Ma come si fa a colpevolizzare una donna che lavora

Sui social media è stato abbondantemente stroncato, soprattutto da donne indignate da uno spot così platealmente assurdo, tanto colpevolizza le donne che lavorano e hanno figli invece che far loro un augurio gentile (come doveva essere per la festa della mamma). Ma vale la pena tornare sul tema, perché la pubblicità ci dice molto sulla mentalità collettiva e spesso esprime stereotipi molto saldi nella società italiana.

Anzitutto una breve sintesi del video, certamente concepito da mente maschile (non potrebbe essere diversamente): decine di donne vengono chiamate da un presunto responsabile dell’azienda che comincia a dire loro che non svolgono bene il loro lavoro, che trascurano compiti importanti, che insomma tutto va molto male nel modo in cui si comportano. Le donne reagiscono con stupore, amarezza, alcune sono impaurite, altre arrabbiate. Ma a un certo punto si svela il mistero: entrano nella stanza i figli di quelle madri, le quali che  si lasciano andare al pianto per il sollievo, visto che capiscono che si tratta di uno scherzo. Quei bambini, però, chiedono alle mamme maggiore vicinanza, di essere presi più spesso all’asilo, di stare più spesso insieme, insomma in pratica sbattono platealmente loro in faccia il conflitto lacerante che le donne, specie italiane vivono tra lavoro e maternità. Fine dello spot.

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Uteri in fuga/5: mamme negli Stati Uniti

Unknown“Ho sempre avuto chiaro in mente che avrei voluto lavorare nell’ambito dei diritti umani. Così, dopo una laurea in giurisprudenza, sono volata via quasi subito in Marocco, grazie a una borsa di studio del governo italiano per lavorare con le Nazioni Unite”. È una mattina tranquilla e Francesca, che ha 37 anni, è nella sua casa di Washington. Sua figlia Leila, due anni, è stata poco bene, così è rimasta a casa perché il suo contratto per l’agenzia Project Concern International, che si occupa di assistenza umanitaria ai paesi in via di sviluppo, le consente la massima flessibilità: “Se ho bisogno di un giorno me lo prendo, poi recupero lavorando di più il giorno successivo o la domenica, o magari di sera. Oppure da casa, andando in ufficio quando voglio per le riunioni. Sono stata da poco un mese in Italia, senza prendere ferie (che qui negli Stati Uniti sono pochissime), partecipando alle riunioni via Skype”. Francesca, che ha lasciato un pezzetto di cuore in Medio Oriente, non è particolarmente innamorata dell’America, “poca solidarietà, molto individualismo e consumismo”. Però qui, dove è arrivata per accompagnare il marito, che lavora alla Banca Mondiale e che spessissimo è in giro per il mondo per lavoro, ha trovato condizioni adatte per realizzare quello che a un certo punto ha sentito come un desiderio non prorogabile: avere un bambino, “perché senza il lavoro sarei infelice ma se non avessi avuto un figlio molto di più”.

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http://d.repubblica.it/attualita/2015/03/12/news/come_vivere_da_mamma_negli_stati_uniti_usa_america-2514956/

Uteri in fuga/4: diventare mamme in Germania e Inghilterra

images“Se fossi rimasta in Italia, sarei rimasta per sempre una figlia. Qui ho smesso di sentirmi la ragazzina che aveva bisogno di essere aiutata per pagare l’assicurazione del motorino o per fare la spesa”. È mattina presto, Nicla si è appena svegliata: su Skipe compare il viso sorridente e paffuto della sua prima figlia di quattro anni, ancora in pigiama. Oggi Nicla e la sua famiglia vivono a Brighton, in Inghilterra. Ma il trasferimento è recente, perché la prima meta, dove sono rimasti alcuni anni, è stata la Germania, Friburgo. “Siamo andati via nel 2009 per il più banale dei motivi: io facevo sia la segretaria che l’insegnante part time, pensa un po’, in una scuola privata a Livorno, con contratto di apprendista. Il mio compagno, fisico, aveva appena concluso il suo post doc e non c’erano prospettive. Per lui si è aperta una posizione di sei anni a Friburgo. Non ci abbiamo pensato due volte. Sei mesi dopo il trasferimento in Germania ho scoperto di essere incinta”.

http://d.repubblica.it/attualita/2014/12/26/news/26_12_diventare_mamme_in_germania_e_in_gran_bretagna-2423645/

Uteri in fuga/2: fare un figlio in Norvegia

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“Congratulazioni e auguri, siamo molto felici per lei. Questo è il calendario di tutti i suoi dati clinici. Qualora data e orari non andassero bene ci chiami e provvederemo a spostare gli appuntamenti”. La lettera dell’ospedale pubblico è arrivata a casa di Ludovica proprio pochi giorni dopo che aveva comunicato al suo medico di famiglia di essere incinta. “Qui ti scrivono tutto, dicendoti anche ciò che tu non richiedi ma che loro presumono possa esserti utile. Un’esperienza che ti lascia di stucco per chi, come me, sa cosa significhi la burocrazia in Italia”. Ludovica è un avvocato, ha 39 anni, vive a Oslo da due e ha una bimba di quattordici mesi, Francesca. Ha deciso di lasciare l’Italia abbastanza tardi (“ma lo sai che di recente un grafico italiano di 56 anni ha vinto un concorso pubblico? Qui è normale” mi racconta) anche se non avrebbe mai creduto che la sua meta sarebbe stata questa. “La Norvegia mi sembrava uno di questi posti immaginifici, delle favole, io pensavo più ad altri paesi europei. Ma dopo l’ennesimo assegno di ricerca scaduto per l’Università dove insegnavo, ho capito che se volevo che alcuni miei progetti si realizzassero sarei dovuta partire”.

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Immagine: Il bambino gigante, di Marc Quinn. 

Uteri in fuga/1: fare un figlio in Canada

 

Unknown“Imbarazzo nel dire che ero incinta? Ma figuriamoci: in ufficio in questo momento c’è una sfilata di pance incredibili. Qui è un fatto normale, direi quasi banale”. È domenica mattina, Emanuela si è appena alzata insieme a suo figlio Mattia e al suo compagno e ha un po’ di tempo per parlare della sua decisione: fare un figlio a Montréal, in Quebec, a seimilacinquecento chilometri dalla sua città di origine. “In realtà io non ero disoccupata, anzi a Roma avevo un contratto a tempo indeterminato e un lavoro che mi piaceva molto, anche se non pagato moltissimo, facevo la sottotitolatrice, sono laureata in lingue, mentre il mio compagno lavorava come deejay.  Avevamo una casa in affitto e una vita regolare”. A un certo punto, però, nella vita di Emanuela, che oggi ha 42 anni, succedono alcune cose: un viaggio proprio a Montréal, che li fa innamorare di quella città, un permesso di vacanza lavoro per lei, di sei mesi, qualche episodio di razzismo nei confronti del compagno, meticcio, unito all’atmosfera pesante di crisi di questi anni.  “Così, sette anni fa, abbiamo lasciato la casa, venduto la macchina, caricato i gatti e siamo partiti”.

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Immagine: Il bambino gigante, di Marc Quinn.