Cara di Castelnuovo, quella di Salvini è deportazione

Il dolore arriva leggendo tra le righe dei quotidiani, Fatto Quotidiano compreso, che oggi hanno raccontato la vicenda del Cara di Castelnuovo, comune vicino Roma, sgomberato con furia da Matteo Salvini tanto da lasciare nello sgomento oltre 500 persone, ignare del loro destino. Tra di loro, e appunto fa male leggerlo, tanti minori – tra cui una giovane promessa del calcio – che dovranno lasciare la scuola. E poi individui fragili: una donna malata di tumore, un’altra che ogni mattino con i mezzi andava all’ospedale Gemelli per allattare il suo bambino prematuro. Un’immagine veramente angosciante che dovrebbe spingere qualsiasi politico a riflettere sulle conseguenze dei suoi atti.

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Viva Baglioni che sull’immigrazione dice ciò che pensa

Aprite bene gli occhi e le orecchie. Perché quello che è accaduto ieri sul caso Claudio Baglioniè uno dei capitoli più grotteschi della nuova era leghisto-grillina. E, come al solito, riguarda la Rai, perenne luogo di occupazione politica, ieri come oggi. È successo questo: il direttore artistico del più importantefestival della canzone italiana– un musicista e cantautore con mezzo secolo di carriera – va a una conferenza stampa. Una giornalista gli fa una domanda sul caso delle due navi Sea Watch 3Sea Eyenon lasciate attraccare nei porti italianicol loro carico di umanità intirizzita e terrorizzata e lui risponde con queste testuali parole: “Se non fosse drammatica la situazione di oggi, ci sarebbe da ridere. Ci sono milioni di persone in movimento, non si può pensare di risolvere il problema evitando lo sbarco di 40-50 persone, siamo un po’ alla farsa“. Una frase che appare così di buon senso da essere quasi descrittiva. E poi Baglioni aggiunge: “Serve la verità di dire: è un grave problema, dobbiamo metterci tutti nelle condizioni di risolverlo”. E ancora: “Credo che le misure prese dall’attuale governo, come da quelle precedenti, non siano assolutamente all’altezza della situazione”.

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Presepe, chi lascia gli ultimi in strada non ne faccia la retorica

Un’immensa schizofrenia ideologica attraversa chi ci governa oggi, in particolare, ça va sans dire, la parte leghista della coalizione. Quella che rivendica un giorno sì e l’altro pure l’importanza delle nostre radici cristiane, la purezza della nostra identità bianca, cattolica, italiana. Eppure nel nostro Paese è appena passato un decreto – firmato dal capo dello Stato e sul quale è stata addirittura posta la fiducia – che porta il nome di “sicurezza”, ma che sicurezza certo non porta nel nostro paese, anzi è destinato ad aumentare il conflitto sociale in maniera esponenziale. I suoi effetti saranno soprattutto sugli ultimi del nostro Paese, ovvero quelli arrivati in Italia senza niente, se non un carico di violenze subite e traumi dovuti a conflitti, fame, cataclismi di ogni tipo. Ma poi, di conseguenza, anche su tutti noi.

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Femminicidio, perché le donne continuano a morire

Stupite, critiche, indignate: le esperte di violenza sulle donne – statistiche, avvocate, sociologhe, persone che lavorano sia sul campo o che sulla violenza fanno ricerca da anni – non riescono a capacitarsi che la Polizia di Stato abbia diffuso, in vista della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, un rapporto, Questo non è amore, in cui il numero dei femminicidi relativi al 2018 risulta di sole 32 donne morte, perché la gran parte dei 94 omicidi non sono considerati tali. A contestare la cifra è, anzitutto, chi i femminicidi li conta da oltre tredici anni, cioè laCasa delle donne per non subire violenza di Bologna, unica banca dati italiana, visto che nel nostro Paese non esiste ancora un Osservatorio nazionale sulla violenza sulle donne. “Da oltre tredici anni noi raccogliamo i dati dei femminicidi, e lo facciamo basandoci solo sulla cronaca, il che significa che anche i nostri sono ampiamente sottostimati”, spiega Anna Pramstrahler. “Al contrario di quanto sostiene la Polizia, purtroppo, il dato è abbastanza fermo, negli ultimi anni siamo sempre su circa 120 donne uccise all’anno. Da gennaio ci risultano 82 donne uccise, 50 in più del dato del Ministero. Il fatto è che quando analizzi gli omicidi devi sapere esattamente cos’è un femminicidio. Noi utilizziamo la definizione delle Nazioni Unite”.

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Razzismo, quando diventa di stato. Le storie di chi è discriminato

“Se è capitato a mio figlio che una persona si alzasse o non volesse sedersi accanto a lui sul treno o sull’autobus? Ma certo, guardi che questa cosa gli succede spessissimo: le persone si spostano, oppure stringono la borsa più forte. Pensi che una volta gli hanno rifiutato un posto come commis di sala in un albergo, nonostante avesse studiato tre anni per farlo, perché non volevano persone di colore. Eppure siamo brasiliani”. Ester vive in Italia da sempre, a Prato, è sposata, lavora e parla un italiano fluente, con un leggero accento. Spiega che gli episodi di razzismo non hanno smesso di accadere neanche a lei. In particolare, racconta, il fatto “di non essere servita nei negozi”. “Puoi aspettare anche tantissimo, fanno finta di non vederti. L’ultima volta mi è successo in un bar, ho protestato come sempre, ma la signora alla cassa mi ha ignorato. Una volta non mi hanno fatto entrare in una gioielleria, nonostante io suonassi il campanello. Ma la cosa più grottesca mi è capitata quando la badante moldava di mio suocero è stata aggredita: il poliziotto a cui cercavo di spiegare l’accaduto a un certo punto si è voltato e ha detto a un’altra persona: ‘Mi spieghi lei che è italiano che con questa non capisco nulla’”.

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Se il presidente ignora la sofferenza sociale degli italiani

C’è un’enorme questione che è stata totalmente ignorata in queste ultime ore, ore in cui al centro della scena pubblica sono stati unicamente i palazzi del potere, in apparenza – ma solo in apparenza – svincolati dall’esistenza concreta delle singole persone: è la questione dell’enorme sofferenza sociale che ha generato, attraverso il voto, ciò che stiamo vedendo in questi giorni, e cioè prima l’affermazione di due partiti di protesta e poi il tentativo di quest’ultimi di formare un governo che rispondesse  al desiderio collettivo di una maggior protezione sociale (vedi reddito di cittadinanza).

L’Italia che è andata al voto il 4 marzo è un’Italia, ce lo raccontano ormai tutti i rapporti sociali, tragicamente impoverita.Un’Italia in cui in poco più di dieci anni i poveri sono quadruplicati, la percentuale di disoccupati resta altissima, i working poor sono la maggioranza tra i lavoratori. Tradotto in termini concreti, significa che abbiamo oltre un milione di bambini che vivono in ambienti malsani e scarso cibo, milioni di giovani bloccati in un limbo di sofferenza e povertà, cinquanta-sessantenni che non hanno lavoro ma non possono accedere a nessun sussidio perché non ne esiste praticamente nessuno e devono aspettare fino a 67 anni per avere un assegno sociale miserevole che consentirà loro di fare la spesa e poco altro.

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