La notizia è passata su alcuni siti senza destare troppa attenzione: il coronavirus ha provocato un vero e proprio crollo delle emissioni in uno dei paesi più inquinanti, ovvero la Cina, per un totale stimato di un -6 per cento rispetto al periodo dello stesso anno e un calo di 100 milioni di tonnellate sempre rispetto all’anno precedente. Si tratta di un paradossale effetto positivo di quello che resta – ci tengo a dirlo subito per evitare banali accuse di cinismo – un’enorme tragedia globale, che ha ucciso molte persone e ancora ne ucciderà. Eliminata ogni forma di ambiguità, però, il calo delle emissioni per chi si occupa di cambiamento climatico – e per tutti – è, e dovrebbe essere, un incredibile spunto di riflessione.
Che cosa è successo, in sintesi? Di fronte a una minaccia percepita come tale per l’umanità, sono state adottate misure estreme, massicce, e anzi se polemiche ci sono in questi momento sono proprio quelle, almeno in Italia, di non aver obbligato chi rientrava dalla Cina a una quaratena forzata e non volontaria. Insomma la produzione si è fermata, milioni di voli sono stati bloccati, milioni di persone non escono di casa, intere città e zone della Cina sono praticamente deserte, le scuole sono chiuse con i ragazzi che studiano via web. E lo stesso comincia ad accadere anche da noi e lo sarà sempre di più se i casi si moltiplicheranno. Queste misure estreme sono assolutamente giuste, anzi, ripeto, le critiche sono state relative al non esserlo abbastanza. Importante notare che è stato abbattuto, anche, il famoso mantra sull’economia “che non si può fermare”, perché di fronte al terrore l’economia si è bloccata, con danni ovviamente rilevanti.
Niente di tutto ciò è accaduto invece in relazione alla minaccia del cambiamento climatico. Minaccia che, dati della scienza alla mano (e non solo: ci sono anche i dati della cronaca, devastazioni, catastrofi e morti già accaduti), è molto, ma molto più pericolosa del coronavirus. Perché mentre rispetto al virus c’è un grosso margine di incertezza – non sappiamo cosa accadrà – nel caso del cambiamento climatico davvero (quasi) tutto è stato scritto, e da molti anni e quasi tutto si è verificato esattamente come avevano predetto gli scienziati, semmai con margini di arrotondamento verso il peggio. Non voglio parlare qui di cosa accadrà se non cessiamo di immettere co2 nell’atmosfera, basti sintetizzare che progressivamente le conseguenze saranno così gravi da rendere impossibile la vita sulla terra in molte zone del pianeta già nei prossimi anni. Per non parlare di insopportabili ondate di calore, drammatica scrsità idrica, difficoltà a produrre cibo per tutti e mi fermo qui.Insomma, resta davvero inspiegabile come mai questa minaccia, il riscaldamento globale in atto e progressivo, non venga ancora percepita come tale. Perché se lo fosse, si metterebbero sicuramente in atto misure drastiche quanto quelle adottate nel caso del coronavirus. Attenzione: il messaggio che voglio dare non è quello per cui una transizione verso un pianeta sostenibile comporti necessariamente la paralisi economica, il fallimento delle aziende e via dicendo. Ci sarebbe una intelligente transizione piena anche di opportunità, ma noi stiamo facendo poco o nulla, se litighiamo persino sulla plastic tax o la tassa sui voli. Il problema è che, se continuiamo a a non agire, alla fine la minaccia sarà così tale che saremo comunque costretti ad adottare misure letteralmente “dittatoriali” per salvarci la pelle.Altro che quarantena temporanea: potremmo dover vivere in una quarantena perenne, i ragazzini a casa, le persone pure lavorando da remoto, e questo non per virus contagiosi ma per temperature insopportabili, incendi indomabili o altri rischi a cui la nostra vita sarebbe esposta. E l’economia allora sì che andrebbe a rotoli, con buona pace dei guru dello sviluppo o dell’economia che non riescono a capire che non investire per evitare l’aumento della temperatura significa risparmiare: fatevi dare i dati dell’agricoltura degli ultimi dieci anni e vedrete, dai miliardi persi, quanto sarebbe stato assai meno miope intervenire prima.Se insomma, concludendo, di fronte al coronavirus nessun economista si sogna di dire “ma l’economia non può essere fermata”, perché passerebbe per pazzo, lo stesso non dovrebbe essere mai detto di fronte alle conseguenze del riscaldamento globale. Una certa economia, dannosa per l’ambiente, va assolutamente fermata e subito, ovviamente cominciando a pensare a strumenti per la transizioni che aiutino le aziende a cambiare (e così le persone). Cose di cui unicamente dovrebbero discutere i nostri politici, che invece di tutto si occupano tranne che di questo.Il fatto – comunque positivo per il pianeta e quindi per la nostra salute e salvezza – che il coronavirus abbia ridotto le emissioni mostra inoltre con chiarezza, se mai ci fossero ancora scettici, che le emissioni di co2 sono direttamente legate alle attività umane. E in quanto tali, possono essere ridotte. Sarebbe anche una bellissima notizia, se non fosse che quasi certamente, finito il rischio virus, le emissioni torneranno a impennarsi, la gente si rassicurerà e tutti crederanno di poter tornare alla normalità. Che però non ci può essere, appunto, fino a che non affrontiamo di petto il problema del riscaldamento globale.Torneranno alla normalità anche i quotidiani, che dopo aver dedicato centinaia di prime pagine al coronavirus, con titoli da panico che hanno senz’altro contribuito ad alimentare l’ansia e la paura, continueranno a dimenticare il climate change.

(Ilfattoquotidiano.it)

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