Inserimento, un incubo per i genitori (e i bambini)

La mail ti viene mandata in un torrido giorno di luglio, tu stai in partenza per le vacanze, non la guardi bene e fai male. Perché quando verso fine agosto ti rendi conto di cosa c’è scritto, capisci di avere un problema. Quello che ti viene comunicato, infatti, è che tu figlio di tre anni la scuola “vera”, cioè fino alle quattro di pomeriggio, comincerà il primo ottobre. Prima ci sono tre settimane in cui il bambino ci andrà pochissimo. Il primo giorno, solo per vedere la classe, il secondo e il terzo, un’oretta e mezzo insieme ai genitori, poi due giorni a casa per ricominciare la settimana dopo, sempre per un paio d’ore, e quella dopo ancora un po’ più a lungo, giusto fino al pranzo. Lo schema può variare a seconda delle scuole, ma con la stessa identica impronta: per le prime settimane, non primi giorni, il bambino a scuola ci sta pochissimo. Motivo? Deve abituarsi al ritmo della scuola, la classe va formata lentamente, il gruppo ha bisogno di tempo e così via.

Salvate le madri italiane dall’inserimento a scuola

UnknownQuesto è un grido di dolore: salvate le madri italiane dall’inserimento previsto dalla scuola italiana. Si comincia con l’asilo nido, dove il ragazzino di ormai almeno un anno, stufissimo di stare a casa ed euforico per la nuova esperienza di socialità, viene costretto a godersi della compagnia dei suoi compagni un’ora al giorno, poi due, poi tre, neanche dovesse adattarsi a un campo di lavoro. Nel frattempo la è costretta a prendersi un’altra settimana di ferie, a meno di non trovare un datore di lavoro che accetta di vederla comparire per poi dileguarsi in vista dell’uscita del pupo. Pupo che ovviamente alla vista della madre piange, perché deve lasciare un piccolo mondo di giochi appena assaggiato per tornare alla noia di casa.

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