Viva Baglioni che sull’immigrazione dice ciò che pensa

Aprite bene gli occhi e le orecchie. Perché quello che è accaduto ieri sul caso Claudio Baglioniè uno dei capitoli più grotteschi della nuova era leghisto-grillina. E, come al solito, riguarda la Rai, perenne luogo di occupazione politica, ieri come oggi. È successo questo: il direttore artistico del più importantefestival della canzone italiana– un musicista e cantautore con mezzo secolo di carriera – va a una conferenza stampa. Una giornalista gli fa una domanda sul caso delle due navi Sea Watch 3Sea Eyenon lasciate attraccare nei porti italianicol loro carico di umanità intirizzita e terrorizzata e lui risponde con queste testuali parole: “Se non fosse drammatica la situazione di oggi, ci sarebbe da ridere. Ci sono milioni di persone in movimento, non si può pensare di risolvere il problema evitando lo sbarco di 40-50 persone, siamo un po’ alla farsa“. Una frase che appare così di buon senso da essere quasi descrittiva. E poi Baglioni aggiunge: “Serve la verità di dire: è un grave problema, dobbiamo metterci tutti nelle condizioni di risolverlo”. E ancora: “Credo che le misure prese dall’attuale governo, come da quelle precedenti, non siano assolutamente all’altezza della situazione”.

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Dov’è finito il pallone a Quelli che il calcio?

UnknownPuò un programma riuscire ad avere una durata televisiva superiore persino a quella di Berlusconi come protagonista della scena pubblica? L’intuito e il buon senso farebbero rispondere immediatamente di no. Invece la trasmissione tv di Rai due Quelli che il calcio sembra sfidare l’impossibile, e il risultato è che il programma appare sempre di più una pallida copia delle precedenti, sempre meno vivide, copie. Partito nel settembre 1993 con Fabio Fazio nella sua versione migliore, il varietà calcistico-comico – che aveva inizialmente trovato una sua formula brillante – ha continuato a inseguire se stesso, senza riuscirvi (anche a causa, certo, dell’altalena dei diritti tv con conseguente perdita delle immagini del campionato). L’era della decadenza, nonostante la squadra di comici come Gene Gnocchi, Maurizio Crozza e Dario Vergassola, era iniziata con l’isolaventurizzazione del programma dovuta alla conduzione di Simona Ventura, presto migrata verso altri lidi.   Il passaggio nelle mani di Victoria Cabello aveva, sì, de-trashizzato Quelli che il calcio, alzandolo di qualità anche grazie alle parodie di Virginia Raffaele (impossibile non ricordarla nei panni di Belen Rodriguez, Nicole Minetti e Francesca Pascale) ma l’esperienza, forse, poteva dirsi conclusa.

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Dio perdona, Luca Mercalli (e l’ambiente) meno

UnknownScorie radioattive, spreco energetico, sovrappopolazione, inquinamento dell’aria, uso dell’acqua dolce, buco dell’ozono, fusione dei ghiacci, acidificazione degli oceani, uso del suolo e deforestazione, cambiamento climatico, abuso di azoto e fosforo, perdita della biodiversità: eccoli qui, dal meno grave al più grave, i dodici problemi di cui soffre il nostro pianeta. Li ha messi in fila il meteorologo e climatologo  Luca Mercalli nel suo nuovo programma che gioca con l’omonimia tra il suo cognome e quello del noto vulcanologo, Scala Mercalli: sei puntate in onda il sabato su Rai tre alle 21.30 (sfidando la posta di Maria De Filippi e  le notti sul ghiaccio di Rai Uno), per parlare di ambiente, clima, sviluppo sostenibile. Un’idea semplice e intelligente alla quale però finora nessuno aveva pensato, programmi di animali e viaggi – che altra cosa sono però – a parte. Difficile, allora, non partire dagli elogi: anzitutto, nonostante un incipit un po’ ansiogeno, con il conduttore che annuncia che l’ultimo gennaio è stato il secondo più caldo della storia e un breve video di papa Francesco che ricorda che Dio perdona ma la terra no, Scala Mercalli evita, per fortuna, i toni paralizzanti da apocalisse in arrivo. Con pacatezza ideologica e senza l’uso forsennato di grafici (spesso arma contundente nelle mani negli ambientalisti più zelanti), ricorda invece che tutto sta nelle nostre mani e la battaglia si può ancora vincere. Le immagini utilizzate in studio, con citazioni storiche e pittoriche, sono belle e il programma evita di diventare un talk sul clima grazie a lunghi e intensi servizi: sul bersagliato continente australiano, sul laboratorio di ricerca tra le nevi svizzere Jungfraujoch, ma anche sulle conseguenze in termini di diseguaglianze dello sfruttamento delle risorse in Cile e in Perù. Produce infine un rinfrescante effetto anticonformista la critica ad una retorica della crescita che invece attraversa enfaticamente i discorsi, mostrati in studio, dei capi di stato (Renzi compreso).

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Rai giovane e social. Ma solo sull’online

UnknownNon chiamatela solo tv sul web. La nuova piattaforma on line della Rai – “Ray” -, lanciata l’8 febbraio scorso, non nasce solo con l’obiettivo di ringiovanire l’anziano e casalingo pubblico Rai, puntando ad attrarre i 15-30enni ormai desaparecidi dal servizio pubblico. Ma anche con l’idea, quasi un’ossessione, di coinvolgerli, renderli protagonisti, stanarli dalle loro stanzette: sia attraverso gli immancabili social, sia attraverso inviti ad essere coproduttori o coprotagonisti delle nuove web-serie. Così, ecco la sezione speciale “Play di Ray”, dove di può scaricare l’app dei braccialetti rossi per poi giocarci e guadagnare punti, inviare le foto del #BRLIVE (l’evento Braccialetti rossi dal vivo), mandare un video per partecipare al nuovo web talent Due posti al sole o diventare protagonista – “Be you!!” – della nuova webserie musicale “Io credo che lassù”. Il resto della piattaforma, nata dalla collaborazione tra Rai Fiction, la Direzione Tecnologia e Produzioni e la Direzione Relazioni esterne, è fatta soprattutto da mini puntate di serie create, appunto, per il web. Dall’inquietante “Under”, storia di sei ragazzi chiusi in un bunker dove solo uno di loro potrà sopravvivere, all’adolescenziale “Io tra vent’anni”.

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Dolci dopo il tiggì, quando il dessert (televisivo) è troppo

UnknownQuale idea rivoluzionaria inventarsi per variare l’immaginario televisivo della Rai? Ad esempio, un programma di cucina, da piazzare magari dopo La prova del cuoco e dopo il tg1, per completare il pasto lasciando il notiziario come l’intervallo buono soprattutto a digerire, prima dell’ultima portata. Si chiama Dolci dopo il tiggì, è sempre condotto da Antonella Clerici e va in onda da quest’autunno tutti i giorni su Raiuno alle 14.05, in uno studio che è un trionfo di fiocchi rosa-celeste, lecca lecca, cuoricini, tavolini a forma di cup cake.  La formula, che ieri ha compiuto la centesima puntata, è elementare: due cuochi fanno dei dolci e un terzo cuoco decide chi dei due ha vinto. Nonostante il tempo breve, il ritmo è lento e a parte la solita sequela di gesti culinari – che ormai hanno reso, ad esempio, un banale documentario per animali una merce rarissima e inaspettata sui canali in chiaro – non ci sono grandi variazioni o intermezzi. E infatti l’attenzione cala, anche Antonella si annoia, partono le canzoni e lei neanche ci fa più caso, racconta distrattamente, lasciando la cuoca mezza scioccata, che scongela il gelato col microonde; oppure, dimenticando che il suo target è diverso da di chi manda i figli ad equitazione, che sua figlia vuole una torta con un cavallo sopra. Ma la passione non è finita, perché prima di passare la linea bisogna attraversare il calvario del giochino Dolcetto o scherzetto?. Dove le domande confezionate dagli autori, e il meccanismo per vincere qualche centinaio di euro, sono talmente elementari da far vacillare la stessa Clerici, che d’altronde alle ascoltatrici al telefono chiede in alternativa se piova o se ci sia il sole, se ci sia il sole oppure piova.

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