È stata senz’altro una delle mostre più belle dell’anno, forse la più suggestiva in assoluto, non a caso premiata da oltre 120.000 visitatori, tanto che gli organizzatori hanno deciso di prorogare il termine di due settimane. Parliamo della mostra Inferno, curata dallo storico dell’arte francese Jean Clair per ricordare il settecentenario della morte di Dante Alighieri nel magnifico contesto delle Scuderie del Quirinale. Duecento quadri e sculture di autori poco noti eppure di grande impatto visivo ed emotivo, a ricordare tutto l’orrore dell’Inferno, ma anche la malinconia per ciò che è stato e non è più essere altrimenti.Attraversando la mostra, illuminata con un gioco suggestivo di luci e ombre, il visitatore avverte lo stesso stato d’animo di Dante accompagnato da Virgilio. Un senso di stupore, misto a sgomento, di fronte a chi, incurante delle conseguenze delle sue azioni, ha deciso comunque di andare incontro al suo destino eterno. Ma anche, al tempo percezione di un interrogativo che stanza dopo stanza avanza: come abbiamo potuto noi cancellare l’inferno? Come possiamo vivere senza un’idea di qualcosa che punisca in maniera esemplare le nostre, e le altrui, azioni immorali?

Nei secoli, il concetto di inferno è stato usato per tenere nella paura, e nella sottomissione, le classi più umili, così come i generi considerati più deboli, come le donne. Contro questo oscurantismo, e a favore del lume della ragione e del diritto, hanno lottato gli illuministi, creando una società più libera e meno soggetta al terrore di un al di là troppo spesso strumento di potere dei più forti. Gli illuministi credevano che la ragione umana sarebbe bastata per non perdere un’idea condivisa di moralità. Ma poco più tardi nella Gaia Scienza Nietzsche parlava con toni drammatici degli effetti della morte di Dio. “Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all’ultima goccia?Chi ci dètte la spugna per strusciar via l’intero orizzonte? Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci moviamo noi? Via da tutti i soli? (…) Esiste ancora un alto e un basso? (…) Non è forse la grandezza di questa morte troppo grande per noi?”. Dopo la morte di Dio, e cioè della morale stessa, resta solo il nichilismo, che può essere certo vissuto come un atto creativo, ma nel caso di singoli artisti, poeti e filosofi. Ma è una tragedia per gli altri e soprattutto è una tragedia per la società.

Lungi dall’auspicare società teocratiche, o rinnegare il fatto che le società devono essere laiche, è difficile negare che senza uno sfondo minimamente metafisico, stabilire quali sono i valori e soprattutto far sì che siano vincolanti per tutti è un compito impossibile. Oggi ci ritroviamo con una democrazia, e un’economia, segnate dall’individualismo più radicale, che ha portato alle diseguaglianze più devastanti, alla distruzione ambientale, alla violenza. La debolezza dello stato diritto, la lentezza esasperante dei tribunali minano ogni possibilità di ottenere appunto giustizia. E se non ci sono conseguenze al male che facciamo e che ci fanno, perché dovremmo comportarci altrimenti? A livello familiare non sappiamo più cosa rispondere ai nostri figli quando ci fanno domande sul senso della vita, sul dolore, sulla morte. Solo il consumo di beni, l’aspirazione ormai generalizzata e incontrollata per il lusso sa ledere, ma solo in apparenza la nostra solitudine.

Avremmo bisogno di inferno? No, nel senso di una minaccia terrorizzante e oscurantista. Sì, se questo significa ripristinare una moralità forte, quella auspicata dallo scrittore ebreo Jonathan Sacks nel suo ultimo libro Moralità. Abbiamo fame di etica, di dovere, di senso, di giustizia ma questo non potrà avvenire – sembra ricordarci la mostra romana – senza una qualche dimensione minimamente sacra o religiosa. Religione viene da “legare”: senza religione, siamo slegati – gli uni dagli altri e ciascuno dalla legge. Così come lo siamo senza un’etica forte, nel pubblico e nel privato. L’unico luogo in cui ancora un senso etico-religioso è presente forse ancora un poco sono le scuole. In quelle regole che gli insegnanti chiedono di rispettare, in quello stare insieme dei bambini ancora legati da qualcosa. Le scuole sono il nostro residuo di inferno, e dunque di paradiso.

Ma c’è un altro motivo per cui la mostra è molto toccante, qualcosa che apre un prima e un dopo. Come suggeriscono le ultime sale, l’inferno non è scomparso dalla Terra. Il lager nazista ne è stato la rappresentazione più atrocemente perfetta. Ma anche oggi la Terra è piena di inferni, come quelli dei lager libici, come quelli vissuti da chi deve prendere un barcone, senza cordone umanitario, nel buio e nella solitudine più totali e attraversare un mare che una volta su dieci lo ucciderà. Ma è inferno anche la condizione di una donna che non può separarsi per motivi economici e magari subisce violenza. E quello di un bambino che subisce violenza senza capire, un inferno totale e assoluto. È inferno ci ha un lavoro in cui viene sfruttato, sottopagato e non può sostentarsi e sostentare la sua famiglia. È inferno quello di chi ha un tumore – come definirlo altrimenti – o una malattia cronica invalidante, come la Sla e tante altre. È inferno chi desidera un figlio e non può permetterselo o chi può permetterselo ma è sterile e non riesce. È inferno chi ha un figlio drogato e chi vive nella droga, è inferno chi è perso nel consumo di psicofarmaci dati da incuranti psichiatri.

Quanti inferni ci sono in terra? Tantissimi. Ma come facciamo a vederli e a salvare chi vi è intrappolato se non abbiamo più il concetto di inferno? Se non siamo in grado di sentire il loro immenso dolore fisico e psicologico? E quindi di conseguenza agire per cambiare le cose? I media credono di mostrarci ogni giorno l’inferno negli altri, con notizie scioccanti e drammatiche, video che ci mostrano le condizioni più estreme. Ma nella maggior parte dei casi, ci stordiscono e stordendoci ci fanno perdere la capacità di sentire, che è quella che ci permette di vedere e capire la condizione di tanti. Per tutto questo, il concetto di inferno sarebbe benvenuto. Come idea regolativa capace di stare sullo sfondo del nostro agire, come monito: non fare violenza, non sfruttare, non discriminare. Ma anche come faro su quelli sono i nostri inferni in terra. La mostra si chiude oggi. Conserviamola dentro di noi.

Pubblicato su La Svolta del 22 gennaio 2022

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