Cadaveri, terremoti e macerie: i traumi silenziosi dei soccorritori

In rilievo

“Ricordo quel giorno come fosse ieri, era il 6 aprile 2009. Ci chiamarono via radio perché dovevamo preparare le borse, erano le otto, alle dieci siamo partiti per L’Aquila. Man mano che ci avvicinavamo all’epicentro, l’atmosfera spettrale aumentava: case cadute, macerie. Alle undici di sera ci dissero di andare alla Casa dello studente. Ci siamo messi a scavare, e dopo poco abbiamo trovato una ragazza sotto un pilastro con la testa fracassata. Più avanti abbiamo trovato una coppia di ragazzini sul letto morti abbracciati. Dopo avere portato via i corpi, ho pianto tutte le mie lacrime e rientrato a casa ho continuato a piangere per giorni. A L’Aquila ho lasciato dieci anni della mia vita, mi ha devastato l’anima”. Antonio è un caposquadra dei Vigili del fuoco, corpo in cui lavora da quasi trent’anni in una città del Nord. Come lui a intervenire in caso di terremoti, devastazioni, incidenti ci sono anche le forze dell’ordine, i sanitari, i volontari delle ambulanze. Persone che, come ha messo in luce di recente la lettera dell’infermiere al padre di Camilla Compagnucci, morta il 2 gennaio su una pista da scii, dietro le corazze che portano sono piene di “cicatrici profonde”.

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