Inserimento, un incubo per i genitori (e i bambini)

La mail ti viene mandata in un torrido giorno di luglio, tu stai in partenza per le vacanze, non la guardi bene e fai male. Perché quando verso fine agosto ti rendi conto di cosa c’è scritto, capisci di avere un problema. Quello che ti viene comunicato, infatti, è che tu figlio di tre anni la scuola “vera”, cioè fino alle quattro di pomeriggio, comincerà il primo ottobre. Prima ci sono tre settimane in cui il bambino ci andrà pochissimo. Il primo giorno, solo per vedere la classe, il secondo e il terzo, un’oretta e mezzo insieme ai genitori, poi due giorni a casa per ricominciare la settimana dopo, sempre per un paio d’ore, e quella dopo ancora un po’ più a lungo, giusto fino al pranzo. Lo schema può variare a seconda delle scuole, ma con la stessa identica impronta: per le prime settimane, non primi giorni, il bambino a scuola ci sta pochissimo. Motivo? Deve abituarsi al ritmo della scuola, la classe va formata lentamente, il gruppo ha bisogno di tempo e così via.

Crisi di mezza età, fa male ma può essere un’opportunità

“Sai di avere quarant’anni quando ti innervosisci se compilando un form online fai scorrere il cursore in cerca dell’anno di nascita; quando avere amici più vecchi non ti fa sentire giovane; quando non riesci immaginare di farti vedere nuda da nessun altro; quando hai il senso del ridicolo; quando sai che l’estrema gelosia è la rovina dei rapporti; quando ti stupisci se qualcuno flirta con te; quando guardi Il laureato e ti identifichi con i genitori”. È disseminato di massime ironiche il libro della giornalista franco-statunitense Non si diventa mai adulti. E altre cose che ho impiegato quarant’anni a imparare (Sonzogno). Pamela Druckerman, già autrice del fortunato best seller sull’educazione Il metodo maman, questa volta si cimenta con un saggio a tratti ironico, ma che fa riflettere parecchio, sulla crisi di mezza età, quella che dai quaranta arriva poi ai cinquant’anni.

Continua a leggere qui. 

Affido condiviso in salsa leghista, una catastrofe

Non c’è pace per i milioni di genitori italiani separati, già provati dalla doppia sentenza della Cassazione a partire dal caso Grilli-Lowenstein (abolizione dell’assegno divorzile, poi parzialmente reintrodotto). Quella contenuta nel disegno di legge del senatore leghista Simone Pillon – avvocato cattolico, anti-abortista, anti-utero in affitto, anti-gender, organizzatore di vari Family Day e già noto per la sua accusa di stregoneria alla responsabile di un progetto multiculturale di fiabe nelle scuole di Brescia – è infatti un’autentica rivoluzione. Innescata in nome dei diritti dei padri separati e del loro appellarsi sempre più frequente a quella “sindrome da alienazione parentale”, a volte applicata dai tribunali ma priva di fondamento scientifico e molto criticata dalle donne che si occupano di violenza. Ma cosa sostiene, in sintesi, la proposta Pillon? Si parte da un fatto reale, ossia il sostanziale fallimento della legge sull’affido condiviso, che in Italia riguarderebbe solo il “3/4% dei minori”, tutto il contrario di altri paesi europei. Al fine di “garantire l’effettiva eguaglianza tra padre e madre nei confronti dei propri figli”, si introduce il principio della doppia residenza per i minori: questi ultimi dovranno risiedere in ciascuna per un minimo di 12 giorni al mese. Altro istituto previsto è quello del mantenimento diretto dei due coniugi, contro “l’idea antiquata dell’assegno”, che dunque cade in toto, mentre l’assegnazione della casa al genitore prevalente viene definita una “mostruosità” probabilmente incostituzionale, tanto che si prevede chi resta debba pagare l’affitto all’altro. Quanto al tema dell’alienazione, sotto la dicitura di “diritti relazionali” si sancisce l’allontanamento immediato del coniuge che ostacoli un rapporto equilibrato e continuativo se il figlio manifesta, appunto, rifiuto o alienazione. Continua a leggere

Ecopass a Roma, senza queste condizioni non può funzionare

Lo ammetto: gestire la mobilità di Roma è una missione impossibile. Bisognerebbe avere una quantità di soldi di cui non c’è ombra e insieme bisognerebbe cambiare la testa dei cittadini romani, cosa altrettanto difficile visto che le cattive abitudini – prendere la macchina sempre e per qualunque cosa, parcheggiare in seconda fila, parcheggiare al posto handicappati e via dicendo – sono faticose da sradicare. Abbiamo il parco mezzi più vecchio d’Europa, con mezzi che prendono fuoco perché non ci sono i soldi per sostituirli ma solo per rattopparli e che tuttavia vengono talmente usati che quando arrivano al capolinea, mi ha raccontato un interno Atac, non spengono neanche il motore perché devono comunque ripartire.

Con queste premesse, far diventare Roma una città ecologica è un’impresa sovrumana. E tuttavia la probabile delibera odierna dell’”ecopass per la città di Roma rischia di gettare i romani nel panico. Come quasi tutti gli annunci della giunta comunale e della Commissione mobilità in merito al tema della circolazione sostenibile.

Continua qui. 

Menù vegano nelle mense, giusto multare le scuole che non lo prevedono

Nella vita può accadere di tutto, ad esempio, com’è successo a me, trovarsi ad elogiare un disegno di legge depositato dalla deputata di Fi Micaela Vittoria Brambilla, con la quale non ho mai condiviso nulla e della quale ho sempre trovato irritante il contrasto tra i suoi incarichi istituzionali su temi importanti come turismo e infanzia – è stata persino Presidente della Commissione parlamentare dell’infanzia e l’adolescenza nell’indifferenza generale – verso i quali ha sempre mostrato scarso interesse e la sua passione per gli animali, con tanto di collaborazioni riviste equine (è giornalista) e fondazione di vari movimenti politico-animalisti.

Le va riconosciuto, tuttavia, che sul fronte protezione animali è una delle politiche più attive nel nostro paese, nel generale e incomprensibile silenzio degli altri, con proposte senz’altro condivisibili, viste le condizioni terrificanti in cui versano soprattutto gli animali da reddito, ossia tutti quelli destinati alla macellazione e poi al nostro uso e consumo. La proposta appena depositata alla Camera, dal titolo “Norme per garantire l’opzione per la dieta vegetariana e la dieta vegana nelle mense e nei luoghi di ristoro pubblici e privati”, riguarda appunto le mense scolastiche e prevede multe salatissime per quelle mense che non prevedano menù vegetariani e vegani. Misura giusta, non c’è dubbio, anzi benvenuta. Come è giusto che ci sia possibilità di scelta anche in luoghi come ospedali e caserme, dove alla tristezza della privazione di libertà e della malattia si aggiunge anche quella di pasti imposti nella composizione, anch’essi una forma di negazione del pluralismo e quindi del rispetto delle persone.

Continua qui. 

Mamme a Partita Iva, conciliare vita e famiglia è una battaglia quotidiana

Mi è bastato un giorno e mezzo per finire “Mamme a partita Iva. Come vivere allegramente la maternità quando tutto è contro” (edizioni Sonzogno), scritto dalla giovane antropologa e docente di lingue Valentina Simeoni. Se dal titolo il volume può apparirvi simile alle centinaia di libri sulla maternità vi sbagliate. Infatti, a differenza che negli Stati Uniti, dove sul tema della conciliazione tra lavoro e famiglia è stato scritto moltissimo (l’autrice cita alcuni titoli), in Italia i libri sulla maternità tendono ad essere quasi sempre saggi su come prepararsi al parto, sull’allattamento, lo svezzamento e la crescita, al massimo sull’organizzazione, ma raramente, e specificamente, sulla conciliazione. Invece questo libro si concentra esattamente su questo aspetto, e lo fa analizzando il tema del mettere insieme famiglia e lavoro sia sul piano concreto, sia su quello psicologico ed emotivo, sia infine su quello sociale e direi politico. Di più. Il libro si focalizza esclusivamente sulle madri a partita Iva, quelle di cui non parla nessuno, quelle che davvero la conciliazione devono inventarsela tra mille difficoltà perché non hanno un “caldo” posto fisso pronto al loro ritorno (e con ciò non voglio dire che avere un figlio da dipendente sia facile, ma che da lavoratrice autonoma lo è molto, ma molto di più).

Continua qui. 

Crollo di Genova, le élite si arricchiscono mentre il popolo muore

14 agosto 2018. Per noi italiani sarà una data non dissimile a quella che per gli statunitensi è stata l’11 settembre 2001. Uno spartiacque, un giorno che segna un punto di non ritorno. Ma lì, c’era il terrorismo islamico. Qui, la dimostrazione reale e insieme simbolica – quel mozzicone di ponte sospeso nel vuoto – di una contrapposizione sempre più radicale, ma sempre con lo stesso vincitore, tra la gente normale (chiamiamolo popolo se non fosse che appena lo si usa si viene tacciati di “sovranismo” e nazionalismo, pure da chi si dice di “sinistra”), e le élite. Sempre più ricche. Sempre più al riparo dai rischi ai quali le persone comune sono invece esposte.

Continua qui. 

Decreto dignità, non lo critichi chi ha distrutto il lavoro

Non sono una giuslavorista, sindacalista o esperta di contratti. Però il tema del lavoro, in particolare autonomo e precario, lo seguo da anni, come seguo le politiche sciagurate che gli ultimi governi di destra e di “sinistra” hanno messo in atto nei confronti dei lavoratori. Ultima, la decisione di abolire il Jobs act, a favore di un contratto a tutele crescenti che di tutele ha ben poco, mentre ha reso i lavoratori dipendenti meno mobili e completamente ricattabili da parte del datore di lavoro. Guardando quindi con queste lenti il “decreto dignità”, appena diventato legge, non posso che giudicare favorevolmente il principi di fondo a cui si ispira, e cioè quelli di una stretta sull’uso e abuso di contratti a termine – diminuisce l’arco di tempo per il quale possono essere usati, si introduce la necessità di una causale per il loro rinnovo, aumenta il loro costo contributivo, aumentano le mensilità a protezione del lavoratore in caso di licenziamento –  di un contrasto alla delocalizzazione delle aziende, di una promozione del lavoro stabile, attraverso l’estensione della decontribuzione già prevista dal governo Gentiloni per gli assunti sotto i 35 anni.

Continua a leggere qui. 

Preservativi gratis, ecco perché sì!

Può sembrare una notizia secondaria, qualcosa di poco importante rispetto a tanti altri eventi accaduti in questi giorni. E invece no (e non a caso questo giornale gli ha dedicato l’apertura ieri sera). Perché la decisione della Regione Lombardia di daregratuitamente contraccettivi ai ragazzi fino a 24 anni  – come già si fa in Piemonte e Emilia Romagna anche se con diverse modalità – è una svolta molto, molto importante.

1. Il primo motivo, solo in apparenza banale, riguarda l’alto costo di questi dispositivi. Una scatola di preservativi costa svariati euro, una pillola mensile sui 15 euro al mese, farsi mettere la spirale da un ginecologo ancora di più. Per i ragazzi – la normativa lombarda prevede la gratuità solo fino a 24 anni – spesso si tratta di cifre troppo alte, che concretamente disincentivano l’utilizzo dei contraccettivi.

Ad esempio, sono fidanzato con una ragazza e ci faccio l’amore tutti i giorni, spenderò una cifra molto alta in preservativi. Ecco perché potrei decidere di spingere la mia fidanzata a prendere la pillola, ma in questo caso, specie quando il rapporto non è stabile, aumento il rischio di malattie sessualmente trasmissibili, perché purtroppo solo il preservativo garantisce la protezione dalle infezioni. Infezioni che in questi anni stanno avendo un autenticoboom, come dimostrano tutti i dati a disposizione.

Sport per bambini, un salasso che lascia fuori i poveri e ci priva dei talenti

 
Fosse la retta, 600 euro all’anno, sarebbe uno scherzo. Ma poi, scarpini a parte, c’è l’acquisto del kit, tute e completini e pure il giaccone, con un costo che può arrivare fino a 200 euro. Ma il peggio, economicamente parlando, sono i tornei. “Si paga per vederli giocare fuori casa, poi quando si va fuori regione ci sono i pranzi, le cene, la benzina. Un salasso”, dice Francesca, mamma di un teenager. “Pensi che noi genitori ormai compriamo tute di almeno una misura più grande per farle durare due anni”. Insomma, altro che due tiri a un pallone, oggi avere un figlio che gioca a calcio, sport nazionale, significa spendere anche uno stipendio all’anno. Non cambia molto, però, per gli altri sport, come il nuoto: 750 euro per un corso classico in una polisportiva federale (dove magari si paga anche il gettone del phon). Un anno di scherma, invece, costa “solo” 600 euro, ma poi “per l’attrezzatura – maschera, spada, divisa e guanto – si parte dai 300 euro”, dice Veronica, una mamma di Milano. Ma la palma degli sport più esosi va senz’altro all’equitazione, “100 euro al mese per una volta a settimana, più 150 di iscrizione più 17 di patentino, più 80 di kit ma senza stivali, quelli però li abbiamo presi da Decathlon”, dice un papà. Anche il tennis non scherza, specie se diventa preagonistico: “2.200 euro all’anno per tre volte al giorno”, spiega una mamma di Roma. E poi c’è la “mazzata” dei saggi, per i quali si può arrivare persino a 400 euro. Di tutte queste spese – a cui vanno aggiunte l’iscrizione, il certificato medico che il medico di base si fa pagare, la visita per l’elettrocardiogramma – lo Stato ti consente di scaricare il 19% di 210 euro, in pratica 40 euro e solo a partire dai 5 anni. Una goccia nel mare.

Continua a leggere