Natale, i miei figli hanno troppi regali. E io provo disagio

I pacchetti sono cominciati ad arrivare anche prima di Natale. La baby sitter che partiva e metteva sotto l’albero un libro e un gioco. Amici vari che mi lasciavano piccoli doni per i miei due figli. I parenti che non avrei visto a Natale: altri regali da scartare. E questo è solo l’antefatto. Perché stasera arriveranno i nonni-uno, con libri comprati da fuori. E, in più, con le decine di regalini avanzati dal calendario dell’Avvento, che abbiamo deciso di aprire alla Vigilia. Domattina, poi, c’è Babbo Natale con i regali “veri” e a pranzo i nonni-due, che pure vogliono partecipare anche se separatamente. E poi, ovviamente, c’è la Befana, che ormai è diventata una specie di Babbo Natale bis: altro che mandarini, noccioline e caramelle.

Quello che sto raccontando, però, non vale solo per i miei figli. Se alzo lo sguardo in giro – ovviamente parlo di ceto medio borghese, non mi riferiscono ai bambini poveri o molto poveri, sia chiaro – i bambini di oggi ricevono per Natale una quantità di regali impressionante. Stiamo parlando di decine di doni, appunto, tra Natale, Befana, parenti vari. Il motivo si spiega anche sociologicamente, o meglio demograficamente. I bambini sono numericamente molto pochi, la metà circa di quelli degli anni del boom demografico e sociale. Ci sono figli unici, a volte persino nipoti unici, sui quali si riversa l’affetto, anche materiale, di una pletora di nonni, zii, amici.

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Christmas Blues, non sono depresso, anzi forse sì

unknownAccavallando le gambe sulla poltrona di pelle, col giornale (ex) progressista ben stretto sotto il braccio, l’intellettuale organico dell’epoca della post-verità annuncia compiaciuto che lui le feste comandate le passerà “mille miglia lontano”, per scampare all’obbligo della felicità natalizia; oppure, nel caso resti, farà “esattamente le stesse cose” (ad esempio lavorare sull’ennesimo libro senza pubblico), per evitare la pantomima dell’allegria familiare da celebrazioni obbligate.  Quello che l’intellettuale nostrano non sa, però, è che ormai “anche il rifiuto triste e stizzoso dell’obbligo della gioia programmata delle feste è diventato un anti-conformismo risaputo come le feste stesse”. Per dirla meglio: pure “il cinismo facile di chi non ci tiene a festeggiare è divenuto altrettanto risaputo quanto il consumismo di chi si precipita a festeggiare”. A scriverlo in un articolo dedicato al Christmas Blues e pubblicato sulla rivista on line “State of Mind”,  è uno psicoterapeuta, Giovanni Maria Ruggiero, docente della Sigmund Freud University e della Scuola di specializzazione in Psicoterapia Cognitiva Studi Cognitivi.

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Natale con l’amante

UnknownEccolo, puntuale come ogni anno, il Natale che s’avanza minaccioso. Un’overdose di famiglia che, soprattutto, mi impedirà di vedere lei per almeno una settimana, con conseguente mio senso di colpa e sua furibonda reazione. Capisco, non è bello passare da soli il Natale, ma che ci posso fare se non ho il coraggio di lasciare mia moglie e mi tocca andare in bagno, con la scusa della prostata, per mandarle almeno un whatsappino ogni ora e non farla sentire abbandonata. E al tempo stesso, devo prendere misure precauzionali estreme per evitare di venire scoperto, tenendomi ben stretto il cellulare al corpo in modo che non capiti sotto gli occhi indiscreti di qualche zia o nipote che potrebbe gridare: “Zioo c’è un messaggio per te da Anna!!!” (sì, perché almeno ho lasciato il suo nome, non come quelli che scrivono, al posto del nome dell’amante, “meccanico”, oppure “amministratore”: che poi se ti scopre un messaggio “Sono stata bene stasera” dal meccanico vallo a spiegare). Perché non mi sono separato e continuo da cinque anni a vivere il Natale in questo modo?

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È Natale, rottama il giocattolo precocemente sessuato

È Natale, rottama il giocattolo precocemente sessuato

Elisabetta Ambrosi

UnknownIl condizionamento comincia da lontano e si radica subdolamente. Così anche tu, convinta di essere la madre anti-stereotipo, quella che suo figlio lo cresce a latte e pluralismo, potresti non accorgerti che stai riempendo il cassetto di tute blu o grigie, magliette grigie o blu.  E magari scoprire all’improvviso – quando lui, piccolo e cliché-immune,  ti chiede smanioso una felpa rosa – che un indumento di quel colore per maschio non esiste in nessun negozio del paese.

Altro che scenari svedesi fatti di bambini senza genere, coi capelli rasati e asessuati blocchi di legno tra la mani: da noi l’urgenza è ancora come garantire ai bambini parità di accesso al passeggino dell’Ape Maya o al servizio da thé di Hello Kitty (leggi: cura, condivisione, empatia) e alle bambine alla scatola di Lego di Star Wars o ai robot dei Transformers (leggi: dinamismo, futurismo, azione), quando la prima domanda dei commessi è se il regalo sia per maschio o femmina. O quando tuo figlio viene messo alla berlina nel caso indossi un paio di calzini violetti. Continua a leggere