Cara di Castelnuovo, quella di Salvini è deportazione

Il dolore arriva leggendo tra le righe dei quotidiani, Fatto Quotidiano compreso, che oggi hanno raccontato la vicenda del Cara di Castelnuovo, comune vicino Roma, sgomberato con furia da Matteo Salvini tanto da lasciare nello sgomento oltre 500 persone, ignare del loro destino. Tra di loro, e appunto fa male leggerlo, tanti minori – tra cui una giovane promessa del calcio – che dovranno lasciare la scuola. E poi individui fragili: una donna malata di tumore, un’altra che ogni mattino con i mezzi andava all’ospedale Gemelli per allattare il suo bambino prematuro. Un’immagine veramente angosciante che dovrebbe spingere qualsiasi politico a riflettere sulle conseguenze dei suoi atti.

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Quando una lavoratrice autonoma si ammala

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Quando mi sono ammalata il mio primo pensiero non è stato come sarei guarita, ma chi avrebbe tenuto aperta la lavanderia”. Rosella ha cinquantadue anni quando scopre, nel maggio 2012, di avere un tumore al seno destro e comincia a curarsi al reparto Senologia di Pisa, mentre lei vive a Livorno. “Facevo avanti e indietro per sottorpomi alla radioterapia in pausa pranzo per non tenere chiuso il negozio“, racconta, “anche perché nel frattempo le spese continuavano a correre, affitto, luce, commercialista, INPS”. Proprio dall’INPS, al quale si era rivolta per chiedere una forma di sostegno, avendo sempre pagato i contributi, si sente rispondere che “non essendo una malattia che dipende dall’ambito lavorativo e non le impedisce di svolgere le sue mansioni non possiamo fare nulla. Se vuole una copertura per queste cose deve farsi un’assicurazione personale“.

La storia di Rosella è simile a quella di Sandra, grafica esperta di web design con una sua agenzia che ha dovuto chiudere a causa della malattia; o di Madina, per dodici anni ufficio stampa della Provincia di Padova, poi costretta dall’amministrazione pubblica ad aprire una partiva Iva che però non la copre in nessun modo quando si ammala e deve fare la chemioterapia; o, ancora, di Simona, art director con una società di comunicazione e una figlia, che dopo aver versato tasse, Ires, Irpef e contributi per oltre 160.000 euro si è vista riconoscere una pensione di 274 euro lordi mensili (ma non quella di invalidità, “perché nel 2012 vantavo un reddito superiore al minimo previsto, 13.000 euro, e l’INPS fa riferimento all’anno prima di ammalarsi”).

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