Ma come si fa a colpevolizzare una donna che lavora

Sui social media è stato abbondantemente stroncato, soprattutto da donne indignate da uno spot così platealmente assurdo, tanto colpevolizza le donne che lavorano e hanno figli invece che far loro un augurio gentile (come doveva essere per la festa della mamma). Ma vale la pena tornare sul tema, perché la pubblicità ci dice molto sulla mentalità collettiva e spesso esprime stereotipi molto saldi nella società italiana.

Anzitutto una breve sintesi del video, certamente concepito da mente maschile (non potrebbe essere diversamente): decine di donne vengono chiamate da un presunto responsabile dell’azienda che comincia a dire loro che non svolgono bene il loro lavoro, che trascurano compiti importanti, che insomma tutto va molto male nel modo in cui si comportano. Le donne reagiscono con stupore, amarezza, alcune sono impaurite, altre arrabbiate. Ma a un certo punto si svela il mistero: entrano nella stanza i figli di quelle madri, le quali che  si lasciano andare al pianto per il sollievo, visto che capiscono che si tratta di uno scherzo. Quei bambini, però, chiedono alle mamme maggiore vicinanza, di essere presi più spesso all’asilo, di stare più spesso insieme, insomma in pratica sbattono platealmente loro in faccia il conflitto lacerante che le donne, specie italiane vivono tra lavoro e maternità. Fine dello spot.

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Uteri in fuga/4: diventare mamme in Germania e Inghilterra

images“Se fossi rimasta in Italia, sarei rimasta per sempre una figlia. Qui ho smesso di sentirmi la ragazzina che aveva bisogno di essere aiutata per pagare l’assicurazione del motorino o per fare la spesa”. È mattina presto, Nicla si è appena svegliata: su Skipe compare il viso sorridente e paffuto della sua prima figlia di quattro anni, ancora in pigiama. Oggi Nicla e la sua famiglia vivono a Brighton, in Inghilterra. Ma il trasferimento è recente, perché la prima meta, dove sono rimasti alcuni anni, è stata la Germania, Friburgo. “Siamo andati via nel 2009 per il più banale dei motivi: io facevo sia la segretaria che l’insegnante part time, pensa un po’, in una scuola privata a Livorno, con contratto di apprendista. Il mio compagno, fisico, aveva appena concluso il suo post doc e non c’erano prospettive. Per lui si è aperta una posizione di sei anni a Friburgo. Non ci abbiamo pensato due volte. Sei mesi dopo il trasferimento in Germania ho scoperto di essere incinta”.

http://d.repubblica.it/attualita/2014/12/26/news/26_12_diventare_mamme_in_germania_e_in_gran_bretagna-2423645/

Uteri in fuga/3: diventare mamma in Francia

UnknownNella sua seconda vita si chiama Marina P., è una musicista e vocalist indipendente nell’ambiente underground dei sound system dub, e nei weekend gira l’Europa per concerti e serate live. Nella sua prima vita lavora con un piccolo contratto a tempo indeterminato per l’associazione laica francese Libre Pensée e vive con il suo compagno e i suoi due figli  Leo e Nino, l’ultimo di appena due mesi, in un quartiere popolare del sud di Parigi. “Sono un’emigrata della prima ora”, racconta Marina, “arrivata qui da Livorno nel 2001, prima con un Erasmus poi, subito dopo la laurea, con una borsa per insegnare al liceo. All’inizio non è stato facile lavorare, avevo una laurea in storia, così ho cominciato con stage in case editrici turistiche e scolastiche. A un certo punto mi sono lanciata nella musica, ho iniziato a registrare con etichette indipendenti inglesi e scozzesi e fare serate di questo genere di musica elettronica, il dub, che è nato in Giamaica ma si è sviluppato in Gran Bretagna. Inaspettatamente, è diventato un vero e proprio lavoro”.

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Non è un paese per mamme

Foto japeye: https://www.flickr.com/photos/japeye/

Foto japeye: https://www.flickr.com/photos/japeye/

«Ma come faccio a cercare lavoro se devo allo stesso tempo tenere mio figlio? I criteri dei nidi sono assurdi, il mondo è cambiato, dovrebbero cambiare anche loro». Maria ha 35 anni e un bimbo di un anno. Il suo contratto a termine non è stato rinnovato con la gravidanza e ora è in cerca di un nuovo impiego. Eppure, pur avendo un reddito molto basso – il marito lavora come architetto in uno studio che lo paga 900 euro al mese –, non ha avuto diritto ad un posto al nido per suo figlio, perché il comune di Roma, dove abita, assegna il massimo punteggio a genitori lavoratori mentre considera disoccupati e in cerca di lavoro alla stessa stregua. Continua a leggere