Siamo sempre più poveri, per questo hanno vinto Di Maio e Salvini

 

La più grande arroganza (e insieme il più grande errore) del Partito Democratico è stata l’assoluta indifferenza verso un’analisi accurata e profonda della società italiana e dei suoi cambiamenti. Gli sarebbe bastato leggere i continui rapporti Istat, tanto per citare il più noto degli istituti di statistica, per capire che le loro poltrone erano certamente a rischio. E che non sarebbero stati loro a vincere. Invece hanno continuato a raccontare un’immagine di società italiana che non c’era, il lavoro in ripresa, le famiglie aiutate coi bonus, i magici 80 euro capaci, secondo loro, di risollevare le sorti di milioni di famiglie (quelle a cui sono andati, non tutte) e insieme del Paese. Qualcuno obietterà che, essendo al, governo, erano comunque forzati a sbandierare l’efficacia delle loro misure. Al contrario: sarebbe stato molto meglio per il Pd ammettere che purtroppo le loro misure erano insufficienti, che i risultati non erano stati raggiunti, che la società italiana vive ancora in uno stato di enorme sofferenza, peraltro destinato a crescere.

Continua qui. 

“Altro che fiocchetti rosa, di cancro si muore ancora”

Criticano l’informazione sul cancro al seno diffusa da tv e giornali, “infiocchettata e buonista, politicamente corretta, che vuole le donne guarite al 99% di cancro al seno”. Ripetono a voce alta la parola “morte”, perché “la si rinnega, perché è ancora un tabù, perché non la si vuole più associare al cancro al seno”. Sono 200 donne malate di cancro al seno metastatico, quello al cosiddetto “IV stadio” (il più grave, che loro chiamano lucidamente con il suo nome, “inguaribile”) e hanno scritto una lunga lettera diretta ai quotidiani e trasmissioni italiani. Perché sono stanche di vedere che di loro, 30.000 in Italia, con 12.000 morte ogni anno, i media non parlano mai. “Leggiamo molti articoli e notizie sul cancro al seno”, si legge nella lettera, “e ci colpisce la disinformazione generale”.  Persino nei gruppi Facebook delle malate al seno queste donne – mediche, ingegnere, infermiere, matematiche, disoccupate, anche con figli anche piccoli – sono spesso accusate di “togliere la speranza per aver detto la verità”, e cioè che di cancro al seno si può morire, “perché negli stadi avanzati la percentuale di sopravvivenza scende al 75%”.

Continua qui. 

Io, mamma lavoratrice autonoma, di fronte al voto

Ho sempre pensato che i giornalisti non dovessero esplicitamente dichiarare il loro voto. Né, tantomeno, avere tessere di partito, che infatti non mai avuto. Dunque non lo faccio anche stavolta, nonostante la prospettiva  insopportabile e molto concreta di un ennesimo governo tecnico o, peggio, di larghe intese. Però vorrei raccontarvi qualcosa di me, della mia biografia di madre lavoratrice autonoma quarantenne. Non per culto della personalità, solo perché  ben rappresenta quella di una generazione, quella dei 35-45 enni. Che domenica, appunto, va alle urne segnata dalle ferite delle dalla crisi economica e preoccupata non tanto dal futuro dei propri figli in Italia ma dal non avere abbastanza risorse per dare ai propri figli strumenti utili per andarsene quanto prima all’estero.

Mio padre è un ex dirigente di banca, mia madre un’ex impiegata Rai (sì, la Rai che, oggi, per me giornalista è preclusa). Mi hanno cresciuto in buona fede col mito del lavoro dipendente e con la convinzione che per trovare un lavoro servisse studiare. Per questo ho preso una laurea, un master e un dottorato di ricerca, salvo poi scoprire che sul mercato del lavoro italiano si trattava di carte non spendibili. Pezzi di carta inutili nello scenario in cui mi affacciavo – quello della fine degli anni Novanta e dei primi anni Duemila – perché la cronica assenza di meritocrazia già cominciava a legarsi, in una morsa letale, alla fine delle assunzioni nel pubblico e all’avvento dei primi contratti atipici, precari e flessibili, senza tutele.

 

Continua qui. 

Neve a Roma, l’incubo di noi mamme romane, tra scuole che chiudono e baby sitter che saltano

L’ansia si era insinuata sottile già qualche giorno fa, quando l’occhio mi era caduto per sbaglio sulle previsioni del tempo. “Burian in arrivo, neve possibile anche a Roma”. Solito estremismo dei media, diceva la parte razionale di me, pure abituata, in quanto mamma romana, a vivere nell’emergenza continua. Ma il senso di allarme cresceva, e con lui il timore del fatidico annuncio, arrivato, puntuale, il tardo pomeriggio di domenica: scuole chiuse. E pure i nidi, anche privati.

 La prima reazione, mia come di tutte le mamme ormai ampiamente digitalizzate, è stata quella di afferrare il cellulare e digitare con una mano – l’altra impegnata nell’evitare inutilmente che il sugo si bruciasse – un post alla velocità della luce, gridando indignata all’assurdo di scuole chiuse probabilmente solo per un po’ di freddo o al massimo qualche fiocco di neve.

Continua qui.

Elezioni 2018, la vergogna infinita di una sinistra divisa

Sono troppo giovane per essere stata comunista quando il comunismo, nella Prima repubblica, stava all’opposizione ma dettava un immaginario di emancipazione dalla povertà e di uguaglianza per chi credeva nei suoi ideali. Sono abbastanza vecchia invece per aver votato per la prima volta esattamente all’avvento della Seconda repubblica – nel 1994 avevo 19 anni – quando l’intero sistema politico precedente si frantumò e al potere arrivò un uomo di plastica che convinse il popolo italiano a votare per lui grazie ai suoi spot televisivi e alla sua retorica del self made man, raccontata persino su un giornaletto inviato a milioni di italiani (conservo ancora quella rivista, testimonianza di qualcosa di incredibile accaduto davvero).

Continua a leggere qui. 

Fedez-Ferragni, niente eccezione per il dolore: griffe sempre in vista

Ogni loro foto su Instagram genera decine e decine di articoli, sparsi ovunque per il web. La coppia Fedez-Ferragni è sempre sulle pagine di tutte le testate italiane e internazionali. E la modalità di comunicazione dei due, che rappresentano ormai (purtoppo) un modello per centinaia di migliaia di ragazzi, dovrebbe far riflettere.

 Prendiamo il post dell’altro giorno, uno dei tanti di una gravidanza che la Ferragni sta raccontando passo passo sul suo profilo, com’era d’altronde prevedibile. I due sono abbracciati come al solito, ma il contenuto del post è abbastanza drammatico. Il bambino non cresce come dovrebbe, Chiara si deve riposare, insomma allarme. Bene, come viene proposto questo evento non felice? Con una scarpa griffatissima ben in evidenza di lei (e lo stesso per lui) e una vistosa borsa Hermes sul tavolo. Esattamente come al solito, dunque, visto che tutti i post della Ferragni contengono pubblicità evidentissime di marchi di moda. Il dolore non fa eccezione.

Gucci, una sfilata macabra che offende i malati

 

MILAN, ITALY – FEBRUARY 21: A model walks the runway at the Gucci show during Milan Fashion Week Fall/Winter 2018/19 on February 21, 2018 in Milan, Italy. (Photo by Pietro D’aprano/Getty Images)

La notizia appare su tutti i giornali, riportata in maniera descrittiva, come se, che so, si fosse trattato di uno sfondo a tema savana piuttosto che spaziale. Invece la sceneggiatura scelta da Gucci per far sfilare i suoi modelli alla Fashion Week di Milano è stata quella di una sala operatoria, perfettamente ricostruita: pavimento di linoleum celeste, lettini coperti da una coperta verde, luci da operazione chirurgica. Un immaginario cupo che rimandava alla malattia, al dolore, a tutto ciò che più ci angoscia.

Già questa semplice decisione è di per sé discutibile e non perché la moda non sia qualcosa che possa riguardare tutti, persino le persone malate. Ma se davvero si crede che anche la bellezza, per esempio, possa aiutare chi sta male ed è ricoverato allora bisognerebbe fare, per esempio, una sfilata in ospedale (magari portando in scena, però, vestiti indossabili, non come quelli che si sono visti durante la Fashion Week, per non virare nel grottesco).

Continua qui. 

Sesso, ecco perché il desiderio nelle coppie è in pieno tracollo”

Vogliamo parlare dei motivi per cui il desiderio nella coppia è in pieno tracollo? Allora bisogna partire da come i rapporti tra le persone sono cambiati: oggi può accadere che la persona con cui esci magari sta flirtando con altre due donne suWhatsapp o Tinder mentre tu parli. Per non parlare delle donne, sono sempre di più, che mentre fanno l’amore controllano il cellulare. Insomma, è chiaro che il concetto di intimità è andato a farsi fottere”. È un fiume in piena Umberta Telfener, filosofa, psicologa clinica e feconda scrittrice, che da poco ha pubblicato Letti Sfatti. Una guida per tornare a fare l’amore (Giunti). Un manuale, spiega, “dedicato a tutti coloro che combattono la sciatteria dei rapporti”, diretta conseguenza, aggiunge, del fatto che “l’attenzione al sé, alle proprie emozioni, di fronte a un ‘esterno’ preponderante, è molto diminuita”.

 

Elezioni 2018, quante balle sulla famiglia nei programmi del partiti

Non sono bastati allarmi di ogni tipo sulla denatalità inquietantedel nostro paese e sulla conseguente demografia impazzita, né centinaia di articoli o servizi sul dramma di giovani che non possono permettersi di avere figli o sull’ansia delle famiglie che non riescono a far fronte alle spese degli asili, prive come sono di aiuti e servizi. No, la famiglia è stata messa a margine in questa campagna elettorale oppure, quando se n’è parlato, lo si è fatto con slogan generici, promesse impossibili, distorsioni ideologiche.

Continua qui.