Qualche giorno fa sul sito del Ministero della Transizione ecologica si leggeva che lo stesso ministero ha deciso di partecipare alla iniziativa “Mi illumino di meno”, che la trasmissione Caterpillar di Radio due porta avanti da numerosi anni.

Si tratta, secondo il Mite, “di un piccolo gesto simbolico per accendere un ‘faro’ sul tema del risparmio energetico e dell’uso consapevole delle risorse, in un momento drammatico a livello globale”. Ammetto che, dopo aver letto questa dichiarazione, sono rimasta senza parole. Già, perché “il momento drammatico a livello globale” che spinge a un uso consapevole delle risorse non è quella crisi climatica di cui gli scienziati da decenni ormai raccontano la devastante gravità. No, il Mite aderisce all’iniziativa perché c’è una tragica e potenzialmente globale guerra in corso.

Intendiamoci: non è sbagliato che si aderisca per la guerra, ma è davvero sconvolgente che non lo si sia fatto prima. Come se la crisi climatica, appunto, non meritasse l’attenzione di tutti e soprattutto quella riflessione sui consumi, e sulla loro necessaria riduzione, che invece si sta imponendo per la guerra. Monumenti spenti, sindaci che imporranno la diminuzione di un grado di temperatura negli edifici (che pare, a detta dello stesso premier, equivalga al sette per cento del gas russo).

Insomma, il tabù della crescita si rompe e si passa dal paradigma del flusso infinito a quello della sobrietà e della consapevolezza dei limiti delle risorse. Anche quest’ultima maturata non riflettendo su ciò che stava accadendo, ma dopo l’urto violento della crescita drammatica delle materie prime, oltre al gas anche generi alimentari, e poi acciaio, e anche carta (fondamentale a esempio per le imprese editoriali).

Siamo di fronte all’inizio di quel cambiamento necessario di visione del mondo che da decenni veniva invocato invano dalla associazioni ambientaliste, oltre che dagli scienziati. Ma è stata necessaria una guerra micidiale e il relativo choc energeticoperché cominciassimo a ragionare, se non proprio sulla decrescita, comunque sul fatto che non se ne esce se non riduciamo i nostri consumi. Mentre prima nessuno suggeriva ai cittadini consumatori di sprecare di meno? Forse perché, appunto, anche gas e luce sono prodotti che generano profitti e tanto l’ambiente può aspettare, mentre le aziende che lo producono si arricchiscono (come se l’ambiente non fossimo noi)?

La sintesi di tutto ciò è che noi, a partire dai politici, siamo senza dubbio i più responsabili insieme a chi fa informazione e agli intellettuali. Siamo quelli capaci di cambiare, e spingere al cambiamento, solo e unicamente di fronte a un trauma violento. Come se la ragione non servisse a nulla, come se riflettere, analizzare, comprendere fossero inutili verbi da cestinare. D’altronde, così è stato per la pandemia, che ha portato a una riorganizzazione profonda delle strutture sanitarie, alla assunzione massiccia di medici, a dare risorse a un sistema sanitario agonizzante e, anche, a una riflessione su ciò che rappresenta una concausa dei virus, ovvero la deforestazione e la vicinanza troppo stretta tra uomini e animali. Tutte cose che si sapevano, tutte cose che erano state scritte.

Di fronte all’emergenza, i soldi si sono trovati. Miliardi e miliardi di euro, possibilità di sforare il patto di bilancio, proprio ciò che nelle argomentazioni di “autorevoli” editorialisti era impossibile prima. Magari per investire nella prevenzione, sia sanitaria che ambientale. 

E di nuovo, oggi, si ripresenta lo stesso schema. Si chiede all’Europa di sforare in nome della crisi, si invoca il cambiamento dei comportamenti. Ma da quanto tempo sapevamo che l’autosufficienza energetica è fondamentale e che può essere raggiunta solo attraverso un massiccio uso delle fonti rinnovabili, quello in cui l’Italia era leader assoluto fino al 2010 quando poi la politica ha deciso che non conveniva più aiutare quel tipo di energia?

Da quanto tempo sappiamo che numerose materie prime si stanno esaurendo nel mondo, mettendo a rischio proprio la transizione ecologica, e che solo l’economia circolare ci può salvare dal disastro? Eppure perché di questi argomenti parlavano poco fa solo le nicchie ambientaliste e non il nostro ministro della transizione ecologica, il quale di risparmio energetico e di uso consapevole delle risorse avrebbe dovuto cominciare a parlare a gran voce fin dal giorno del suo insediamento?

Perché sono state necessarie le bombe, e insieme a loro stragi e milioni di profughi? Perché non sappiamo usare la ragione, che pure ci è stata data, prima che accada l’inevitabile?

Pubblicato su La Svolta del 13 marzo 2022

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