“All’inizio è così per tutti, penso. Come resistere a una sega ogni tanto? Che c’è di male in una sega, ti chiedi. Niente, di male. Ma poi diventano sei, dieci, venti al giorno”. Max, operaio, protagonista del romanzo Uomini fuori posto (Il Seme Bianco), scritto da Attilio Folegatti,  è affetto da Web Sex Addiction (o cyber addiction). Una dipendenza dalla masturbazione ossessiva, che deteriora tutti i suoi rapporti sociali e azzera ogni progetto di vita. È sufficiente anche un’immagine – “il culo di Beyoncé” – a scatenare la compulsione. Ma bastano anche “occhi chiusi e cervello aperto”,  pronti a captare come un’antenna tutte le scene immagazzinate nel corso di una vita, per spingere verso un autoerotismo così assillante da provocare intenso dolore. Nel romanzo a un certo punto Max viene convogliato verso un lavoro operaio, perché qualcuno gli spiega che solo il “concreto” potrà guarirlo. Così finisce a fare tappi antisofisticazione per liquori pregiati, a ciclo continuo. Sta in fabbrica tutto il giorno, ma è diventato uno “zombie”. E resta una persona malata, perché, come scrive l’autore, “chi ha praticato la propria compulsione fino a dimenticarsi di esistere” può guarire solo attraverso due cose che il protagonista chiede senza ricevere: l’ascolto e l’amore. E infatti chi cura la cybersex addiction, patologia in continua ascesa – le associazioni che si occupano di vari tipi di dipendenza ormai sostengono che si tratta della più diffusa –, lo sa: alla sua base c’è sempre un ancestrale buco di affetto mai rimarginato. Ed è falso pensare che la pornodipendenza sia meno grave della ludopatia o persino della droga, perché le conseguenze sociali, psicologiche e fisiche sono tragiche: effetti devastanti sulla vita sociale e lavorativa (come il licenziamento), ansia e depressione, insonnia, agitazione, ossessioni, impotenza, lesioni dell’apparato sessuale. “Il problema della pornodipendenza”, spiega la psicoterapeuta Florinda Maione, presidente SIIPaC Lazio, “è che, a differenze delle tossicodipendenze, l’accesso al porno è facilissimo, visto che basta una connessione. E proprio come le altre dipendenze,  anche questa è caratterizzata da tre fenomeni: il ‘craving’, ovvero l’impossibilità di resistere all’impulso che spinge verso l’oggetto della dipendenza; la ‘tolleranza’, ossia la necessità di aumentare sempre le dosi e infine l’ ‘astinenza’, cioè il fatto che le persone dipendenti se non soddisfano il loro impulso stanno malissimo”. Ma la pornodipendenza è paradossalmente anche più difficile da trattare. “Si cura come le altre attraverso la psicoterapia, soprattutto di gruppo, in assoluto la più efficace”, continua Maione, “ma rispetto alle altre qui non possiamo avere come obiettivo l’astinenza, perché qui parliamo di un comportamento che va reintegrato all’interno della vita quotidiana. In altri termini, bisogna ricostruire una sessualità sana in persone che oggi sono continuamente bombardate da immagini. Ed è per questo che, forse, possiamo dire che la pornodipendenza è davvero la malattia del nostro tempo”.  

Il fatto quotidiano, gennaio 2019

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