Rider, bene Di Maio a chiedere tutele ma la precarietà è ovunque

C’erano molte notizie degne di commento in questi giorni. Ad esempio, anche se in pochi se ne sono accorti, c’è stato un papa che, tra una critica alle coppie omosessuali e all’aborto selettivo, ha incredibilmente sdoganato l’infedeltà: e non solo maschile, anche femminile, qualcosa di veramente rivoluzionario per una Chiesa che ha sembra esaltato l’immagine di una donna silenziosa e fedele. Ma non c’è dubbio: la notizia, e l’immagine, che mi ha colpito di più – occupandomi di questo tema da tanti anni – è quella di un ministro che per la prima volta forse da quando la precarietà è stata istituzionalizzata negli anni Novanta, dice “basta” ai working poor. Non solo. Propone, in relazione ai dipendenti della cosiddetta “gig economy” delle consegne, un decreto che si chiama con nome evocativo “decreto di dignità” e che prevede che i lavoratori divengano “prestatori di lavoro subordinato” con tanto di indennità mensile di disponibilità, malattia, ferie, maternità e divieto di retribuzione a cottimo, oltre a un trattamento economico minimo.

Continua qui.

Una donna incinta assunta a tempo indeterminato? In Italia fa notizia

Comunica al capo di essere incinta e lui le fa un contratto a tempo indeterminato. È bastata questa concatenazione di fatti per suscitare l’interesse della stampa italiana, che ha immediatamente legato i due eventi di per sé separabili (restare incinta e avere un contratto stabile) e sottolineato l’eccezionalità del caso. La stessa mamma, Delia Barzotti, dipendente dell’azienda triestina Cpi-Eng, si è definita “privilegiata” per aver ricevuto un trattamento così favorevole, “nonostante” il fatto di aspettare un bambino.

 Provate ora a immaginare se la stessa vicenda si fosse svolta in Svezia, Danimarca, ma anche Olanda, Germania, Francia. Con tutta probabilità nessun giornale avrebbe raccontato un fatto così banale, qualcosa che accade normalmente in paesi dove la maternità è considerata non un evento speciale, ma felicemente ordinario. Manca completamente in questi paesi l’idea che aspettare un figlio porti a un cambiamento nello “status” della donna – che da noi diventa invece improvvisamente “diversa” – così come la credenza per cui una donna incinta rappresenti un ostacolo, una spesa, un problema da risolvere. Anche perché a restare incinta, altrove in Europa, è una “famiglia” nel suo insieme, visto che i congedi di paternità durano anche alcuni mesi e gli uomini li prendono in massa (non come da noi, dove ci sono 4 giorni di congedo obbligatorio mentre la paternità facoltativa viene presa da meno di un padre su cinque).

 

Continua qui.