Quest’anno il primo anticiclone africano si è presentato a maggio, togliendo quella flebile speranza di una primavera piovosa che avrebbe alleviato una delle peggiori siccità degli ultimi decenni. Qualche giorno di tregua, al Centro giusto un paio, poi è tornato un nuovo anticiclone, che sta facendo schizzare le temperature sui 35 gradi in tutta Italia. È probabile che questa estate andrà così, con settimane di caldo torrido alternate da temporali che portano un po’ di fresco per poco. È probabile che nei prossimi anni andrà sempre più così. Il caldo torrido prolungato non è un fatto meteorologico casuale, ma una tendenza destinata a cronicizzarsi, o peggio ad aggravarsi.

Ma peggio del caldo torrido c’è solo una cosa: non parlarne. Subiamo i 35 gradi a giugno come qualcosa da accettare in silenzio, da sopportare, ciascuno arrangiandosi come può. I nostri fiumi sono in secca, persino le regioni più ricche d’acqua in Italia, come la Val d’Aosta, sono in crisi idrica e siamo ancora all’inizio dell’estate. Questa è un’emergenza totale, che come tale andrebbe trattata. Dovrebbe essere al centro del dibattito pubblico, dovrebbe essere l’apertura di tutti i telegiornali e talk show. Dove invece si parla d’altro. Ad esempio, da giorni e giorni, della lista dei putiniani d’Italia del Copasir. Una cosa gravissima, per carità, ma mai come la crisi climatica sotto i nostri occhi.

La crisi climatica è un tabù perché terrorizza. Abbiamo paura di parlarne, come tanti studiosi di ecologia profonda hanno sottolineato, perché temiamo che la nostra disperazione venga fuori. Così da una parte continuiamo come se nulla fosse, dall’altra sappiamo che presto questo nostro modo di vivere finirà. È una situazione angosciosa. Ma meno se ne parla più l’ansia cresce. E in questo, ripeto, i nostri media sono colpevoli in maniera assoluta, come ovviamente buona parte della politica. Il ministro Cingolani ha fallito nel suo compito, che sarebbe dovuto essere almeno quello di mettere al centro dell’agenda politica la questione climatica. Costringere Draghi e i ministri ad occuparsene, mettere in atto misure drastiche, rivolgendosi al tempo stesso ai cittadini per spronarli ma al tempo stesso tentare di rassicurarli. Nulla di tutto questo, anzi: Cingolani continua a dirsi preoccupato dell’ideologia ambientalista, sulle macchine elettriche e sulle rinnovabili. Scoraggiante.

Quando allora si comincerà a parlare del problema di temperature non più sostenibili? Quanto ancora possiamo andare avanti senza mettere il tema sul piatto, finalmente, perché almeno il parlarne ci consentirebbe di liberare emozioni bloccate dal terrore, e potrebbe rappresentare finalmente l’inizio di una discussione pubblica in cui si possano esprimere le proprie paure per poi passare ad agire? Tirare fuori il dolore e il malessere che proviamo, tutte le persone ormai sono consapevoli dell’emergenza, tranne i giornalisti mainstream e molti politici, è un passo fondamentale, ben più del ballare e cantare per l’ambiente, ben più che fare la festa dell’ambiente come di recente alcuni grandi giornali hanno fatto (salvo poi difendere i propri interessi anche a discapito dell’ambiente su macchine e non solo). Qui è tempo di dire che temiamo per la nostra vita, perché un caldo così è anomalo, preoccupante e destinato a peggiorare.

Esprimere la paura significa poi cominciare ad agire. Una delle cose più urgenti sul fronte dell’adattamento sarebbe ad esempio ripensare completamente le nostre città. Se ne discetta fin troppo, senza soluzioni immediate. A me pare che i dibattiti di oggi siano comunque già in ritardo sugli eventi. Ad esempio si parla di riforestazioneurbana – che, per carità, va benissimo, se fosse fatta e soprattutto bene, perché non si possono piantare nuovi alberi per poi lasciarli seccare, come accaduto a Roma più volte. E se si piantano nei parchi non fanno ombre sulle strade. Ma qui occorre fare un salto oltre. Fa ormai talmente caldo in città che bisognerebbe cominciare a pensare strutture pubbliche condivise al chiuso. Come nei paesi arabi. Triste ma vero. Parchi, ma anche campi e struttura da gioco, coperte, ventilate. Spazi pubblici insomma che possano essere accessibili anche a chi non ha l’aria condizionata, a chi vive nelle periferie, ai bambini poveri che stanno in appartamenti arroventati.

Chi può condiziona il suo appartamento e fa la spola con la campagna, il mare, la montagna. Ma chi resta in città d’estate? C’è davvero urgente bisogno di ripensare gli spazi pubblici alla luce del fatto che non avremo più, probabilmente mai più, estati fresche. E allora cosa vogliamo fare? Mandare gli anziani ai supermercati, come diceva Berlusconi? La recessione portata dalla guerra, l’inflazione crescente, impedirà a molte famiglie di andare in vacanza. Queste famiglie devono essere messe in condizione di sopravvivere anche a temperature torride. Bisognerebbe, anche, pensare a creare centri estivi per bambini del ceto medio che siano in luoghi protetti, se non almeno dotati di piscina. Chi si sta occupando di questo in parlamento? Chi sta dicendo che la questione delle ondate di calore e delle estati con temperature insopportabile è la prima delle emergenze, da affrontare sia sul fronte della mitigazione – ovviamente – sia dell’adattamento? Possibile che giornalisti e politici non abbiano un po’ di immaginazione, per arrivare a capire quanta sofferenza può portare il caldo nelle persone fragili, come bambini e anziani? E se non serve a proteggere i vulnerabili, esattamente, la politica a cosa serve?

Il Fattoquotidiano.it, giugno 2022

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