La tecnologia ci rende invidiosi e uccide le nostre abilità e quelle dei nostri figli

“Aziende multinazionali come Amazon, Google, Facebook e molte altre, che operano fuori da ogni controllo nazionale, stanno esercitando un potere troppo forte sui nostri governi e sulle nostre società, che tragicamente hanno scelto di sottomettersi alla loro influenza. Queste aziende hanno la libertà di muoversi come vogliono dentro le nostre economie locali, non rendono conto a nessuno e il loro impatto sulla democrazia e l’ambiente è largamente ignorato. Infine, non pagano le tasse, mentre il commercio nazionale e locale è oppresso dalle imposte. Ecco perché sono più ricche e potenti degli stati nazione. Ed è un problema democratico enorme”. Linguista, scrittrice e attivista svedese, Helena Norberg-Hodge è pioniera del movimento a favore dell’economia locale. Fondatrice di Local Futures e autrice del best seller Ancient Futures – incentrato sulla vita della popolazione della regione himalayana di Ladakh -, è produttrice del pluripremiato film L’economia della felicità, in cui spiega le sue tesi contro la globalizzazione e a favore della localizzazione, vista come antidoto a ingiustizia e infelicità. Nei giorni scorsi ha partecipato a Prato alla 18esima conferenza Internazionale sull’Economia della Felicità e a ilfattoquotidiano.it parla delle conseguenze della tecnologia sulla nostra vita e dello stravolgimento sociale causato dalle multinazionali, in particolare quelle della digital economy.

 

 

Sesso libero, gioioso e adultero. Per essere felici fatelo come i primitivi

51ANe6v5osL._SX365_BO1,204,203,200_Alla parola preistoria associate una donna trascinata per i capelli da un uomo con la clava e uno scenario fatto di povertà e brutalità? Toglietevi questo cliché dalla testa. Con tutta probabilità i nostri antenati cacciatori, per intenderci gli ominidi precedenti alla rivoluzione agricola, vivevano in un mondo di collaborazione reciproca e armonia, dove le donne contavano come gli uomini e dove soprattutto la sessualità era libera e aperta, senza gelosia né alcuna ossessione verso l’accertamento della paternità dei nuovi arrivati, tanto che la cura dei bambini era responsabilità di tutti.A sostenere questo scenario sono due studiosi statunitensi, Christopher Ryan e Cacilda Jethà, nel saggio In principio era il sesso. Come ci accoppiamo, ci lasciamo e viviamo l’amore oggi (Odoya editore), che ha avuto grande eco e diviso la comunità scientifica statunitense.

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Uteri in fuga/3: diventare mamma in Francia

UnknownNella sua seconda vita si chiama Marina P., è una musicista e vocalist indipendente nell’ambiente underground dei sound system dub, e nei weekend gira l’Europa per concerti e serate live. Nella sua prima vita lavora con un piccolo contratto a tempo indeterminato per l’associazione laica francese Libre Pensée e vive con il suo compagno e i suoi due figli  Leo e Nino, l’ultimo di appena due mesi, in un quartiere popolare del sud di Parigi. “Sono un’emigrata della prima ora”, racconta Marina, “arrivata qui da Livorno nel 2001, prima con un Erasmus poi, subito dopo la laurea, con una borsa per insegnare al liceo. All’inizio non è stato facile lavorare, avevo una laurea in storia, così ho cominciato con stage in case editrici turistiche e scolastiche. A un certo punto mi sono lanciata nella musica, ho iniziato a registrare con etichette indipendenti inglesi e scozzesi e fare serate di questo genere di musica elettronica, il dub, che è nato in Giamaica ma si è sviluppato in Gran Bretagna. Inaspettatamente, è diventato un vero e proprio lavoro”.

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Uteri in fuga/2: fare un figlio in Norvegia

Unknown

“Congratulazioni e auguri, siamo molto felici per lei. Questo è il calendario di tutti i suoi dati clinici. Qualora data e orari non andassero bene ci chiami e provvederemo a spostare gli appuntamenti”. La lettera dell’ospedale pubblico è arrivata a casa di Ludovica proprio pochi giorni dopo che aveva comunicato al suo medico di famiglia di essere incinta. “Qui ti scrivono tutto, dicendoti anche ciò che tu non richiedi ma che loro presumono possa esserti utile. Un’esperienza che ti lascia di stucco per chi, come me, sa cosa significhi la burocrazia in Italia”. Ludovica è un avvocato, ha 39 anni, vive a Oslo da due e ha una bimba di quattordici mesi, Francesca. Ha deciso di lasciare l’Italia abbastanza tardi (“ma lo sai che di recente un grafico italiano di 56 anni ha vinto un concorso pubblico? Qui è normale” mi racconta) anche se non avrebbe mai creduto che la sua meta sarebbe stata questa. “La Norvegia mi sembrava uno di questi posti immaginifici, delle favole, io pensavo più ad altri paesi europei. Ma dopo l’ennesimo assegno di ricerca scaduto per l’Università dove insegnavo, ho capito che se volevo che alcuni miei progetti si realizzassero sarei dovuta partire”.

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Immagine: Il bambino gigante, di Marc Quinn. 

Figli di separati, per forza infelici?

 

images“Subito dopo la separazione, mio figlio Francesco ha cominciato a strizzare gli occhi continuamente. Mi sono allarmata tantissimo, il senso di colpa mi divorava, ma alla fine ho scoperto che era una congiuntivite”. Sara ride, nonostante le preoccupazioni degli ultimi mesi. Ha 42 anni, vive a Treviso, è una libera professionista  – “e credimi, separarsi da lavoratrice autonoma non è lo stesso che con un bel lavoro dipendente”. Ce la mette tutta per essere felice e proteggere suo figlio, che ha appena cominciato le medie. E in questa lotta contro la tristezza di un matrimonio che non è andato come avrebbe voluto, giura che una delle cose che la rassicura di più è che Francesco in classe è in buona compagnia, “su 25 bambini ce ne sono ben sette con genitori separati”. Continua a leggere

Uteri in fuga/1: fare un figlio in Canada

 

Unknown“Imbarazzo nel dire che ero incinta? Ma figuriamoci: in ufficio in questo momento c’è una sfilata di pance incredibili. Qui è un fatto normale, direi quasi banale”. È domenica mattina, Emanuela si è appena alzata insieme a suo figlio Mattia e al suo compagno e ha un po’ di tempo per parlare della sua decisione: fare un figlio a Montréal, in Quebec, a seimilacinquecento chilometri dalla sua città di origine. “In realtà io non ero disoccupata, anzi a Roma avevo un contratto a tempo indeterminato e un lavoro che mi piaceva molto, anche se non pagato moltissimo, facevo la sottotitolatrice, sono laureata in lingue, mentre il mio compagno lavorava come deejay.  Avevamo una casa in affitto e una vita regolare”. A un certo punto, però, nella vita di Emanuela, che oggi ha 42 anni, succedono alcune cose: un viaggio proprio a Montréal, che li fa innamorare di quella città, un permesso di vacanza lavoro per lei, di sei mesi, qualche episodio di razzismo nei confronti del compagno, meticcio, unito all’atmosfera pesante di crisi di questi anni.  “Così, sette anni fa, abbiamo lasciato la casa, venduto la macchina, caricato i gatti e siamo partiti”.

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Immagine: Il bambino gigante, di Marc Quinn.