Decreto dignità, non lo critichi chi ha distrutto il lavoro

Non sono una giuslavorista, sindacalista o esperta di contratti. Però il tema del lavoro, in particolare autonomo e precario, lo seguo da anni, come seguo le politiche sciagurate che gli ultimi governi di destra e di “sinistra” hanno messo in atto nei confronti dei lavoratori. Ultima, la decisione di abolire il Jobs act, a favore di un contratto a tutele crescenti che di tutele ha ben poco, mentre ha reso i lavoratori dipendenti meno mobili e completamente ricattabili da parte del datore di lavoro. Guardando quindi con queste lenti il “decreto dignità”, appena diventato legge, non posso che giudicare favorevolmente il principi di fondo a cui si ispira, e cioè quelli di una stretta sull’uso e abuso di contratti a termine – diminuisce l’arco di tempo per il quale possono essere usati, si introduce la necessità di una causale per il loro rinnovo, aumenta il loro costo contributivo, aumentano le mensilità a protezione del lavoratore in caso di licenziamento –  di un contrasto alla delocalizzazione delle aziende, di una promozione del lavoro stabile, attraverso l’estensione della decontribuzione già prevista dal governo Gentiloni per gli assunti sotto i 35 anni.

Continua a leggere qui. 

Vent’anni di Sex and The City, più che sesso è la loro libertà (da mutui e mariti) ad attrarci

Sex and The City oggi compie vent’anni. Certo, qualche tempo dopo, nel 2003, è arrivato Sky e le sue prime serie, poi – naturalmente – Netflix con la sua offerta sterminata. Eppure anche per chi, come me, si è innamorata perdutamente delle ostetriche londinesi (Call The Midway), dei nobili inglesi (Downton Abbey), della vita della Regina Elisabetta (The Crown), dei pubblicitari di Manhattan (Mad Man) e di tante altre serie, Sex and The City avrà sempre un posto speciale e difficilmente scalzabile nella classifica emotiva delle mie serie tv.

Mi sono chiesta più volte perché la serie ideata da Darren Starr abbia avuto così tanto successo. In fondo, le protagoniste sono quattro donne non prive di frivolezza e completamente immuni da preoccupazioni di tipo sociale o politico. Manhattan, da questo punto di vista, è una sorta di contenitore da favola, sradicato dalla realtà statunitense: potrebbe essere ovunque. Le quattro amiche sono dedite soprattutto a una cosa: cercare l’amore. Ognuna lo fa in maniera diversa: Samanthaattraverso il sesso, Charlotte spinta da un romanticismo radicale, Miranda in maniera più realista e pragmatica, Carrieintrecciando romanticismo e riflessione, attraverso la rubrica che tiene e che, incredibilmente, le consente di mantenere uno stile di vita così elevato da potersi permettere scarpe da centinaia di dollari.

Continua qui. 

Stipendi, perché ci vergogniamo a dire quanto guadagniamo

Un giornalista del Guardian si è divertito a scendere in strada e chiedere ai passanti quante sterline guadagnassero all’anno. Le risposte sono state quasi sempre negative, vaghe, imbarazzate, quasi fosse un tabù. Ebbene, mi sono immaginata la stessa domanda calata in Italia, un paese anni luce diverso dalla Gran Bretagna proprio rispetto al mercato del lavoro e alla meritocrazia. Anche qui la risposta evasiva sarebbe stata identica, come mi è capitato d’altro canto di osservare più volte chiedendo alle persone che incontro – lo faccio spesso, è una tentazione irrefrenabile, ad esempio con commesse, al barista, al dipendente del parrucchiere et – che tipo di contratto abbiano e se siano o meno sottopagati.

Ma il motivo per cui in Italia ci si vergogna di dire il proprio reddito è molto diverso da altri Paesi. Ed è cambiato radicalmente nel tempo. Nei periodo pre-crisi, e ancor più negli anni Ottanta e Novanta, a tacere erano soprattutto i lavoratori autonomi, molti dei quali evadevano con il semi-consenso dello Stato. Oggi, invece, la situazione si è ribaltata. Chi ha uno stipendio pubblico unito a un ruolo importante, così come chi ha una pensione abbondante frutto del sistema retributivo, evita di rivelare il proprio reddito, visto il clima anticasta e il rancore sociale, pure legittimo, da parte di è stato escluso da ogni privilegio.

Continua qui.