Altro che scuole di scrittura, per fare letteratura ci vuole talento (e senso del tempo)

Siete scrittori – o aspiranti tali – che ambite a vedere pile del vostro romanzo nelle librerie, andare in tv, scalare le classifiche, vendere i diritti per un film con gli attori alla moda e magari dovervi persino trasferire in Irlanda per non pagare le tasse? Questo libro non fa per voi, accomodatevi tranquillamente altrove (con l’unico, trascurabile, rischio di “perdere l’anima”). Ma questo libro non è per voi neanche se siete scrittori – o aspiranti tali – che sperano di trovare regole e precetti su “come scrivere cosa”, una sorta di prontuario alla stregua di quelli propinati a caro prezzo da inutili scuole di scrittura. E allora perché chiamare un libro Come scrivere un romanzo giallo o di altro colore (Bollati Boringhieri)? L’autore – Hans Tuzzi, pesudonimo di Adriano Bon, autore di saggi e romanzi gialli – lo spiega con un parallelismo: proprio come tra noi e i bonobo le differenze in termini di dna si quantificano al 2%, così “tra romanzo di genere e alta letteratura vi è in comune assai più di quanto si creda”. Ecco allora che questo manuale colto e divertito diventa un libro su cosa significhi fare letteratura. Quella tale, punto, senza neanche bisogno di aggiungere “di qualità”.  I consigli ci sono, anche se sono quelli che meno ti aspetti: leggere, anzitutto, soprattutto “autori dei secoli passati, meglio se scienziati, artisti, viaggiatori o mercanti”; conoscere davvero la lingua nella quale si scrive (ad esempio sapere cos’è il “trabattello” o il “girabacchino”); rifuggire dai luoghi comuni “persino più che dal lieto fine”; coltivare l’arte di perdere tempo, perché “l’utilitarismo è il solo e vero futilitarismo”, infischiarsene del mercato, evitare di lisciare il pelo al lettore (“scelta che fa di noi dei prosivendoli”). Lo stile, poi, deve essere rigoroso e senza virtuosismi, le parole mai scontate, ma neanche incomprensibili. Occorre “evocare ma non enunciare, suggerire ma non declamare, rappresentare ma non sentenziare, accennare ai sentimenti ma rifuggire dal sentimentalismo”. E poi divertire, appassionare e sorprendere: “In breve essere intelligenti”.

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Jung tutto in una tasca

Unknown21 volumi, 9525 pagine totali con 10.028 note e link racchiusi in un unico e-book: dopo la pubblicazione del Libro Rosso (20.000 copie vendute, un successo visto il prezzo elevato) Bollati Boringhieri decide di pubblicare l’edizione integrale delle opere Jung in versione digitale, facendola seguire a quella di Freud (5200 copie, il 10 per cento del venduto in cartaceo, un numero piccolo ma una buona percentuale per un e-book, con circa 75.000 euro di fatturato). Ma quanto è attuale oggi il pensiero del pensatore svizzero e come leggere con “occhiali” junghiani alcuni fenomeni del nostro tempo? “Leggere o rileggere Jung può significare ridare a questo autore il giusto ruolo che merita nella storia del pensiero, nella pratica clinica e nella ricerca e nella costruzione del significato della propria esistenza”, spiega Marta Tibaldi, analista junghiana e autrice di Pratica dell’immaginazione attiva (La lepre) e Oltre il cancro. Trasformare creativamente la malattia che temiamo di più (Moretti&Vitali). “Tra l’altro molti concetti che sono diventati di uso corrente sono junghiani senza che ne venga riconosciuta la paternità (ad es. complesso, archetipo, ombra)”. Ma come siamo cambiati rispetto a cinquant’anni fa? Quali sono le patologie del nostro tempo?

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