Mamme a Partita Iva, conciliare vita e famiglia è una battaglia quotidiana

Mi è bastato un giorno e mezzo per finire “Mamme a partita Iva. Come vivere allegramente la maternità quando tutto è contro” (edizioni Sonzogno), scritto dalla giovane antropologa e docente di lingue Valentina Simeoni. Se dal titolo il volume può apparirvi simile alle centinaia di libri sulla maternità vi sbagliate. Infatti, a differenza che negli Stati Uniti, dove sul tema della conciliazione tra lavoro e famiglia è stato scritto moltissimo (l’autrice cita alcuni titoli), in Italia i libri sulla maternità tendono ad essere quasi sempre saggi su come prepararsi al parto, sull’allattamento, lo svezzamento e la crescita, al massimo sull’organizzazione, ma raramente, e specificamente, sulla conciliazione. Invece questo libro si concentra esattamente su questo aspetto, e lo fa analizzando il tema del mettere insieme famiglia e lavoro sia sul piano concreto, sia su quello psicologico ed emotivo, sia infine su quello sociale e direi politico. Di più. Il libro si focalizza esclusivamente sulle madri a partita Iva, quelle di cui non parla nessuno, quelle che davvero la conciliazione devono inventarsela tra mille difficoltà perché non hanno un “caldo” posto fisso pronto al loro ritorno (e con ciò non voglio dire che avere un figlio da dipendente sia facile, ma che da lavoratrice autonoma lo è molto, ma molto di più).

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Maria Luigia, mamma in Senegal dove c’è il mare tutto l’anno

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“Ogni volta che nella nostra vita insieme c’è stato da comprare la tenda del bagno, o il tavolo nuovo, ci guardavamo indecisi, non sapendo quanto tempo saremmo rimasti nello stesso posto”. Maria Luigia oggi vive a Dakar con Fabio e tre figlie di sette, cinque e due anni. Ha conosciuto il suo compagno a Firenze, dove entrambi si sono laureati in Agraria tropicale, entrambi con la voglia di partire. Lei lo ha fatto subito, cominciando dal Vietnam – “un paese in grande fermento economico” – dove ha lavorato quasi due anni con l’Unesco. Successivamente è volata, per il Programma alimentare mondiale, in Niger, “dove ho scoperto un paese bellissimo dal punto di vista naturalistico, ma molto povero, sembrava di stare sempre in un presepe vivente”, e poi in Burkina Faso, dove si è occupata delle rilevazioni della povertà e delle situazioni di bisogno alimentare. Sia in Niger che in Burkina Faso è riuscita a ricongiungersi a Fabio, arrivato anche lui dal Vietnam grazie alla sua esperienza nella gestione dell’aviaria e poi spostatosi nel settore delle campagne di sensibilizzazione, le “pubblicità progresso” per l’Unicef. Infine è sopraggiunta per entrambi la possibilità di spostarsi in Senegal, a Dakar, dove Fabio lavora sempre per l’Unicef e Maria Luigia continua a lavorare per il Programma alimentare mondiale, ma da casa, per seguire meglio le sue bimbe. “Ogni due ore mi devo alzare per andare a prendere una o l’altra da scuola o per portarle a fare qualche attività, però va bene così. Ho sempre amato fare mille cose diverse: dal corso di lingua locale ai corsi di cucito, ho anche organizzato corsi di ginnastica per i bambini. E anche alle bambine cerco di trasmettere il piacere di fare cose nuove, più che le tecnologie o la televisione: che peraltro non possediamo. Le sorelle sono molto unite tra di loro, d’altronde anche noi lo siamo, non avendo le nostre famiglie, anche se le bimbe richiedono molta attenzione e tutto è schiacciato sulle loro attività. Eppure io avrei fatto anche il quarto figlio, ma il mio compagno ha detto che piuttosto si sarebbe fatto prete!”.

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Essere mamma in Austria, tra sussidi e città a misura di bambino

UnknownCecilia vive a Vienna da otto anni, insieme al marito (avvocato) e due bimbi di quattro e cinque anni e mezzo. Alle spalle, ha una laurea in scienze internazionali e una specialistica in relazioni internazionali, che le ha consentito di lavorare prima all’Assemblea parlamentare dell’Osce, poi al Parlamento europeo a Vienna, infine all’Istituto italiano di cultura, sempre a Vienna – “una deviazione rispetto al mio ramo professionale, ma avevo i bambini piccolissimi e lavorare solo poche ore di mattina era perfetto”. Difficoltà linguistiche? “Nessuna, perché a Milano, dove abitavo, ho frequentato la scuola tedesca, mentre mio marito, conosciuto durante un Erasmus in Romania, è austriaco”.

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Salvate le madri italiane dall’inserimento a scuola

UnknownQuesto è un grido di dolore: salvate le madri italiane dall’inserimento previsto dalla scuola italiana. Si comincia con l’asilo nido, dove il ragazzino di ormai almeno un anno, stufissimo di stare a casa ed euforico per la nuova esperienza di socialità, viene costretto a godersi della compagnia dei suoi compagni un’ora al giorno, poi due, poi tre, neanche dovesse adattarsi a un campo di lavoro. Nel frattempo la è costretta a prendersi un’altra settimana di ferie, a meno di non trovare un datore di lavoro che accetta di vederla comparire per poi dileguarsi in vista dell’uscita del pupo. Pupo che ovviamente alla vista della madre piange, perché deve lasciare un piccolo mondo di giochi appena assaggiato per tornare alla noia di casa.

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Uteri in fuga/5: mamme negli Stati Uniti

Unknown“Ho sempre avuto chiaro in mente che avrei voluto lavorare nell’ambito dei diritti umani. Così, dopo una laurea in giurisprudenza, sono volata via quasi subito in Marocco, grazie a una borsa di studio del governo italiano per lavorare con le Nazioni Unite”. È una mattina tranquilla e Francesca, che ha 37 anni, è nella sua casa di Washington. Sua figlia Leila, due anni, è stata poco bene, così è rimasta a casa perché il suo contratto per l’agenzia Project Concern International, che si occupa di assistenza umanitaria ai paesi in via di sviluppo, le consente la massima flessibilità: “Se ho bisogno di un giorno me lo prendo, poi recupero lavorando di più il giorno successivo o la domenica, o magari di sera. Oppure da casa, andando in ufficio quando voglio per le riunioni. Sono stata da poco un mese in Italia, senza prendere ferie (che qui negli Stati Uniti sono pochissime), partecipando alle riunioni via Skype”. Francesca, che ha lasciato un pezzetto di cuore in Medio Oriente, non è particolarmente innamorata dell’America, “poca solidarietà, molto individualismo e consumismo”. Però qui, dove è arrivata per accompagnare il marito, che lavora alla Banca Mondiale e che spessissimo è in giro per il mondo per lavoro, ha trovato condizioni adatte per realizzare quello che a un certo punto ha sentito come un desiderio non prorogabile: avere un bambino, “perché senza il lavoro sarei infelice ma se non avessi avuto un figlio molto di più”.

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http://d.repubblica.it/attualita/2015/03/12/news/come_vivere_da_mamma_negli_stati_uniti_usa_america-2514956/

Uteri in fuga/4: diventare mamme in Germania e Inghilterra

images“Se fossi rimasta in Italia, sarei rimasta per sempre una figlia. Qui ho smesso di sentirmi la ragazzina che aveva bisogno di essere aiutata per pagare l’assicurazione del motorino o per fare la spesa”. È mattina presto, Nicla si è appena svegliata: su Skipe compare il viso sorridente e paffuto della sua prima figlia di quattro anni, ancora in pigiama. Oggi Nicla e la sua famiglia vivono a Brighton, in Inghilterra. Ma il trasferimento è recente, perché la prima meta, dove sono rimasti alcuni anni, è stata la Germania, Friburgo. “Siamo andati via nel 2009 per il più banale dei motivi: io facevo sia la segretaria che l’insegnante part time, pensa un po’, in una scuola privata a Livorno, con contratto di apprendista. Il mio compagno, fisico, aveva appena concluso il suo post doc e non c’erano prospettive. Per lui si è aperta una posizione di sei anni a Friburgo. Non ci abbiamo pensato due volte. Sei mesi dopo il trasferimento in Germania ho scoperto di essere incinta”.

http://d.repubblica.it/attualita/2014/12/26/news/26_12_diventare_mamme_in_germania_e_in_gran_bretagna-2423645/

Uteri in fuga/3: diventare mamma in Francia

UnknownNella sua seconda vita si chiama Marina P., è una musicista e vocalist indipendente nell’ambiente underground dei sound system dub, e nei weekend gira l’Europa per concerti e serate live. Nella sua prima vita lavora con un piccolo contratto a tempo indeterminato per l’associazione laica francese Libre Pensée e vive con il suo compagno e i suoi due figli  Leo e Nino, l’ultimo di appena due mesi, in un quartiere popolare del sud di Parigi. “Sono un’emigrata della prima ora”, racconta Marina, “arrivata qui da Livorno nel 2001, prima con un Erasmus poi, subito dopo la laurea, con una borsa per insegnare al liceo. All’inizio non è stato facile lavorare, avevo una laurea in storia, così ho cominciato con stage in case editrici turistiche e scolastiche. A un certo punto mi sono lanciata nella musica, ho iniziato a registrare con etichette indipendenti inglesi e scozzesi e fare serate di questo genere di musica elettronica, il dub, che è nato in Giamaica ma si è sviluppato in Gran Bretagna. Inaspettatamente, è diventato un vero e proprio lavoro”.

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Non è un paese per mamme

Foto japeye: https://www.flickr.com/photos/japeye/

Foto japeye: https://www.flickr.com/photos/japeye/

«Ma come faccio a cercare lavoro se devo allo stesso tempo tenere mio figlio? I criteri dei nidi sono assurdi, il mondo è cambiato, dovrebbero cambiare anche loro». Maria ha 35 anni e un bimbo di un anno. Il suo contratto a termine non è stato rinnovato con la gravidanza e ora è in cerca di un nuovo impiego. Eppure, pur avendo un reddito molto basso – il marito lavora come architetto in uno studio che lo paga 900 euro al mese –, non ha avuto diritto ad un posto al nido per suo figlio, perché il comune di Roma, dove abita, assegna il massimo punteggio a genitori lavoratori mentre considera disoccupati e in cerca di lavoro alla stessa stregua. Continua a leggere