria, rende il corpo anchilosato. Però, anche, sempre più il digitale ci permette di risparmiare tempo e il tempo, com’è noto, è anche spazio. E il corpo si muove nello spazio. Insomma, se liberiamo tempo riconquistiamo il corpo. Ma ci vorranno ancora mesi o forse anni, perché abbiamo appena cominciato a usare il digitale in modo da sostituire alcune esperienze sensoriali. Una deprivazione in sé, ripeto, che non può essere totale pena la fine della nostra vita. Ma che se avviene invece parzialmente, consentendoci di fare senza perdere lo spostamento, forse ci renderà invece più vicini anni stessi, alle nostre emozioni, ai nostri corpi. Forse. 

CULTURA

Cultura è una parola fredda. Ma dentro, c’è tutto. Cultura è libri, lettura, romanzi, storie, saggi. Cultura è danza, performance, spettacolo, teatro, cinema. Cultura è museo, arte, quadri, pittura. Cultura è tutto ciò che dà senso alla vita. Se vivessimo solo di natura, se fossimo solo natura, saremmo simili agli animali. Nè felici, né infelici, semplicemente animali, nella loro naturalezza. Ma l’uomo, anche quello che ha distrutto la natura, ha creato la parola. Sono fatti di parole i sogni, è fatta di parola la nostra immaginazione, di parole sono fatti i nostri sentimenti, oltre che ovviamente i nostri pensieri. 

La cultura, poi, ha un significato anche più ristretto. In questo senso si avvicina alla scienza. È scienza, perché sono la faccia di una stessa medaglia, nonostante nella nostra civiltà a un certo punto le due cose si siano separate, dando vita a un triste umanesimo non scientifico e a una scienza senza immaginazione. 

La cultura, insieme alla scienza, è l’arma perfetta per salvarci dalla distruzione ambientale. La cultura in soccorso alla natura, appunto. Perché attraverso la cultura pensiamo soluzioni, attraverso la cultura pensiamo azioni, attraverso la cultura disegniamo un cammino giusto, vero e buono che possa condurci a cessare la distruzione sistematica del pianeta e al tempo stesso pensare a una vita diversa. 

Nutrirsi di cultura oggi è facile. I contenuti a cui si può accedere sono tantissimi, e spesso gratuiti. Questo è un bene purché la loro fruizione si accompagni al pensiero, alla ragione, perché non c’è cultura senza pensiero e non basta la fruizione di contenuti digitali per creare a avere cultura. Se i contenuti si accompagnano alla riflessione, che ha bisogno anche e soprattutto di tempo, allora avremo cultura. Allora saremo grati e pieni. Una biblioteca e un giardino: è quello che, secondo Cicerone, serve per essere felici. E non v’è dubbio: così è. 

DIGITALE

Dire che il digitale sarà il nostro futuro dopo il covid-19 può sembrare di una banalità sconcertante. Ma la riflessione che va fatta è più sottile. La vita in pandemia ci ha costretto ad usare il mondo digitale in maniera totale e quasi ossessiva. Sarebbe quindi logico che per il dopo covid-19 si auspicasse invece un ritorno al contatto, al reale, al corpo. Così è ma paradossalmente sarà proprio il digitale a permetterci il ritorno al corpo. Su due fronti. 

Il primo è l’immenso risparmi di tempo. Non ci rendiamo neanche conto di quanto tutta una serie di attività che si trasferiranno appunto on line, dalle riunioni al lavoro a quelle scolastiche, dalle conferenze alle lezioni di yoga e fitness, dalle consulenze alla burocrazia, libereranno finalmente tutto il tempo degli spostamenti. E questo ci permetterà appunto più contatto, vicinanza, prossimità a chi amiamo e dunque pienezza maggiore. Sempre che questa opportunità si colga, che appunto si continui a utilizzare le opportunità del digitale per tutta una serie di cose, senza tornare indietro. 

Il secondo motivo è ecologico. Ormai era chiaro a molto, purtroppo non a tutti, che andando avanti nel modo in cui stavamo andando avanti non ci sarebbe stato futuro, a causa, appunto, della distruzione concreta della natura, cioè della realtà, del mondo qui e ora in cui viviamo. Siamo stati bloccati fisicamente, mentre tutto continuava virtualmente, e le emissioni sono calate, così come l’inquinamento. Questo significa che se una parte delle attività resterà non direi virtuale, perché sempre di realtà di tratta, ma appunto digitale, l’ambiente potrà trarre giovamento. Forse avremo qualche chance in più. Forse un poco di tempo in più per rimediare, per cambiare. 

Ecco perché starei attenta a demonizzare il digitale ma ecco perché, soprattutto, non lo vedo come contrario al corpo se, ovviamente, viene utilizzato in maniera intelligente e se, ovviamente, riguarda principalmente gli adulti, non i bambini e i ragazzi che invece continueranno ad aver bisogno di didattica reale, contatto e interazione sociale in misura ben maggiore che noi. Ma ad oggi, il digitale resta una speranza. È stato un aiuto grande durante la quarantena – come avremmo potuto senza – è uno strumento formidabile che potrebbe, appunto, far parte di quella decrescita felice di cui tanto si parla. Perché non produce conseguenze, pur non privandoci, almeno in parte, dell’esperienza che vorremmo. 

INFANZIA

Avevamo un termine di paragone per evitare che accadesse ciò che è accaduto. Un misuratore universale, facile, immediato, a portata di mano: l’infanzia. I bambini, i minori. Un mondo che non crea  virus, un mondo da cui non nascono pandemie, dove la temperatura non aumenta, l’acqua non si prosciuga, i ghiacciai non si sciolgono. Era semplice, bastava che fosse un mondo misura di bambino. 

Ai bambini basta poco: un po’ di cibo sano, acqua quanto basta, un po’ di aria pulita, un giardino, molto amore, la scuola per imparare. Avremmo dovuto garantire loro solo questo, in fondo non era difficile. Invece siamo andati oltre, abbiamo creduto che la loro felicità fosse nel consumo senza fine, in giocattoli senza misura, in attività di ogni genere, in viaggi incredibili per bambini di pochi anni eppure portati da una parte all’altra del mondo.

Tutto questo ha generato miseria, ingiustizia, oppressione, schiavitù, malattia, morte dei bambini del mondo povero. Fossero stati felici almeno i bambini del mondo ricco. E invece. Non solo abbiamo generato ragazzini ansiosi, isterici, incapaci di qualunque attività richieda vera autonomia, senza rispetto per il loro genitori e per gli altri, incapaci di accettare qualsiasi regola, persino basilare. Fosse stato solo questo. Ma in più il nostro modello di “sviluppo” ha cominciato a togliere loro sotto i piedi persino quegli elementi di base che sono l’essenza della loro felicità. Perché cambiamenti climatici minacciano l’acqua anche dei ricchi, rendono le estati torride anche per i bambini dei paesi “sviluppati”, rischiano di mettere a repentaglio la loro salute e la loro stessa vita. 

Che abbiamo fatto? Non sarebbe bastato un giardino, una scuola, una casa, amore e cibo? Perché, pur seguendo lo sviluppo tecnologico, la scienza, pur portando avanti l’innovazione, non abbiamo cercato di capire se tutto questa minava la loro felicità? Oggi ci troviamo di fronte al paradosso per cui il nostro imperativo categorico e l’unico scopo della vita è proteggere i figli eppure non possiamo farlo. Perché l’ambiente intorno a noi è diventato troppo rischioso per loro, portatore di morte e distruzione. 

Il mondo del futuro, se ci sarà un futuro, il mondo del coronavirus dovrà avere solo un criterio guida, perché tanto basta: un mondo rispettoso dei minori, del loro corpo vulnerabile, della loro anima ancora più vulnerabile. Un mondo dove non debbano fuggire emigra, oppure lavorare, oppure aspettare l’estate con terrore invece che con gioia per il troppo calore. Ripensiamo il mondo immaginandolo così come servirebbe a loro, con le cose essenziali per loro. Funzionerà perfettamente anche per noi. 

INFORMAZIONE

In questo piccolo vocabolario etico è già presente la parola digitale. Ma digitale, ovviamente, non è un contenuto, ma una forma, anche se già che passa è sempre un’informazione. Qui, però, informazione è presa invece nel suo senso giornalistico: informazione è dare notizie, raccontare i fatti, stroncare false notizie, fare approfondimento, intervistare persone, fornire i dati, dare anche opinioni autorevoli, insomma, appunto, tutto ciò che è giornalismo. 

Fino a prima della pandemia, il giornalismo, specie televisivo ma anche cartaceo, era in crisi. Non solo in crisi economica, anche di autorevolezza. Leggere i giornali creava un’amarezza senza fine, visto che le prime pagine erano dedicate sempre e solo alla politica. Mentre la società andava verso l’abisso, mentre il pianeta collassava. La pandemia ha cancellato tutto questo. La pandemia ha ridato dignità al giornalismo, almeno quello italiano. E lo affatto non per merito del giornalismo stesso, ma appunto a causa della gravità dei fatti. 

In prima pagina, finalmente, è arrivata la salute. Purtroppo sotto forma di emergenza assoluta, ma sono stati fatti fuori commentatori da due soldi e politici per fare spazio invece a esperti, scienziati, medici, virologici. La scienza ha ripreso il suo giusto peso, finalmente le cose importanti sono finite nel primo sfoglio: la salute, la malattia, la morte, la cura. E mentre succedeva questo, la gente, che forse aveva smesso di leggere i giornali perché erano tutti uguali, ha ricominciato a leggere i giornali, pagare per degli abbonamenti, seguire telegiornali a tutte le ore del giorno. Ha ricominciato ad avere fiducia nell’informazione, perché l’informazione, allo stesso modo, aveva capito che le cose importanti erano altre. 

Così finalmente noi giornalisti abbiamo svolto un ruolo importante in questa tragedia. Abbiamo fatto ciò che dovevamo fare, portare le notizie, quelle importanti, intervistare le persone giuste. Sono mancati ancora collegamenti importane, purtroppo, come quello tra pandemia e istruzione dell’ambiente, ma qualcosa comincia ad apparire. Forse finalmente abbiamo capito cosa significa fare informazione. Qualcosa che è essenziale come l’acqua e l’aria che respiriamo. Non beghe politiche, quello speriamo non tornino mai più, ma appunto notizie che ci salvano la pelle. Occorre continuare così, perché l’informazione anche è tutto, ti salva quanto stai per soccombere. 

Ricordiamocene sempre, da ora in poi. 

PASSATO

Viviamo in un’epoca in cui il passato è cancellato. Si parla solo di futuro, a fare da padrone sono soprattutto le proiezioni, il come vivremo tra venti, trenta, cinquant’anni. Si parla di scienza sempre in relazione al futuro, di tecnologia sempre in relazione al futuro. Le città del futuro, la casa del futuro, le macchina del futuro.

E in tutto ciò abbiamo dimenticato una semplice verità: non possiamo pianificare né immaginare alcun futuro se non conosciamo bene il passato. Perché il passato siamo noi, la nostra identità, il nostro essere qui e ora. Come possiamo pensare di trovare soluzioni ai problemi del nostro presente senza ricordare da un lato gli errori, dall’altro invece le scelte giuste e virtuose del passato? Come possiamo pensare di contrastare il cambiamento climatico senza ricordare come si contrasta un Grande Nemico, quale battaglia immane ci vuole, quante forze in campo, come quelle che furono messe dagli alleati per sconfiggere Hitler? 

Il passato, poi, è un sentimento terapeutico. Il passato è approfondimento, riflessione, dunque pace. Il passato è libertà, il passato scoperta, curiosità, stupore, gioia. Nel passato c’è tutto ciò di cui abbiamo bisogno e tutti gli strumenti che ci servono per il futuro. Per questo è importante studiarlo, per questo è importante combattere l’orizzontalità della nostra epoca e società, da un lato imposta dalla digitalità ma che però ci fa dimenticare la profondità e con essa tutto ciò che siamo stati. Ovvero tutto ciò che possiamo essere perché la possibilità di oggi e di domani sta in ciò che abbiamo potuto essere e fare ieri. 

Anche chi come me si occupa di cambiamento climatico, e dunque soprattutto di futuro, ha bisogno del passato. Per capire qual è lo spazio del possibile, qual è lo spazio dell’agire individuale. Per capire cosa realisticamente si può e cosa no, cosa osare e quando tacere e fermarsi. Il passato è una risorsa incredibile, oggi sotto utilizzata, eppure lì, a portata di mano. Non scordiamolo. 

POSSIBILE

Rispetto al tema del cambiamento climatico, ma anche della pandemia, si è spesso oscillato tra il pessimismo e l’ottimismo, tra il dramma e la speranza. Gli ambientalisti radicali, giustamente, sostengono che “non abbiamo bisogno di speranza”, ad esempio Greta Thumberg, perchè lo spazio della speranza, in realtà, è una condizione psicologica che ci mette troppo tranquilli, e che – anche – cognitivamente non corrisponde a molto, ovvero dal punto di vista della scienza e della verità. La speranza non appartiene infatti alla ricerca, è uno strumento emotivo che serve per andare avanti e agire ma rischia, anche, di portare all’inazione, all’idea “ce la si farà in qualche modo”, “la resilienza umana prima o poi si metterà in atto”, “l’uomo ha mille risorse”, la tecnologia ci salverà” e altre mille argomentazioni che in questi mesi ho dovuto sentire da quelli che del cambiamento climatico non si interessavano affatto e a domanda rispondevano così. 

E dunque no, non ci serve la speranza, quella funzionale solo allo status quo. Eppure, quello che ho capito in questi anni è che non serve neanche l’apocalisse. Non serve la frase per cui “abbiamo finito il tempo”, non serve l’angoscia panica, perché a quel punto le emozioni si bloccano, e insieme anche le azioni. Si finisce nel finire nel peggiore degli immobilismi, avvolti nel terrore e nella depressione. Quindi né speranza né apocalisse, anche se questo non vuol dire che la situazione non sia tragica, anzi drammatica, la già grande delle sfide che siamo chiamati a fronteggiare. 

Serve, invece, molto realismo. Serve discernere i fili rossi da quelli rosso pallidi, serve lavorare sul campo con attenzione e fatica per individuare l’unico spazio che, come ricordava Hannah Arendt, ci è concesso, lo spazio del possibile. Il possibile è la nostra realtà, il possibile è il nostro campo di azione. A chi si affida alla speranza e in definitiva al lavoro altrui il possibile ricorda, invece, e anche severamente, che è urgente agire nel campo da lui delimitato. In altre parole, possibile significa “dover fare” ma all’interno di quei limiti, che sono quelli che ci sono dati. In altre parole, non è un impegno al ribasso, anzi. Agli apocalittici, più vicino alla realtà delle cose ma sempre a rischio di far fuggire le persone terrorizzate dall’impotenza, il possibile ricorda i confini entro i quali, appunto, si può agire. Tutto quello che si può fare in quel perimetro va fatto, oltre non si può. Qui e ora, ovviamente basandosi sulla scienza, che ci indica in prospettiva la strada verso la rovina se non agiremo, ma sempre per tornare, appunto, al qui e ora. All’oggi, pur portando dentro di sé l’intuizione del domani. 

Il possibile dunque. Ma qual è il suo corrispettivo emotivo? Si potrebbe pensare la speranza, se non fosse parola troppo abusata e, come ho spiegato, utilizzata purtroppo per non fare. Non è l’ottimismo e non è il pessimismo, almeno cosmico. È un sentimento di preoccupazione e desiderio di agire per curare le cose, ma senza ansie che spingono ad agire in maniera incontrollata. Non è una sensazione di impotenza, anzi, porta con sé anche il piacere del fare e la gratificazione dell’aver agito. Aggiustando il tiro a seconda degli eventi, ma senza perdere una relativa calma e consapevolezza di sé che, in definitiva, è la cosa più importante che abbiamo. Anche qualora il mondo dovesse finire domani. 

PREGHIERA

Ho vissuto un’infanzia religiosissima, soffocata da regole morali sadiche e insensate, che mi hanno tolto ogni libertà interiore e ogni piacere di vita. Ne sono uscita faticosamente, con decenni di psicoanalisi che ancora non si conclude, perché le ferite del passato certe volte non si rimarginano più.

Eppure la crisi ambientale, e la coscienza di un collasso ecologico possibile e incombente, mi ha riportato su tracce antiche, anche se diverse da quelle infantili. Di fronte al Male dilagante, di fronte alla distruzione del mondo, unico posto nel quale possiamo vivere, ho avvertito che tutta la scienza del mondo non bastava a consolarmi. O, meglio, che la scienza, una delle forme di conoscenza più alta, quella che dice la verità sullo stato del nostro organismo e del pianeta, non poteva andare da sola.

Può sembrare assurdo accostare ragione e religione (o preghiera) insieme, eppure la sensazione è che esse possano essere vere entrambe. Perché, semplicemente giocano due partite diverse, due ordini di verità differenti. La crisi climatica, e poi quella del virus, è stata per me il momento in cui quello che mai avrei creduto di pensare – sono sempre stata per l’aut aut, o l’uno o l’altro – mi è apparso evidente in maniera lampante: potevamo credere in entrambe. Durante l’emergenza un titolo mi è rimasto impresso. Quello di Avvenire: “Armati di scienza e fede”. Anni fa mi avrebbe fatto sorridere. Oggi no.

Ma in quale religione credere? Quale preghiera recitare? Per la verità, non importa. Ciò che importa è sentirsi “legati” a una comunità, a un popolo, come dice la parola. E allora forse la religione, e la preghiera, “giusta” è semplicemente quella del luogo in cui si è nati. Le radici.  E non serve per essere religiosi o per pregare andare a messa, non serve prendere per forza i sacramenti. Serve soprattutto sentirsi parte di una comunità spirituale. Che soffre, che anela, che chiede aiuto. Che piange, che prega, che spera.

Papa Francesco ha incarnato tutto questo in maniera esemplare, ed è stata guida morale per tutti, cattolici, atei, probabilmente anche buddisti o credenti di altre religioni. La religione ci lega a una cultura, anche. Forse per questo non sono mai riuscita a diventare buddista, nonostante condivida tantissimo di questa filosofia, nonostante ami la loro meditazione, così efficace nei momenti di crisi. Ma non era quella legata alla mia cultura. Al mio immaginario. Alle tele dei nostri pittori. Alle nostre chiese. 

Continuo a credere che il cristianesimo sia una religione contraddittoria, inverosimile, per certi versi sadica. L’immagine del Cristo morto è spaventosa. Spiegarla a un bambino quasi impossibile. Ma non importa questo. Se è un mezzo per pregare insieme, per sentire che Noi è più dell’io, per avvertire pace nello strazio, per vedere bellezza nell’orrore, tanto basta. Dio è uno solo, tanti i modi per pregarlo. 

Dopo la crisi non dobbiamo diventare meno religiosi, il contrario. Non dobbiamo pregare di meno, il contrario. Recitare insieme un rosario, un mantra, che dà senso al mondo, anche quello segnato dalla distruzione, sociale e ambientale. E di fronte alla fine della vita, è l’unica cosa che ci consola, oltre a renderci meno onnipotenti. Non è moralismo, non è dogmatismo. La preghiera non impedisce la vita, il piacere, nulla di questo. Se è entrata per caso nelle nostre vite con il virus, non facciamola uscire. 

PROTEZIONE

Protezione: siamo ossessionati da questa parola. Non pensiamo ad altro, a proteggere noi stessi, a proteggere i nostri figli. Lo facciamo comprando creme solari, mettendo cappelli e sciarpe, portandoli in macchina sotto la scuola. Il virus ha fatto diventare la protezione la parola chiave, la mascherina sul viso è diventata il nostro simbolo universale. 

Eppure, per quanto riguarda la protezione, dobbiamo ancora imparare tutto. La verità è che ci siamo protetti nel modo sbagliato, non per nostra colpa, ma neanche senza alcuna responsabilità. E infatti oggi ci ritroviamo, noi ossessionati dalla protezione, completamente esposti. In pericolo. Sempre più in pericolo. Il virus, la temperatura in aumento, gli ecosistemi distrutti, la deforestazione. Strati di pelle preziosi via via tolti, tanto da lasciarci completamente vulnerabili. 

Dove abbiamo sbagliato? Prendendo la protezione come un atto individuale. Credendo che bastasse spalmare la crema sul nostro corpo per evitare che quel sole bruciasse. Invece no. Il sole ha aumentato il suo calore perché non abbiamo protetto, collettivamente, il mondo che ci è stato donato. Invece di controllare che le foreste non fossero distrutte, abbiamo comprato pacchetti di prevenzione e check up. Invece che proteggere la biodiversità, i mari, gli ecosistemi abbiamo comprato case private più accessoriate, dotate di condizionatori sofisticati, di materiali d’eccellenza. Ma non è così che ci possiamo proteggere. 

Bisogna ricominciare da capo. Capendo che la nostra protezione passa non solo per la cura del nostro corpo ma per il corpo globale nel quale siamo. Che è meglio salvare una pianta che farci l’ennesimo controllo. Se il mare respira, respiriamo anche noi. Se le foreste respirano, respiriamo anche noi. Viceversa, moriamo, e nessuna autoproduzione potrà salvarci. 

Non limitarsi al proprio corpo privato è più faticoso che pensare al collettivo. Perché quest’ultimo ci espone alla diversità dell’altro, al conflitto, alla difficoltà dell’accordo. Ma anche all’impotenza. E alla rabbia, vedendo che chi dovrebbe proteggerci non lo fa. Eppure è un passaggio che dobbiamo fare. Così come dobbiamo chiedere a chi fa le leggi di proteggerci davvero. Perché noi vogliamo vivere. 

PUBBLICO

Un po’ come è accaduto per individuo, anche il privato ha subito, con la pandemia, un benefico tracollo. Ormai ci eravamo abituati al fatto che lo stato fosse assente, che bisognasse in qualche modo rimediare sempre attraverso il privato. Che fosse un parente, un amico o un ospedale privato da pagare per fare un controllo urgente importante. 

Nell’ossessione del privato, abbiamo perso di vista anche i nostri diritti, cioè che ci spettava come persone. Ci siamo impoveriti, anche i ricchi che pure potevano acquistare beni e servizi senza problemi. La pandemia, per fortuna, ha segnato il ritorno del pubblico. Di ciò che è comune, di ciò che è collettivo. Ha segnato, anche, il ritorno dello stato. Non è un caso che sia stata proprio la sanità il campo in cui questa battaglia si è consumata. Un corpo, quello sanitario, distrutto da tagli, dall’ossessione miope del pareggio di bilancio, delle privatizzazioni folli. I medici sottopagati oppure precari,  cittadini in attesa per mesi di una tac importante, ormai costretti a utilizzare l’intramoenia oppure, appunto, il privato, divenuto più conveniente del pubblico. Un vero assurdo a cui il virus ha messo fine, almeno momentaneamente. 

Così come ha messo fine e decenni liberismo da quattro soldi, di esaltazione del libero mercato, che tale in Italia non è mai stato, contro l’intervento dello stato. Che infatti si è ritirato, è sparito, ovunque. Invece abbiamo bisogno d stato. Abbiamo bisogno di un corpo pubblico in cui riconoscerci, abbiamo bisogno di un corpo collettivo che regoli inostri doveri e difenda i nostri diritti. Abbiamo bisogno di riconoscerci, anche, parte di una nazione, o meglio forse di una patria, di un corpo comune. Il virus, anche qui, ci ha portato indietro a cose che ci sembravano vecchie e polverose, come l’amore per la nostra bandiera, quell’amore che non impedisce ci si senta parte anche della patria europea e di quella globale. Il vero patriottismo non porta confini, non chiude, invece apre al mondo. 

Avevamo bisogno di questo come l’aria: di pubblico, di stato, di diritti collettivi, di patria, di condivisione. Finalmente. 

RAGIONE

A vederla da fuori, con distacco, quella del coronavirus è stata soprattutto un’immensa crisi della ragione, oltre che della ragionevolezza. Ragione, parola bellissima e calpestata, parola dalla quale non si può non cominciare se si vuole ricostruire e se si vuole evitare che tutto riaccada.

Ragione è agire sui  sintomi per curarli, ma ragione è soprattutto intervenire per prevenire,  capire le cause di ciò è stato e agire su di esse, rimuovendole per sempre.

La ragione è mossa dalla conoscenza, dalla vigilanza, dalla chiarezza e per questo le azioni che ne derivano sono sempre giuste, necessarie, puntuali.

Non esiste un “eccesso di ragione”, come tanti in passato hanno detto e ancora oggi, troppa ragione non fa male; esiste invece  una non ragione mascherata da ragione, esistono quelli che vendono qualcos’altro per scienza, esistono quelli che esprimono opinioni, in tv nei giornali, ma non tutti contengono ragione. Esistono coloro che esaltano e aizzano gli impulsi, i sentimenti sragionati, ai fini del consenso, consegnando il mondo al caos e favorendo, poi, la tragedia. La ragione evita la tragedia, pur ricordando il tragico delle cose.

Ha ragione chi guarda le cose nel loro insieme, chi non si ferma al dettaglio, chi accetta la verità delle cose, chi soprattutto agisce senza essere confuso da sentimenti sbagliati. La ragione aiuta a formulare i giusti giudizi, a muoversi di conseguenza.  

Ragione c’entra con la scienza, c’entra con la conoscenza, ma include anche uno stile di vita fatto di rigore intellettuale, e quindi anche morale, che nulla c’entra con l’esclusione del piacere.

Richiede un apparato emotivo coerente, la capacità di autocontenersi, se serve, ma anche  di lasciarsi andare, se questo serve, mettere prima il dovere al diritto, ma anche il diritto al dovere, se occorre, capire lo spazio per il godimento e quello per il contrario. La ragione consente di stabilire il tempo per l’individuo e quello in cui l’individuo deve farsi indietro.

Per questo non è mai castrante, è semplicemente uno sguardo che sa vedere il tutto, la connessione intime delle cose. 

Strettamente legata alla verità, la ragione è tutto ed è ciò che davvero ci salva. 

SCIENZA

Il coronavirus ha prodotto un piccolo miracolo: all’improvviso, tutti i nostri mezzi informativi hanno cominciato a intervistare medici, virologi, epidemiologi. Improvvisamente, i nostri schermi si sono riempiti di camici, mascherine, macchine per intubare. È stato un vero e proprio cambio di immaginario. Nei talk show, gli intervistati erano solo loro, gente che vive in ospedale. O, appunto, studiosi del tema. E così la scienza, finalmente, ha fatto irruzione nei nostri schermi, anche se la medicina, com’è noto, non è una scienza esatta. Ma almeno, finalmente, avevamo a che fare con esperti. Almeno, finalmente, non c’erano più politici e giornalisti spesso a discutere del nulla. 

E tuttavia non ho voluto mettere come immagine un laboratorio, iconografia un po’ usurata. Ho messo un mappamondo antico, immaginandomi un geografo che studia il pianeta, anche lui uno scienziati. Perché è importante rifuggire anche dallo stereotipo opposto, quello che vuole appunto la scienza qualcosa che richiede camici e microscopi, dimenticando che scienza e conoscenza sono profondamente attigue. 

In filosofia uno dei problemi sempre denunciati dagli studiosi era il rischio dello “scientismo”. Un atteggiamento, appunto, che vede la scienza in maniera quasi feticista, dimenticando il suo legame con il sapere, con il dubbio, con l’errore, anche. Questo rischio, onestamente, non lo abbiamo corso molto, vista invece la qualità scarsa della nostra discussone pubblica, l’assenza di esperti, il modo in cui scienziati e climatologi, ad esempio, sono stati snobbati in questi ultimi anni, nonostante i loro appelli accorati. Dire invece che siamo sempre stati esemplari di un cattivo umanismo, fatto di opinioni senza approfondimento, di saperi imprecisi, stereotipati, inutili in definitiva ai fini delle questioni essenziali, come la sopravvivenza e il benessere. 

Invece, per fortuna, tutto questo è cambiato con il coronavirus. Quello che è importante, certamente, è che nella furia a rincorrere gli scienziati, non si dimentichino chi sono veramente gli scienziati e quanto diverso e articolato il loro sapere. E, di nuovo, dicevo, quanto la scienza sia legata alla conoscenza e dunque alla cultura in generale. Insomma, non c’è scienza senza filosofia, poesia, letteratura. Si tratta di due facce della stessa medaglia infatti possiamo dire in maniera narrativa le stesse cose che la scienza dice in altro modo. 

L’altra cosa importante, ora, è che si ascolti tutta la scienza. Non solo virologi ed epidemiologi, ma esperti di salute, ambiente, climatologi, fisici, tutte le persone che hanno una conoscenza approfondita dello stato di cose della vita umana e del nostro mondo e che sono in grado di fare previsioni. Nel mondo del dopocoronavirus non ci sarà permesso di non ascoltarli. Così come non ci sarà permesso di non ascoltare i veri poeti, i veri letterati, i veri filosofi. Tutti insieme dicono la Verità. 

SCUOLA

Ci è mancata tantissimo nei lunghi mesi della crisi ed è lì unica cosa che non può essere in alcun modo rimpiazzata da un surrogato digitale. La scuola a distanza è stata utile, ha mantenuto un collegamento tra bambini e insegnanti, tra famiglie e scuole. Se ben organizzata, è stata un surrogato comunque importante, per passare contenuti e anche una forma di socialità. 

La scuola, però, resta la scuola e resta anche al centro della società. La scuola è la cosa più importante che esista, il pilastro di ogni nazione, il pilastro del mondo. E’ stato triste vedere come, invece, nel nostro paese se ne è parlato pochissimo, come se non contasse o come, peggio, fosse un semplice parcheggio per bambini mentre i genitori lavorano. Si è parlato ossessivamente di riapertura economica ignorando che non ci può essere nessuna riapertura se le scuole restano chiuse. Tutto ha riaperto tranne le scuole.

Quello che un bambino impara nei primi anni della sua vita dà per sempre la forma alla sua vita. E se è vero che è la famiglia che crea il carattere, che indirizza un bambino anche verso una strada di felicità o di sofferenza, è vero che la scuola può fare tantissimo. Può rompere ilcircolo deterministico per cui bambini di famiglie povere sono destinati a mestieri bassi e poveri. Può rompere il circolo emotivo, per cui bambini che vengono da famiglia con sofferenze emotive e conflitti sono destinati a loro volta a ripeterli. La scuola per i bambini è contenuto e forma, la scuola è ragione ed emozioni, la scuola è anche assoluta socialità. 

Ecco perché se vogliamo una società nuova, e se vogliamo anche un ambiente protetto, dobbiamo sempre e comunque puntare sulla scuola. L’educazione ambientale ed ecologica che si può fare nelle scuole è qualcosa di prezioso e importantissimo. Se gli adulti ignoranti di climate change votano per sovranisti e populisti che ci portano al collasso, i bambini e i ragazzini che imparano cos’è un ecosistema e come può implodere e collassare e come noi possiamo impedirlo saranno presto gli adulti di domani. Speriamo di avere abbastanza tempo per vedere i giovani, ai quali dovrebbe essere consentito di votare a sedici anni, chiedere una rivoluzione ecologica drastica, quella che oggi possono solo gridare in piazza ma senza, almeno una parte, poter esercitare il diritto di scegliere i propri rappresentanti. 

“Il mondo vive grazie al respiro dei bambini nelle scuole”: questa massima ebraica mi accompagna da sempre, sta nella mia email come frase fissa. Credo che sia, letteralmente, la verità. Personalmente, quando sono triste, vado a scuola dei miei figli mezz’ora prima della chiusura, mi siedo su una panchina di marmo del giardino e ascolto le voci dei bambini: loro mi danno gioia, speranza, luce. I bambini sono tutto, ma i bambini senza scuola sono bambini deprivati di qualcosa di essenziale. Ho vissuto a stretto contatto con i miei figli per settimane e settimane, è stato importante e bello, ma continuo a pensare, come ho scritto varie volte, che l’home schooling sia una pratica per poche famiglie numerose e con tanta campagna davanti. Ma forse neanche per loro. 

La scuola si può ripensare, la scuola può cambiare, cambierà se deve. Avremo altre crisi di fronte a noi che porteranno, forse, altre chiusure, crisi ecologiche, probabilmente. bisognerà attrezzarsi, trovare altre modalità, che non siano però solo digitali. Ma la scuola deve restare, sempre, al centro. Della vita dei bambini, di quella sociale. Del dibattito pubblico, soprattutto, quando invece così non è. 

SENTIMENTO

Abbiamo scritto che la ragione è tutto. Ma anche il sentimento, perché tutto non riaccada, è tutto. Se avessimo davvero sentito cosa stava accadendo al mondo, tutto sarebbe stato diverso. Se avessimo sentito il dolore di un bambino che vede scomparire il suo lago, di un ragazzo che muore di caldo nelle lamiere di una baraccopoli, se avessimo sentito lo sconcerto e il terrore di chiede fuggire perché il cambiamento climatico gli ha distrutto tutto. Se avessimo sentito tutto questo dolore, non avremmo mai agito in quel modo.

E pure adesso: se fossimo in grado di sentire, sentire davvero, le emozioni che un mondo distrutto provoca, che un ecosistema che collassa porta con sé; se sentissimo forte il rumore di un uragano che porta morte, di un alluvione che distrugge, di un sole troppo forte da sopportare, se sentissimo tutto questo la nostra vita e quella di questo mondo sarebbe diversa.

Se non si nascondono le emozioni, se invece le si fa emergere nella loro struggente potenza,  tutto diventa chiaro. Cosa fare, come agire. E quell’agire sarebbe rispettoso, quel fare sarebbe curativo. Tutto avrebbe equilibrio, armonia, la sofferenza lacerante potrebbe finalmente placarsi. 

Sentimento non è emozione incontrollata, piacere autoreferenziale, ricerca dello star bene a tutti i costi. È qualcosa di assoluto, potente, qualcosa che spesso si avverte, puro, solo nei sogni. Parla di malinconia struggente, tristezza e, si, qualche volta, assoluta felicità. Sentimento e ragione sono due facce della stessa medaglia non c’è l’una senza l’altra. Per capire il mondo c’è bisogno di entrambi, per agire bene, pure. Ci salveremo solo con maggior sentimento che nulla c’entra col sentimentalismo. I sentimenti – stretti alla ragione come solo i veri sentimenti sono – sono il faro che illumina, la bussola che guida, la verità che ci salva.

TIMORE

Volevo che questo vocabolario fosse un vocabolario senza ridondanze, senza eccessi di parole speranzose e al tempo stesso senza terrori e angosce, che a poco servono perché paralizzano l’azione. E tuttavia, anche se ho dedicato una voce ai sentimenti, mi piace regalare uno spazio a una parola che ho scelto con cura. Non terrore, non paura, ma timore. 

Credo infatti che il motivo che ci ha condotto a questo livello distruzione della natura sia stato proprio la mancanza di timore. L’aver rimosso la paura, quel sentimento così importante che ci preserva quando siamo in pericolo. Siamo angosciati, isterici, oppure indifferenti, cinici, ma impauriti nel senso vero e giusto della parola mai. Eppure provare timore, provare paura, come ho detto, è ciò che ci avrebbe permesso di fermarci prima della distruzione. È ciò che avrebbe consentito di non andare oltre, di rispettare i beni pubblici, di rispettare l’altro, senza calpestarlo. Oggi il timore è il sentimento che ci serve per pensare soluzioni per arginare il cambiamento climatico, e che ci serve anche per agire subito, rapidamente. 

Timore è una parola che non si usa più, sembra far parte del libro Cuore. Eppure, insieme ad esso, dovremmo recuperare un serie di sentimenti e valori legati al dovere. Al divieto di varcare una soglia che i nostri padri non varcano. Al divieto di pensare se stessi al centro del mondo, le proprie esigenze come le uniche, la propria salute come separata da quella degli altri, il nostro corpo salvabile senza salvare quello degli altri e l’ambiente insieme. Come di nuovi diritti, ci servono antichi e nuovi doveri, per recuperare quel dover essere che abbiamo creduti ci distruggesse invece era cordone di salvataggio che abbiamo calpestato e distrutto. Scoprendo che così si distruggeva il terreno sotto i nostri stessi piedi, l’aria che respiravamo, la possibilità stessa di esistere. Tornare indietro forse si può, non so. Ma sicuramente per farlo abbiamo bisogno anche di provare paura. 

TRENO

Ci siamo vergognati mille e mille volte, per quella paura di volare. Abbiamo usato psicofarmaci, siamo andati da specialisti, abbiamo letto consigli ovunque. Molti l’hanno vinta, e quella vittoria è stata certamente importante: la sconfitta della paura, la restituzione del piacere della libertà di muoversi, di raggiungere posti resi vicinissimi dalle tecnologie ma visitabili concretamente solo con un mezzo straordinario, l’aereo. Ricordo quando anche io, a tratti, dimenticavo quel terrore. Improvvisamente, un senso incredibile di potenza, nel senso della possibilità, del poter fare e vivere. 

D’altronde le statistiche rassicuravano: è il mezzo più sicuro, ci si schianta con la macchina, morire è impossibile. Ci siamo così abituati a quei riti, l’arrivo in aeroporto, la fila al check in, i controlli, il gate e poi allacciarsi le cinture come in macchina, viverlo come un taxi, un autobus, nulla di diverso. 

Eppure, forse, in quella paura c’era un segnale da non sottovalutare: un suggerimento sottile, che sembrava dire che forse quel mezzo non era per la nostra specie. E no, non perché, ogni tanto qualche aereo cade. Il pericolo era altrove e non l’abbiamo visto, convinti come eravamo di stare facendo bene, a vincere quella maledetta, irrazionale, paura. Solo due anni fa il portale FlightAware spiegava che nel mondo c’erano in media e in qualsiasi momento quasi 10.000 aerei in volo per un totale di quasi 1.300.000 persone. 200.000 mila voli ogni giorno, un decollo ogni mezzo secondo. Quanti di quei voli erano necessari? Il 20%? il 30%? 

Il danno che ci siamo inflitti è doppio: quasi il 4% delle emissioni prodotte deriva dagli aerei, certo meno della strada, ma con una crescita costante del 128,9%. Ma le conseguenze sono anche altre e più gravi: ovvero la percezione psicologica del mondo come uno spazio simile alla nostra casa, uno spazio quasi privato, una sorta di possesso, comunque qualcosa da calpestare a proprio piacimento.

Abbiamo accettato la possibilità che un corpo possa spostarsi in poche ore di migliaia di chilometri, e per stare fermo pochi giorni e poi ripartire. Ci sono tratte, come Londra-New York, che alcune persone, come ad esempio imprenditori, solcavano anche più volte la settimana, come se l’oceano fosse una città da attraversare. L’oceano!

L’aereo non ci ha resi cittadini del mondo, ci ha resi sfruttatori del mondo a piacimento, turisti senza coscienza, lavoratori convinti che l’unica cosa importante fosse risparmiare tempo, e non preservare il mondo che al tempo è legato, perché non c’è tempo se non c’è anche un mondo sicuro dove poterlo spendere. D’altronde, alcuni studi, ignorati, l’avevano segnalato: i cambiamenti climatici fanno impennare le turbolenze. Di tanto, tantissimo, specialmente quelle medie e violente. Non li abbiamo voluti vedere, non li abbiamo voluti leggere. Eppure. 

E dunque il treno ci salverà? Gli elogi retorici del treno sono stati tanti, e forse troppi. In verità non è il treno salvarci, ma rendere lo spostamento fisico il più possibile reale, corporeo, attaccato al terreno. Non ci salva il treno ma il recupero del corpo, della dimensione spazio-temporale che alla nostra specie era stata assegnata, perché nati con le ali non siamo.

Ma il treno dimostra certamente una cosa: che la decrescita non solo può non essere infelice, anzi. Può essere comoda, può alleviare le nostre nevrosi che nascono dai tempi accorciati e dal non rispetto del corpo, può essere dunque gratificante, fatta di un paesaggio che scorre mententi siamo comodi a guardarlo, dotati di strumenti digitali, connessioni, caffè.

L’aereo scomparirà? Per niente. Ma andrebbe riservato per i giorni di vera necessità o vera festa. Scelto come un regalo prezioso. Aspettato come un momento emozionante, ma raro. Le istituzioni, se avranno imparato la lezione del virus, dovranno fare la loro parte, con leggi che impongano di non utilizzare l’aereo quando non necessario e aiuti per chi utilizza i binari, soprattutto per le famiglie. 

Sulle nostre teste, dovranno volare pochi aerei. Quelli che portano beni di emergenza, quelli dove si sposta chi proprio non può lavorare altrimenti, quelli di chi ha deciso, una volta l’anno, ma anche ogni due, di visitare un paese irraggiungibile altrimenti. Senza mettere le bandierine sul globo, che tanto ricordano i conquistatori. 

E forse spariranno anche ansia e attacchi di panico. Reso più umano, riavvicinato al nostro ritmo, anche l’aereo farà meno paura a chi oggi ne ha paura. 

VEGETALI

Cos’ha significato per noi la parola dieta in questi ultimo decenni? Sempre e solo una cosa: un regime alimentare scelto da noi tra le varie opzioni offerte dai nutrizionisti e focalizzato unicamente ed esclusivamente sul nostro benessere. Con l’obiettivo di perdere peso, quasi sempre, e diventare più sani, più longevi, più in forma. Incredibilmente, come vedremo anche nella parola salute, le diete mai sono state declinate anche nel senso di far diventare più sano e “in forma” l’ambiente intorno a noi, in cui pure il nostro corpo si muove. Fare la dieta è sempre stata una faccenda esclusivamente privata, come se il nostro corpo fosse chiuso in una bolla, senza interazioni con l’esterno. 

Non conosco nutrizionista che abbia mai aperto, con i propri pazienti, anche la questione di diete compatibili con l’ambiente. Ho visto su giornali e riviste diete letteralmente “saccheggiatrici” dell’ambiente: pesce tre volte a settimana, litri e litri di acqua al giorno, frutti esotici e così via. Milioni di persone in questi anni si sono alzate la mattina con l’unico obiettivo di curare il proprio corpo, come se non fosse un corpo tra i corpi, e della propria salute, come se la propria salute non dipendenze da quella degli altri e del mondo. Stare a dieta è quasi la norma, eppure nessuna dieta, almeno quasi mai, parte rovesciando il punto di vista. E cioè dicendo che l’unico regime alimentare sano è quello che protegge l’ambiente. 

Da questo punto di vista, la scelta è univoca. Non ci sono più diete, ma una sola, come ormai ampiamente dimostrato. Una dieta a base prevalentemente vegetale, dove per vegetale si intenda, semplicemente, carboidrati, meglio integrali, specie il pane, frutta e verdura esclusivamente di stagione e a chilometro zero, meglio se biologica se possibile e se i soldi lo consentono (via dunque tutti quei cibi trasportati via aereo, vedi anche le semplici banane), legumi, frutta secca con moderazione. Ma non per questo dobbiamo diventare tutti vegani. Le proteine animali, tra l’altro, non sono tutte uguali rispetto sia allo sfruttamento del pianeta che della nostra salute. Carni rosse e affettati dovrebbero sparire per sempre dalla nostra tavola, per la sofferenza che provocano ma soprattutto per le emissioni di gas serra e ancor più la devastante deforestazione causata dagli allevamenti e dalle piantagioni di soia utilizzate per mangimi animali. Se delle proteine animali non si può fare a meno, meglio scegliere carni bianche, e poi uova, sempre se possibile biologiche e a chilometro zero. Pesce povero e di stagione. L’importante, sempre per il pianeta e al tempo stesso per noi, è che la quantità di proteine animali sia minima. Porzioni molto piccole mangiate raramente. Il resto, invece, tutto vegetale con immensi benefici per tutti. 

Non c’è ideologia in questa scelta e per questo non può essere tacciata di essere fondamentalista. La dieta su base vegetale non è il frutto di estremismo ma di realismo. Il nostro mangiare deve essere sostenibile, in altre parole non deve produrre deforestazione, distruzione degli ecosistemi, aumento delle temperature. Per questo, abbiamo solo una scelta, che fortunatamente coincide, ma non è un caso, con quello che ci fa stare bene.

Il passaggio è facile per tutti, adulti, bambini. Lasciate le riviste che ogni giorno sfornano una dieta diversa, basandosi su un singolo alimento o tendenza. La dieta possibile è solo una e questo non vuol dire che non sia variata e che non possa regalarci il piacere enorme del nutrirci. Perché avere un corpo magro e tonico in un modo distrutto è una contraddizione che forse solo il virus ci ha fatto capire. Approfittiamone. È facile. È buono. È etico. E segnerà anche la fine di infiniti discorsi sul “food”, a favore della vita. Perché una volta apprese poche regole intuitive, poter finalmente liberarci anche dall’ossessione del cibo – e del discorso sul cibo – e dedicarci a ciò che più ci appassiona. 

VENTO

Ho avuto la fortuna di passare la “quarantena” in una casa di campagna molto isolata, in mezzo a una valle semideserta. La vista degli alberi fuori dalla finestra, l’aria fredda come in città ormai nonché più, la vista delle nuvole, i tramonti, hanno dato senso a un periodo difficile, facendomi realizzare con mano per la prima volta quanto la nostra sofferenza sia legata alla fine di ogni contatto con gli elementi naturali. Quanto vivere in città sia disumano, letteralmente, quando danneggi tutti, più i poveri dei ricchi ma in definitiva, in misura minore, anche i primi. I bambini, soprattutto. Ci restano i parchi, che non sono però Natura. Spesso trascurati, con il verde abbandonato e malato, sporchi, gli alberi mozzi per la manutenzione sbagliata o assente, restituiscono un senso di malattia. Non sono oasi nel cemento, fanno parte della città, sono città anch’essi. 

Ma tra i tanti elementi che mi hanno accompagnato con potenza davvero terapeutica n’è uno che in particolare ho riscoperto con stupore: il vento. Quello che fa sbattere le finestre, inchinare le cime negli alberi, sollevare foglie. Mi son chiesta come si possa vivere senza vento. Eppure noi lo facciamo perché in città i palazzi lo intrappolano, lo uccidono, lo spengono. Il vento è una voce che sembra, letteralmente, metafisica, venire da un luogo che non conosciamo. Il vento esiste, è oggetto, sta lì nella sua possanza ontologica eppure noi non lo abbiamo mai considerato con parte della realtà di cui abbiamo bisogno. Il vento cura, che se i cambiamenti climatici lo hanno reso sempre più violento, innaturale, pericoloso. Abbiamo cambiato anche il vento e questo è una cosa che dovrebbe farci riflettere. Perché il vento era, anzi è, un nostro alleato. 

E infatti il vento ci dà energia, quella che ancora sfruttiamo poco, quella che alcuni paesi, come la Danimarca, hanno invece deciso di utilizzare in maniera principale. Energia pulita, che non deturpa i paesaggi se non si vuole deturparli, che trasforma questa forza metafisica in fisica, la fa entrare nel mondo come una risorsa che si può quantificare. E che ci consente di agire muoverci, vivere. Il vento è vita. Cerchiamo di non perdere il contatto con questa forza magnifica ed insegniamo ai nostri figli ad ascoltarlo, respirarlo, rispettarlo, amarlo. 

VOCE

Concludo questo piccolo vocabolario di 21 parole con la parola “voce”. Che però vuole raccogliere tanti altri significati: voce è far sentire la propria voce, ovviamente, voce è protesta, anche dura, voce è, anche votare, unico prezioso strumento che abbiamo per cambiare le cose a livello istituzionale. 

Perché possiamo operare una incredibile rivoluzione individuale, possiamo fare una transizione ecologica soggettiva completa, possiamo rispettare i doveri e usare bene i nostri diritti ma se le istituzioni non cambiano, se le istituzioni agiscono male, se i governi, le nazioni non prendono le misure volte a salvaguardarci non avremo salvezza. Dobbiamo far loro capire che alla nostra rivoluzione esigiamo segua la loro, che il cambiamento deve essere privato e pubblico, nazionale e globale, singolo e di tutti. 

Votare è importantissimo, l’astensionismo non serve e fa male alla democrazia, alla società, all’ambiente. Ma poi ci sono mille forme di protesta, digitali, fisiche, scritte, parlate, urlate. E’ vero già le usiamo, a volte siamo consumati dalle continue petizioni, dai continui tentativi di farci sentire, a volte finiamo le giornate affaticati e impotenti, e pure poveri, che protestare non è un mestiere. Ma non dobbiamo smettere, perché far sentire la nostra voce resta comunque la cosa più preziosa che abbiamo e un formidabile strumento di cambiamento, per non dire di rivoluzione. 

Facciamola sentire forte.

Un pensiero su “Piccolo vocabolario etico perchè tutto ciò che è successo non riaccada”

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