Non dire cazzo!, insegno a mio figlio. Ma a me dire le parolacce piace tantissimo

 

Mi trovo in quella fase ambigua e scivolosa in cui mio figlio grande, che ha 8 anni, conosce tutte le parolacce, sa che non può dirle, ma guarda a me per sapere se può avere il via libera a dirne una ogni tanto oppure no. È tutto molto semplice: se io dico parolacce, lui si sente autorizzato a dirle e di conseguenza comincia a farlo. Se io lo sgrido ma le dico, ovviamente lui mi chiede “perché le dici?” e io faccio un macroscopico errore, perché com’è noto l’esempio è la strada maestra dell’educazione. La tragica verità, però, è che a me dire parolacce piace tantissimo. Mi piace dirle in macchina, inveendo contro automobilisti scorretti i quali a loro volta mi insultano ritenendo me scorretta. Mi piace dirle pure a casa, quando capita, perché una bella parolaccia rende a volte rende meglio l’idea che un linguaggio politicamente corretto. Ma in realtà so che le parolacce sono brutte, volgari e che se un bambino cresce imparando a non dirle acquisirà uno stile e una grazie notevoli rispetto a uno abituato a farlo.

Mi ha confortato però tantissimo leggere di recente un libro meraviglioso, Non dire cazzo, Frassinelli editore, della scrittriceFrancesca Rimondi. Nato dalla sua popolata pagina Facebook, il libro – che non è un saggio sulle parolacce, no, niente di tutto ciò – racconta la storia del suo microcosmo familiare, composto da un fidanzato, un figlio Numero Uno adolescente e un figlio numero Due di pochi anni. Sembrerebbe l’ennesimo libro sull’essere mamma, in realtà, invece, è un romanzo non solo  esilarante ma che racconta un modo di essere madre diverso e originale. La protagonista dice parolacce in continuazione – cazzo, soprattutto – e anche le dicono i suoi figli, nonostante lei ricordi a loro di non dire parolacce e loro pure riprendano la madre perché lo fa.

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Affido condiviso in salsa leghista, una catastrofe

Non c’è pace per i milioni di genitori italiani separati, già provati dalla doppia sentenza della Cassazione a partire dal caso Grilli-Lowenstein (abolizione dell’assegno divorzile, poi parzialmente reintrodotto). Quella contenuta nel disegno di legge del senatore leghista Simone Pillon – avvocato cattolico, anti-abortista, anti-utero in affitto, anti-gender, organizzatore di vari Family Day e già noto per la sua accusa di stregoneria alla responsabile di un progetto multiculturale di fiabe nelle scuole di Brescia – è infatti un’autentica rivoluzione. Innescata in nome dei diritti dei padri separati e del loro appellarsi sempre più frequente a quella “sindrome da alienazione parentale”, a volte applicata dai tribunali ma priva di fondamento scientifico e molto criticata dalle donne che si occupano di violenza. Ma cosa sostiene, in sintesi, la proposta Pillon? Si parte da un fatto reale, ossia il sostanziale fallimento della legge sull’affido condiviso, che in Italia riguarderebbe solo il “3/4% dei minori”, tutto il contrario di altri paesi europei. Al fine di “garantire l’effettiva eguaglianza tra padre e madre nei confronti dei propri figli”, si introduce il principio della doppia residenza per i minori: questi ultimi dovranno risiedere in ciascuna per un minimo di 12 giorni al mese. Altro istituto previsto è quello del mantenimento diretto dei due coniugi, contro “l’idea antiquata dell’assegno”, che dunque cade in toto, mentre l’assegnazione della casa al genitore prevalente viene definita una “mostruosità” probabilmente incostituzionale, tanto che si prevede chi resta debba pagare l’affitto all’altro. Quanto al tema dell’alienazione, sotto la dicitura di “diritti relazionali” si sancisce l’allontanamento immediato del coniuge che ostacoli un rapporto equilibrato e continuativo se il figlio manifesta, appunto, rifiuto o alienazione. Continua a leggere

Perché la festa della mamma può essere abolita

È assai difficile che l’asilo Chicco di Grano, nel quartiere Ardeatino di Roma, sia un covo di ideologia gender, un luogo dove distribuiscono volantini pro diritti Lgbt e dove si indottrinano i genitori all’inesistenza del genere. Probabilmente invece le insegnanti di quell’istituto si sono trovate di fronte a un fatto pratico. In quella classe c’era un bambino figlio di una coppia di padri omosessuali, e dunque destinato a non poter festeggiare la Festa della mamma. Quindi, semplicemente, hanno deciso che fosse meglio parlare di una più inclusiva, ma non meno allegra, “Festa delle famiglie”.

 Leggendo la notizia mi sono ricordata dell’asilo dove andava mio figlio qualche anno fa. Loro la festa della famiglia l’avevano abolita fin dall’inizio. Era una scuola dove c’erano bambini di varie culture, non coppie omosessuali. Mi dettero altre e valide ragioni. Ad esempio dissero che la madre poteva essere scomparsa o che comunque la famiglia poteva essere “allargata”. Nonni, zii, cugini, insomma era come se festeggiare la famiglia consentisse da un lato di essere discreti sulla composizione reale della famiglia del bambino, dall’altro di permettere al bambino di sentire “famiglia” non solo il padre e la madre, ma anche le altre figure di cura attorno a lui. A me sembrò una cosa così sensata che, ricordo, mi congratulai con la coordinatrice didattica.

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E a Roma va in scena il Family Day laico

imageA vederle da fuori sembravano le stesse famiglie che popolano il Family Day cattolico: genitori che spingevano passeggini carichi di borse e biberon, bambini di ogni età che giocavano e si rincorrevano, allegri e colorati. Ma chi ieri affollava gli spazi del Museo Maxxi di Roma era lì soprattutto per un altro evento: “Famiglia punto zero. Il festival delle famiglie che cambiano ”. Un evento organizzato interamente da una mamma, Santa Di Pierro, per riflettere su com’è cambiata la famiglia italiana, ma soprattutto per rompere il monopolio cattolico della famiglia: “La famiglia”, spiega l’organizzatrice e curatrice scientifica, “non è solo di destra né solo cattolica. La famiglia è un valore enorme, ma anche laico, apolitico, universale”. Sembrano pensarla così anche i genitori che popolavano l’Auditorium del museo, per ascoltare i quattro incontri tematici della giornata (Genitori analogici con figli digitali: problemi e prospettive; I nuovi padri: dal padre autorevole al padre materno: quali conseguenze per la coppia?; Multi-genitorialità: una geografia delle famiglie moderne; Donne, madri, lavoro) mentre i loro bambini erano impegnati in laboratori creativi,  dalle favole alla filosofia.

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Natale con l’amante

UnknownEccolo, puntuale come ogni anno, il Natale che s’avanza minaccioso. Un’overdose di famiglia che, soprattutto, mi impedirà di vedere lei per almeno una settimana, con conseguente mio senso di colpa e sua furibonda reazione. Capisco, non è bello passare da soli il Natale, ma che ci posso fare se non ho il coraggio di lasciare mia moglie e mi tocca andare in bagno, con la scusa della prostata, per mandarle almeno un whatsappino ogni ora e non farla sentire abbandonata. E al tempo stesso, devo prendere misure precauzionali estreme per evitare di venire scoperto, tenendomi ben stretto il cellulare al corpo in modo che non capiti sotto gli occhi indiscreti di qualche zia o nipote che potrebbe gridare: “Zioo c’è un messaggio per te da Anna!!!” (sì, perché almeno ho lasciato il suo nome, non come quelli che scrivono, al posto del nome dell’amante, “meccanico”, oppure “amministratore”: che poi se ti scopre un messaggio “Sono stata bene stasera” dal meccanico vallo a spiegare). Perché non mi sono separato e continuo da cinque anni a vivere il Natale in questo modo?

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Quando stai male e non ti accorgi che il problema non sei tu

foto-fb-evento-MartiniPrendi una donna con un figlio o due, un lavoro monotono, o poco variato. Una vita fatta di routine, ma soprattutto un compagno serio, calibrato, poco incline al divertimento, con pochi amici e uno scarso desiderio di socialità. Un giorno questa donna comincia ad accusare un’ansia sempre più alta, una tendenza al pianto, un’angoscia di fondo che non passa. I parenti si preoccupano, cominciano a osservarla con più attenzione per cercare di capire che succede, si mettono in allarme anche loro. Comincia una girandola di visite specialistiche per la donna in difficoltà: una visita psichiatrica con somministrazione di farmaci, magari un incontro con uno psicologo per vagliare una psicoterapia, o dei colloqui con il medico di famiglia, o il ricorso all’omeopata, all’agopuntura, allo yoga: tutto perché la donna ricominci a stare bene e insieme ad essere ‘funzionale’ al suo contesto.

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