Mamme a Partita Iva, conciliare vita e famiglia è una battaglia quotidiana

Mi è bastato un giorno e mezzo per finire “Mamme a partita Iva. Come vivere allegramente la maternità quando tutto è contro” (edizioni Sonzogno), scritto dalla giovane antropologa e docente di lingue Valentina Simeoni. Se dal titolo il volume può apparirvi simile alle centinaia di libri sulla maternità vi sbagliate. Infatti, a differenza che negli Stati Uniti, dove sul tema della conciliazione tra lavoro e famiglia è stato scritto moltissimo (l’autrice cita alcuni titoli), in Italia i libri sulla maternità tendono ad essere quasi sempre saggi su come prepararsi al parto, sull’allattamento, lo svezzamento e la crescita, al massimo sull’organizzazione, ma raramente, e specificamente, sulla conciliazione. Invece questo libro si concentra esattamente su questo aspetto, e lo fa analizzando il tema del mettere insieme famiglia e lavoro sia sul piano concreto, sia su quello psicologico ed emotivo, sia infine su quello sociale e direi politico. Di più. Il libro si focalizza esclusivamente sulle madri a partita Iva, quelle di cui non parla nessuno, quelle che davvero la conciliazione devono inventarsela tra mille difficoltà perché non hanno un “caldo” posto fisso pronto al loro ritorno (e con ciò non voglio dire che avere un figlio da dipendente sia facile, ma che da lavoratrice autonoma lo è molto, ma molto di più).

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Quando una lavoratrice autonoma si ammala

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Quando mi sono ammalata il mio primo pensiero non è stato come sarei guarita, ma chi avrebbe tenuto aperta la lavanderia”. Rosella ha cinquantadue anni quando scopre, nel maggio 2012, di avere un tumore al seno destro e comincia a curarsi al reparto Senologia di Pisa, mentre lei vive a Livorno. “Facevo avanti e indietro per sottorpomi alla radioterapia in pausa pranzo per non tenere chiuso il negozio“, racconta, “anche perché nel frattempo le spese continuavano a correre, affitto, luce, commercialista, INPS”. Proprio dall’INPS, al quale si era rivolta per chiedere una forma di sostegno, avendo sempre pagato i contributi, si sente rispondere che “non essendo una malattia che dipende dall’ambito lavorativo e non le impedisce di svolgere le sue mansioni non possiamo fare nulla. Se vuole una copertura per queste cose deve farsi un’assicurazione personale“.

La storia di Rosella è simile a quella di Sandra, grafica esperta di web design con una sua agenzia che ha dovuto chiudere a causa della malattia; o di Madina, per dodici anni ufficio stampa della Provincia di Padova, poi costretta dall’amministrazione pubblica ad aprire una partiva Iva che però non la copre in nessun modo quando si ammala e deve fare la chemioterapia; o, ancora, di Simona, art director con una società di comunicazione e una figlia, che dopo aver versato tasse, Ires, Irpef e contributi per oltre 160.000 euro si è vista riconoscere una pensione di 274 euro lordi mensili (ma non quella di invalidità, “perché nel 2012 vantavo un reddito superiore al minimo previsto, 13.000 euro, e l’INPS fa riferimento all’anno prima di ammalarsi”).

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