Quando muore un figlio unico

 

C’è una notizia che più di altri mi ha colpito in questi giorni. La morte di Camilla Compagnucci, una bambina di nove anni romana, per un banale ma tragico incidente sugli scii, di cui tuttavia le responsabilità sono da accertare. Mi ha colpito perché Camilla, di cui ovviamente non so nulla, come non so nulla dei genitori (qui ne scrivo solo come spunto di riflessione) rappresenta in un certo senso la generazione dei bambini di oggi. Figlia unica, mamma lavoratrice (ricercatrice), vissuta in un quartiere romano pieno i alberi e parchi: immagino la sua nascita nove anni fa, la scelta di un nome che ho sempre amato moltissimo.

Immagino l’emozione della gravidanza, la decisione su dove partorire dopo un’attenta disamina degli ospedali. Immagino la madre, e forse il padre, che l’allattano con amore e dedizione assoluta. I primi mesi, la scelta su come conciliare lavoro e famiglia, forse una tata o baby sitter per i primi anni – anni di svezzamento, preparazione di pasti appropriati e scelti con cura, di giochi, di prime vacanze – forse un asilo nido e poi la scuola materna. Immagino tutti i giorni in cui è stata presa a scuola, l’allegria di vedere spuntare il suo viso dalla classe, i lavoretti portati a casa dall’asilo, il primo giorno di scuola, i primi compiti. Vedo i genitori accompagnarla ovunque, alle feste, allo sport, organizzare feste di compleanno belle e piene di amici e di allegria. Immagino la felice routine che si instaura quando un bambino entra in una casa, portando con sé il mondo dell’infanzia con le sue meravigliose domande, curiosità, con le sue emozioni potenti che mettono in discussione e ti danno la sensazione di essere – parlo per me e per chi ha fatto questa scelta – finalmente una persona completa, come se quel pezzo che mancava prima della tua vita di genitore fosse stato definitivamente messo a posto.

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Si fa (troppo) presto a dire stress

UnknownL’afonia di Dora, nota paziente freudiana? Oggi sarebbe probabilmente imputabile allo stress. Termometro del nostro benessere o malessere, il sostantivo, che in inglese significa “spinta, pressione”, è abusato più che mai  (“Sono stressata”, “Non stressarmi”, “Che stress”). E ha finito per invadere la nostra quotidianità, perché tutto è potenzialmente stressante, il lavoro, la famiglia, la vita di coppia, la solitudine, i figli, la disoccupazione e e persino l’appartenenza a una minoranza (minority stress). Contro questo uso-abuso si scagliano oggi due note psicoanaliste, che  difendono un linguaggio morale più articolato e si oppongono all’archiviazione, a causa dello stress, di parole più appropriate e suggestive, come “collera”, “irritazione”, “avvilimento”, “paura”, “incapacità”, “noia”, “agitazione”. Lo stress “si mangia ogni sfumatura del variopinto lessico dell’emotività”, scrivono Simona Argentieri e Nicoletta Gosio nell’affilato saggio Stress e altri equivoci (Einaudi editore) e al tempo spesso “arresta il discorso sulla concatenazione degli eventi esterni e interni in un corto circuito di causa effetto immediato e sbrigativo”.

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