“Queste persone non sanno neanche cosa sia il cambiamento climatico. Vedono le terre inaridirsi, e per sopravvivere si spostano. Spesso internamente, oppure con i famosi viaggi della morte sui barconi”. Mattia Dell’Era ha 41 anni e come lavoro fa il Responsabile digital e raccolta fondi dell’importante dell’Albero Della Vita https://www.alberodellavita.org, fondazione che da vent’anni si occupa di protezione dell’infanzia, sia in Italia che in tutto il mondo. E proprio con Albero della Vita che Mattia, dopo un primo viaggio nella regione Samburo, in Kenya, ha deciso di documentare – insieme alla moglie Elisabetta, anche lei 41enne e un lavoro nelle assicurazioni lasciato alle spalle –  come il cambiamento climatico sta impattando sulle vite di quei paesi che stavano cercando di uscire da povertà e sottosviluppo. Un progetto, che ha preso il nome di Treearoundme https://www.facebook.com/pg/treearoundme/videos/, portato avanti in sinergia con la Congregazione delle Suore Ministre degli Infermi di San Camillo, che hanno ospitato la coppia nel suo percorso.  Costa d’Avorio, Kenya, Taiwan e Indonesia i paesi già visitati, Thailandia, India, Filippine, Brasile, Perù, Cile, Haiti quelli che Mattia e la moglie visiteranno da dicembre a maggio prossimi. 

Costa D’Avorio: la crisi delle coltivazioni di cacao

Il primo paese che Mattia ed Elisabetta hanno visitato è la Costa D’Avorio. Parlando con le persone locali, tra cui il Nunzio apostolico di zona, vengono a sapere come il cambiamento climatico, in particolare l’aumento delle temperature, stia mettendo in crisi le coltivazioni del cacao, che portano reddito a 5 milioni di persone. “Secondo la Banca Mondiale”, spiega Mattia, “le famiglie in povertà estrema, che vivono con meno di 1,9 dollari al giorno, passeranno in Costa d’Avorio dal 2 al 6 per cento nel 2030, in pratica dai sei milioni di oggi a sette”. È chiaro che queste persone tenderanno a spostarsi. Mattia ci racconta come la persona che diventerà un migrante viene scelta: “Il villaggio decide quali sono le persone che possono resistere alla migrazione e fanno una colletta per pagargli il viaggio. Se la persona designata non riesce a migrare non torna più, spesso si suicida per la vergogna”. Albero della Vita qui fa campagne di sensibilizzazione per spiegare alle persone che imbarcarsi spesso significa morire, ma è chiaro che la situazione, a causa dei cambiamenti climatici, è sempre più complessa. 

Kenya: dalle campagne agli slum

Il cambiamento climatico impatta anche un paese come il kenya. Nella zona di Samburu, ad esempio, abitata prevalentemente da pastori Masai, la siccità molto forte costringe la popolazione, che non riesce ad abbeverare gli animali, a spostarsi. Questo genera sconfinamento in altre tribù, e spesso porta a scontri per l’acqua. L’altro problema è che i bambini sono in questo modo costretti ad abbandonare la scuola, e quando e se ritornano nelle zone natie non riescono a reintegrarsi. Questo ovviamente ha ripercussioni negative sulla crescita di paesi come il Kenya. 

L’altro problema, spiegano Mattia ed Elisabetta, ha a che fare con le migrazioni dalle campagne alle città. Le persone si spostano sperando di trovare in città una vita migliore, ma spesso finiscono in slum infernali. “Noi abbiamo visitato uno degli slum di Nairobi, vicino alla discarica più grande dell’Africa dell’est”, racconta Elisabetta. “L’aria è irrespirabile, nello slum cucinano con fonti fossili, hanno un’unica latrina per duecento persone. Una ragazza, arrivata appunto dalla campagna, ci ha raccontato di essersi ritrovata in una baracca con due figli, e di essere costretta a lavorare nella discarica, pagando addirittura per entrarci. Bisogna ricordare che negli slum le temperature sono più alte di due gradi, le baracche sono di lamiera, qui abbiamo capito come l’essere umano si adatti a condizioni assurde. Ma è pur vero che il tasso di mortalità infantile è altissimo”. 

Taiwan e Indonesia: se l’acqua di mare si mangia i campi

In Asia il cambiamento climatico significa, invece, soprattutto alluvioni. A Taiwan Mattia ed Elisabetta hanno incontrato popolazioni povere che si confrontano sempre più con eventi estremi, anche se Taiwan sta mettendo in campo massicce iniziative per ridurre le emissioni di carbonio e combattere i cambiamenti climatici. In Indonesia, invece, al problema dei terremoti si aggiunge il drammatico innalzamento dei mari.  Il problema risiede nel fatto che il mare salinizza i terreni e li rende infertili. “Si stima che qui il sette per cento del Pil nel 2100 sarà dedicato ad affrontare gli effetti del clima cambiato. L’Indonesia ha firmato gli accordi di Parigi e si impegna a ridurre le emissioni del 30% entro il 2030. Qui la strategia è sostenere le attività economiche rafforzando la sostenibilità degli ecosistemi”. 

I progetti messi in atto dalla fondazione in questa zona sono importanti e molto originali. Ce li spiega Antonio Vancora, responsabile dei progetti internazionali dell’Albero della Vita. “Nella zona del Golfo del Bengala, che a causa del cambiamento climatico è sempre più alluvionata, rendendo impraticabili le coltivazioni e mettendo a rischio la salute dei bambini dal punto di vista  nutrizionale, abbiamo messo in campo opere infrastrutturali di una certa importanza per arginare l’acqua di mare e mantenere quella fresca, sul modello dell’Olanda. Non solo: abbiamo anche inventato dei sistemi di coltivazioni galleggianti, dei gommoni dove si mette terra fresca a si riescono a produrre ortaggi per l’autoconsumo. Abbiamo poi creato un centro di ricerca, dove è stato possibile, anche con l’aiuto della sapienza contadina, creare semi resilienti che si riescono ad adattare al terreno salato e quindi garantiscono i raccolti, visto che le sementi tradizionali non si possono utilizzare”. 

Dagli orti galleggianti alle serre contro il caldo: le pratiche sostenibili

In Africa, invece, dove il problema è la siccità, Fondazione Albero della Vita ha aiutato le contadine e le produttrici agricole a innovare la loro capacità di fare agricoltura. “Abbiamo lavorato con un sistema di serre a basso costo, che da un lato sono in grado di mantenere la temperatura costante”, spiega ancora Vancora, “dall’altro evitano l’invasione degli animali che distruggono i raccolti. Purtroppo, quando un ecosistema entra in crisi, quando l’acqua si riduce, gli animali reagiscono di conseguenza e tendono a colpire le comunità. Un problema notevole sono, ad esempio, le aggressioni degli elefanti, che stiamo cercando di limitare con sistemi di prevenzione naturale basati sulle api”. 

Il viaggio non è ancora finito, ma Mattia ed Elisabetta traggono già alcune conclusioni. “Da noi”, dice Mattia, “il cambiamento climatico ancora non è pienamente percepito, ma qui gli impatti sono evidenti, perché purtroppo il riscaldamento globale colpisce ancora di più i più poveri. Quello che i nostri politici dovrebbero capire che l’aumento della Co2 è il diretto responsabile delle migrazioni. Comunque vedere queste persone che hanno comunque voglia di vivere, con una resilienza inimmaginabile, è stato incredibile”. “Siamo partiti con molti timori ma anche speranze”, aggiunge e conclude Elisabetta. “Oggi possiamo dire di aver visto cose drammatiche ma anche di aver incontrato persone estremamente resistenti, molto più di quanto non lo siano le persone qui. E tantissimi europei che lasciano tutto per andare ad aiutare persone spesso in condizioni inimmaginabili. Persone che ti fanno rinascere la fiducia nell’essere umano”. 

Foto di Kaniz Sheik

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