Alfie Evans, le mie risposte alle vostra critiche

Ho ricevuto centinaia e centinaia di commenti, alcuni positivi, moltissimi negativi, molti veri e propri insulti di ogni genere, per aver scritto che l’intervento del governo italiano sul caso Alfie – la cittadinanza concessa in due ore, l’aereo pronto per partire, l’intervento del Bambino Gesù e di altri ospedali – era a mio parereassurdo, incomprensibile, dettato da semplice zelo ideologico. In pochi però si sono soffermati sulla mia critica ai politici italiani, quasi tutti hanno inteso che io fossi apertamente a favore di uno Stato che stacca la spina a un bambino e lo lascia morire soffocato. Insensibile, senza cuore, fino ad arrivare all’epiteto di nazista.

A differenza di Michele Serra che parla di chattismo compulsivo che non considera “parola”, io rispetto ogni persona che decide di prendere “carta e penna” e scrivere. Credo che in ogni commento possa esserci un seme di verità, persino nei peggiori, quelli scritti con rabbia, livore, vero e proprio odio. E dunque, se i commenti erano centinaia, evidentemente ho toccato una corda sensibile, forse la più sensibile: quella che riguarda la cura di un bambino, la sua protezione, un gesto primario e ovvio, contro la scelta di “sopprimerlo”, lasciandolo senza aria e acqua.

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Caso Alfie Evans, quell’assurda ideologia da parte dell’Italia

Ci vuole un po’ di distacco per analizzare con lucidità la vicenda di Alfie Evans, il bambino inglese affetto da una malattia neurodegenerativa grave e irreversibile che i giudici inglesi hanno dichiarato impossibilitato a vivere ulteriormente, decidendo la sospensione di tutte le cure che lo tenevano in vita. Ci vuole un po’ di distacco perché il pathos, la reazione istintiva che ci fa gridare all’omicidio senza pietà di un bambino di pochi mesi non ci aiuta a capire nulla di quello che sta realmente accadendo.

La vicenda è stata ricostruita in maniera corretta e completa da alcuni giornali, specie da Wired e dalla Ccn. I fatti sono andati così: per la legge inglese chi deve decidere in questi casi sono i genitoriinsieme ai medici. Normalmente si trova un accordo, in questo caso invece non c’è stata convergenza. Ecco perché si è dovuto ricorrere ai giudici, i quali più volte hanno deciso basandosi su una legge che consente in Inghilterra che si “stacchi la spina” dopo un anno di coma irreversibile e senza alcuna possibilità di guarigione.  Per la legge inglese, infatti, non ha senso continuare a tenere in vita un bambino che non ha nessuna possibilità di guarire, come tutti gli esperti (compresi quelli italiani) hanno dichiarato. Una tragediavera, nel senso originario della parola, cioè un conflitto doloroso e lacerante tra due posizioni, a cui noi avremmo fatto bene a guardare con silenzio e rispetto.

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Bullismo, tutte le colpe di noi genitori

 

Ragazzi che minacciano prof, adolescenti che bullizzano i compagni, bambini che mettono in atto comportamenti aggressivi verso coetanei e insegnanti. La cronaca di questi mesi è ormai un bollettino di guerra, e di fronte a professori messi letteralmente sotto assedio, le scuole si scoprono prive di strumenti. Trovare strategie per arginare e punire i violenti è oggi un tema all’ordine del giorno, così come mettere in atto programmi (ri)educativi verso bambini e ragazzi che hanno perso ogni senso del limite. Ma mentre le scuole si interrogano, noi genitori dovremmo fare una riflessione sulle nostre colpe. Che sono enormi, visto che tutto ciò che facciamo fin da quando nostro figlio nasce non fa altro che alimentare quell’individualismo e quell’indifferenza verso l’autorità che sono il segno distintivo dei bulli.

Congedi parentali, già giorni ai padri (e forse meno alle madri)

Quattro giorni in tutto, più uno facoltativo da “detrarre” da quello materno: a tanto ammonta il congedo di paternità retribuito per i padri italiani (anche se fino all’anno scorso era di appena due giorni). Nonostante l’esiguità del periodo concesso per stare vicino alla neomamma e al bambino, solo il 30% dei lavoratori dipendenti ne usufruisce. Il motivo? A differenza della donna, obbligata per legge a prendersi il congedo di maternità di cinque mesi, per i padri non esistono sanzioni, tanto che non è infrequente che questi ultimi preferiscano utilizzare le ferie, pagate al cento per cento. E proprio la retribuzione è uno degli ostacoli, oltre a resistenze di tipo culturale, che rende gli uomini italiani restii a utilizzare i sei mesi di congedo parentale. “Il problema è che, poiché solitamente è l’uomo a guadagnare di più, a prenderlo è soprattutto la donna”, spiega all’Huffington Post Daniela Piazzalunga, economista presso l’Università di Verona ed esperta di politiche di conciliazione. “La donna spesso utilizza i cinque mesi obbligatori più i sei di congedo parentale, esaurendo in questo modo i mesi retribuiti al 30%. A questo punto se il padre volesse prendere il congedo non avrebbe un euro di retribuzione. Ecco perché i padri che prendono il congedo parentale sono una piccola minoranza, anche se in aumento: oggi siamo al 18,4%”.

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Una donna incinta assunta a tempo indeterminato? In Italia fa notizia

Comunica al capo di essere incinta e lui le fa un contratto a tempo indeterminato. È bastata questa concatenazione di fatti per suscitare l’interesse della stampa italiana, che ha immediatamente legato i due eventi di per sé separabili (restare incinta e avere un contratto stabile) e sottolineato l’eccezionalità del caso. La stessa mamma, Delia Barzotti, dipendente dell’azienda triestina Cpi-Eng, si è definita “privilegiata” per aver ricevuto un trattamento così favorevole, “nonostante” il fatto di aspettare un bambino.

 Provate ora a immaginare se la stessa vicenda si fosse svolta in Svezia, Danimarca, ma anche Olanda, Germania, Francia. Con tutta probabilità nessun giornale avrebbe raccontato un fatto così banale, qualcosa che accade normalmente in paesi dove la maternità è considerata non un evento speciale, ma felicemente ordinario. Manca completamente in questi paesi l’idea che aspettare un figlio porti a un cambiamento nello “status” della donna – che da noi diventa invece improvvisamente “diversa” – così come la credenza per cui una donna incinta rappresenti un ostacolo, una spesa, un problema da risolvere. Anche perché a restare incinta, altrove in Europa, è una “famiglia” nel suo insieme, visto che i congedi di paternità durano anche alcuni mesi e gli uomini li prendono in massa (non come da noi, dove ci sono 4 giorni di congedo obbligatorio mentre la paternità facoltativa viene presa da meno di un padre su cinque).

 

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Foodora, una sentenza ingiusta

Quando li vedo passare di notte, silenziosi e veloci con le loro bici dotate di bauletto fluorescente firmato dalla rispettiva azienda, provo sempre una piccola stretta al cuore. Mio figlio, dalla macchina, mi chiede chi siano e io glielo spiego. Ma stranamente è come se anche lui fosse a disagio. Perché questi “dipendenti” invisibili delle aziende dell’economia digitale che consegnano cibo a casa, da Foodora a Deliveroo (solo per citare i più noti), sono in parte diversi dal vecchio fattorino che ti portava la pizza. Il fattorino lo associavi al lavoretto una tantum, fatto per guadagnare qualcosa, magari in attesa di una laurea; loro, invece, a lavoratori che forse oltre quell’occupazione non troveranno nulla.

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Ferragni-Fedez, perché la stampa italiana si sta coprendo di ridicolo

 

Chiara più bella che mai a pochi giorni dal parto, Chiara che mostra le curve materne, Chiara che cucina un occhio di bue. E poi lo scoop sul presunto concepimento sul palco del Rugby Sound di Legnano, la gara a capire a chi assomiglia più Leoncino, le foto della famiglia in ospedale, sul divano, a mangiare la pizza fuori, ovunque. La stampa italiana, e parlo di giornali nazionali, non di siti semi sconosciuti di gossip, non fa che produrre in massa articoli sulla coppia Fedez/Ferragni. Tutti uguali: descrittivi, privi di analisi o riflessione, scritti con un linguaggio infantile, da sito rosa di second’ordine, tutti tesi ad esaltare la tenerezza del momento, la perfezione della madre, la dolcezza di Baby Raviolo. Tutti a entusiasmarsi per i primi vestiti – decine di articoli emozionati sulla tutina Petit Bateau – tutti  a trepidare per la data del matrimonio. Insomma sembra che la stampa italiana di fronte ai due abbia buttato il cervello alle ortiche, con i giornalisti trasformati in dediti followers intenti a mettere cuoricini alla loro coppia preferita

 

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Ex mogli terrorizzate e confuse: cosa succede nei Tribunali oggi

“Rischio di dover vivere alla soglia della povertà all’età di 56 anni. E questo a causa di una sciagurata sentenza che sta dettando legge nei tribunali di tutta Italia, tranne qualche rara eccezione”. Maria, una vita di lavoro alle spalle “ma senza poter versare contributi sufficienti per una pensione dignitosa perché sempre regolarizzata con contratti brevi, a termine o addirittura senza contratto”, sta aspettando la decisione dei giudici sulla richiesta, avanzata da suo marito, di cancellare l’assegno di mantenimento divorzile. Richiesta possibile grazie alla sentenza della Cassazione del 10 maggio scorso (pronunciata nel contenzioso fra l’ex ministro Vittorio Grilli e Lisa Lowenstein), che ha eliminato l’obbligo per il coniuge “forte” di garantire lo stesso tenore di vita all’ex moglie. E ha puntato invece i fari sull’indipendenza economica – basata sul possesso di redditi di qualunque specie, anche immobili sfitti, e della capacità di lavoro effettiva – di chi dovrebbe ricevere l’assegno al momento della separazione, senza tener conto di un eventuale apporto alla cura della casa e alla crescita dei figli da parte del coniuge debole.

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Asilo scuola dell’obbligo, perché Macron ha ragione (e l’Italia fa pena)

 

Stabilire – come ha appena fatto il presidente francese Emmanuel Macron in Francia – che i bambini vadano a scuola dai tre anni in poi può sembrare una scelta poco rivoluzionaria. Dalla percezione che abbiamo, a tre anni tutti i bambini vanno alla scuola ancora chiamata, erroneamente, “materna” (mentre si chiama più correttamente “scuola dell’infanzia”). Si tratta però di una percezione non del tutto corretta: non solo perché purtroppo esistono anche zone d’Italia, specie al Sud, dove ci sono ancora bambini che restano a casa, non si sa bene a far cosa (probabilmente guarda tv e iPad), e dove si è ancora convinti che così sia meglio per loro. Ma perché – e questo è il primo problema – non essendo obbligatoria le scuole possono permettersi tranquillamente di rifiutare i bambini. E sono tantissime le madri  che conosco – e parlo di Roma, la capitale d’Italia – che sono rimaste senza scuola dell’infanzia (mica il nido!) e sono state costrette magari a iscrivere il figlio chissà dove per scongiurare il rischio di trovarsi un bambino di tre anni a casa. Se ci fosse una legge lo Stato avrebbe l’obbligo di coprire tutti i posti, cosa che oggi non accade. Per lo Stato un bambino può restare a casa fino ai sei anni, qualcosa di veramente allucinante.

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