Natale, i miei figli hanno troppi regali. E io provo disagio

I pacchetti sono cominciati ad arrivare anche prima di Natale. La baby sitter che partiva e metteva sotto l’albero un libro e un gioco. Amici vari che mi lasciavano piccoli doni per i miei due figli. I parenti che non avrei visto a Natale: altri regali da scartare. E questo è solo l’antefatto. Perché stasera arriveranno i nonni-uno, con libri comprati da fuori. E, in più, con le decine di regalini avanzati dal calendario dell’Avvento, che abbiamo deciso di aprire alla Vigilia. Domattina, poi, c’è Babbo Natale con i regali “veri” e a pranzo i nonni-due, che pure vogliono partecipare anche se separatamente. E poi, ovviamente, c’è la Befana, che ormai è diventata una specie di Babbo Natale bis: altro che mandarini, noccioline e caramelle.

Quello che sto raccontando, però, non vale solo per i miei figli. Se alzo lo sguardo in giro – ovviamente parlo di ceto medio borghese, non mi riferiscono ai bambini poveri o molto poveri, sia chiaro – i bambini di oggi ricevono per Natale una quantità di regali impressionante. Stiamo parlando di decine di doni, appunto, tra Natale, Befana, parenti vari. Il motivo si spiega anche sociologicamente, o meglio demograficamente. I bambini sono numericamente molto pochi, la metà circa di quelli degli anni del boom demografico e sociale. Ci sono figli unici, a volte persino nipoti unici, sui quali si riversa l’affetto, anche materiale, di una pletora di nonni, zii, amici.

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Rapporto Censis, contro gli stereotipi sull’immigrazione

Vicenza. Poi Pesaro e Urbino, Bergamo e Pistoia. Sono le città italiane con il più alto livello di integrazione, secondo il Rapporto sulla situazione sociale del paese redatto dal Censis e presentato oggi a Roma. Scarsa la partecipazione delle città del centro (oltre Pesaro e Urbino ci sono Perugia, Pisa e Macerata, nessuna del Lazio), mentre nessuna provincia appartiene al Mezzogiorno (la prima, Teramo, è 33esima). Un vero e proprio paradosso, se si pensa al dilagare della Lega nelle Regioni del Nord. Andando a vedere più in dettaglio, la contraddizione permane. Perché se si va a misurare l’integrazione economica, attraverso cioè i redditi dei cittadini non comunitari, dopo Prato – prima provincia – ci sono sempre città del Nord: Vicenza, Goriziae Pordenone, in cui in cui molti immigrati sono loro stessi imprenditori. Seguono Pesaro, Urbino e Pistoia. Tra le prime venti solo alcune sono del centro, Macerata, Pisa e Arezzo.

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Se il presidente ignora la sofferenza sociale degli italiani

C’è un’enorme questione che è stata totalmente ignorata in queste ultime ore, ore in cui al centro della scena pubblica sono stati unicamente i palazzi del potere, in apparenza – ma solo in apparenza – svincolati dall’esistenza concreta delle singole persone: è la questione dell’enorme sofferenza sociale che ha generato, attraverso il voto, ciò che stiamo vedendo in questi giorni, e cioè prima l’affermazione di due partiti di protesta e poi il tentativo di quest’ultimi di formare un governo che rispondesse  al desiderio collettivo di una maggior protezione sociale (vedi reddito di cittadinanza).

L’Italia che è andata al voto il 4 marzo è un’Italia, ce lo raccontano ormai tutti i rapporti sociali, tragicamente impoverita.Un’Italia in cui in poco più di dieci anni i poveri sono quadruplicati, la percentuale di disoccupati resta altissima, i working poor sono la maggioranza tra i lavoratori. Tradotto in termini concreti, significa che abbiamo oltre un milione di bambini che vivono in ambienti malsani e scarso cibo, milioni di giovani bloccati in un limbo di sofferenza e povertà, cinquanta-sessantenni che non hanno lavoro ma non possono accedere a nessun sussidio perché non ne esiste praticamente nessuno e devono aspettare fino a 67 anni per avere un assegno sociale miserevole che consentirà loro di fare la spesa e poco altro.

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