Cannabis light, no. Alcol, psicofarmaci e sigarette, sì. La schizofrenia dello Stato

La vicenda ricorda un po’ quella delle sigarette elettroniche, prima salutate come una felice alternativa al fumo vero e dannoso, poi considerate all’improvviso anch’esse pericolose, con conseguenze pesanti anche su chi aveva deciso di venderle. Lo stesso per la cannabis legale, diffusa ormai in tutta la penisola con decine di negozi aperti in tutte le città e poi bollata come probabilmente pericolosa dal Consiglio superiore di sanità, che ha invitato il ministero della Salute a valutare la chiusura dei punti vendita dove si trova la marijuana legale, con grande plauso del Moige (Movimento italiano genitori) da sempre schierato sulle peggiori posizioni conservatrici.

Intendiamoci. La moltiplicazione impazzita dei negozi che vendevano sigarette elettroniche, così come quelli che oggi vendono cannabis leggera” – un affare sul quale si sono gettati in centinaia cogliere l’affare al volo – personalmente mi fa anche una certa tristezza: ormai più che volantini per la pizzeria ti allungano per strada quasi esclusivamente dépliant pubblicitari dei negozi di canapa, una proliferazione che spinge soprattutto a pensare alla fame di lavoro del nostro Paese, dove magari si dedica a queste attività chi ha una laurea in tasca e un curriculum di disoccupazione nel cassetto. E tuttavia non appare molto sensato autorizzare la vendita di un prodotto, lasciando che la gente (venditori ma anche agricoltori) investa decine di migliaia di euro in un progetto e poi dichiararlo all’improvviso probabilmente dannoso, con tutto quello che ne consegue.

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Rider, bene Di Maio a chiedere tutele ma la precarietà è ovunque

C’erano molte notizie degne di commento in questi giorni. Ad esempio, anche se in pochi se ne sono accorti, c’è stato un papa che, tra una critica alle coppie omosessuali e all’aborto selettivo, ha incredibilmente sdoganato l’infedeltà: e non solo maschile, anche femminile, qualcosa di veramente rivoluzionario per una Chiesa che ha sembra esaltato l’immagine di una donna silenziosa e fedele. Ma non c’è dubbio: la notizia, e l’immagine, che mi ha colpito di più – occupandomi di questo tema da tanti anni – è quella di un ministro che per la prima volta forse da quando la precarietà è stata istituzionalizzata negli anni Novanta, dice “basta” ai working poor. Non solo. Propone, in relazione ai dipendenti della cosiddetta “gig economy” delle consegne, un decreto che si chiama con nome evocativo “decreto di dignità” e che prevede che i lavoratori divengano “prestatori di lavoro subordinato” con tanto di indennità mensile di disponibilità, malattia, ferie, maternità e divieto di retribuzione a cottimo, oltre a un trattamento economico minimo.

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Vent’anni di Sex and The City, più che sesso è la loro libertà (da mutui e mariti) ad attrarci

Sex and The City oggi compie vent’anni. Certo, qualche tempo dopo, nel 2003, è arrivato Sky e le sue prime serie, poi – naturalmente – Netflix con la sua offerta sterminata. Eppure anche per chi, come me, si è innamorata perdutamente delle ostetriche londinesi (Call The Midway), dei nobili inglesi (Downton Abbey), della vita della Regina Elisabetta (The Crown), dei pubblicitari di Manhattan (Mad Man) e di tante altre serie, Sex and The City avrà sempre un posto speciale e difficilmente scalzabile nella classifica emotiva delle mie serie tv.

Mi sono chiesta più volte perché la serie ideata da Darren Starr abbia avuto così tanto successo. In fondo, le protagoniste sono quattro donne non prive di frivolezza e completamente immuni da preoccupazioni di tipo sociale o politico. Manhattan, da questo punto di vista, è una sorta di contenitore da favola, sradicato dalla realtà statunitense: potrebbe essere ovunque. Le quattro amiche sono dedite soprattutto a una cosa: cercare l’amore. Ognuna lo fa in maniera diversa: Samanthaattraverso il sesso, Charlotte spinta da un romanticismo radicale, Miranda in maniera più realista e pragmatica, Carrieintrecciando romanticismo e riflessione, attraverso la rubrica che tiene e che, incredibilmente, le consente di mantenere uno stile di vita così elevato da potersi permettere scarpe da centinaia di dollari.

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Tradire sul web? Come tradire realmente. La Cassazione mette fine a un’ipocrisia

Il tradimento on lineequivale al tradimento reale. Lo ha deciso la Prima sezione civile della Corte di Cassazione – sentenza n. 9384 – secondo la quale chi flirta sui social network può subire la domanda di separazione giudiziale con addebito, proprio come nel caso dell’adulterio reale.

Insomma, anche il coniuge che si ritiene leso da messaggini “hot”, o chat ambigue, può chiedere la separazione per violazione dei doveri disciplinati dall’articolo 143 del codice civile (fedeltà reciproca, assistenza morale e materiale, collaborazione nell’interesse della famiglia e coabitazione).

In questo caso, ovviamente, lo farebbe per tradimento, anche se la legge stabilisce che l’addebito della separazione è possibile solo se l’infedeltà, reale o virtuale, è stata causa della crisi coniugale e non il suo effetto. Le conseguenze, che pochi di coloro che tradiscono o flirtano via smartphone le conoscono, sono pesanti: il coniuge a cui è stata addebitata la separazione perde addirittura il diritto a ricevere un eventuale assegno di mantenimento (alimenti a parte). Il che significa, tra l’altro, che a stare attento a messaggini ambigui deve essere soprattutto chi dei due nella coppia guadagna meno.

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Fedez-Ferragni, niente eccezione per il dolore: griffe sempre in vista

Ogni loro foto su Instagram genera decine e decine di articoli, sparsi ovunque per il web. La coppia Fedez-Ferragni è sempre sulle pagine di tutte le testate italiane e internazionali. E la modalità di comunicazione dei due, che rappresentano ormai (purtoppo) un modello per centinaia di migliaia di ragazzi, dovrebbe far riflettere.

 Prendiamo il post dell’altro giorno, uno dei tanti di una gravidanza che la Ferragni sta raccontando passo passo sul suo profilo, com’era d’altronde prevedibile. I due sono abbracciati come al solito, ma il contenuto del post è abbastanza drammatico. Il bambino non cresce come dovrebbe, Chiara si deve riposare, insomma allarme. Bene, come viene proposto questo evento non felice? Con una scarpa griffatissima ben in evidenza di lei (e lo stesso per lui) e una vistosa borsa Hermes sul tavolo. Esattamente come al solito, dunque, visto che tutti i post della Ferragni contengono pubblicità evidentissime di marchi di moda. Il dolore non fa eccezione.

Smart, la cooperativa che trasforma i free lance in dipendenti

La mia vita è cambiata, posso fare le vacanze sereno, ho un contratto di collaborazione che mi dà indennità di malattia e un piccolo sussidio di disoccupazione. Tutto questo restando un lavoratore autonomo”. G. ha una piccola società di comunicazione, che fa da ufficio stampa a nomi importanti della musica italiana. Fino a ieri versava tantissimi soldi per pagare la partita Iva, il commercialista, la sfilza di tasse – da giugno a novembre – che spesso gli impedivano, appunto, persino le ferie. “In Italia”, spiega, “le persone con una partita Iva, anche se con basso reddito, sono considerate dallo Stato, e tassate, al pari degli imprenditori dagli alti ricavi”. Finalmente però la sua esistenza ha subito una volta radicale, e tutto questo grazie a SMart, letteralmente Società mutualistica per artisti, una cooperativa per la protezione dei lavoratori intermittenti – artisti, ma anche copy writer, traduttori, web designer, giornalisti e liberi professionisti in generale – che oggi esiste anche in Italia.

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Senza capelli e calcio nelle ossa: tutto per entrare nella taglia 36

“Per lo shooting la 40 può andare, ma per le sfilate bisogna stare nella 36-38 intesi?”. Basta questa frase per cambiare per sempre la vita della diciottenne francese Victoire Dauxerre, giovane modella scovata per strada e catapultata nel mondo in apparenza patinato delle top model dell’agenzia Elite. Quella vocina comincia a rimbalzarle dentro in continuazione, perché per una ragazza di un metro e 78 scendere a  47 chili è un’impresa possibile mangiando solo tre mele al giorno. Oppure concedendosi pesce e verdure bollite, salvo poi abusare di lassativi per non accumulare calorie, mentre il seno e il ciclo spariscono, e i peli crescono perché il corpo, disperato, cerca di difendersi dal calo di peso. Continua a leggere

Altro che scuole di scrittura, per fare letteratura ci vuole talento (e senso del tempo)

Siete scrittori – o aspiranti tali – che ambite a vedere pile del vostro romanzo nelle librerie, andare in tv, scalare le classifiche, vendere i diritti per un film con gli attori alla moda e magari dovervi persino trasferire in Irlanda per non pagare le tasse? Questo libro non fa per voi, accomodatevi tranquillamente altrove (con l’unico, trascurabile, rischio di “perdere l’anima”). Ma questo libro non è per voi neanche se siete scrittori – o aspiranti tali – che sperano di trovare regole e precetti su “come scrivere cosa”, una sorta di prontuario alla stregua di quelli propinati a caro prezzo da inutili scuole di scrittura. E allora perché chiamare un libro Come scrivere un romanzo giallo o di altro colore (Bollati Boringhieri)? L’autore – Hans Tuzzi, pesudonimo di Adriano Bon, autore di saggi e romanzi gialli – lo spiega con un parallelismo: proprio come tra noi e i bonobo le differenze in termini di dna si quantificano al 2%, così “tra romanzo di genere e alta letteratura vi è in comune assai più di quanto si creda”. Ecco allora che questo manuale colto e divertito diventa un libro su cosa significhi fare letteratura. Quella tale, punto, senza neanche bisogno di aggiungere “di qualità”.  I consigli ci sono, anche se sono quelli che meno ti aspetti: leggere, anzitutto, soprattutto “autori dei secoli passati, meglio se scienziati, artisti, viaggiatori o mercanti”; conoscere davvero la lingua nella quale si scrive (ad esempio sapere cos’è il “trabattello” o il “girabacchino”); rifuggire dai luoghi comuni “persino più che dal lieto fine”; coltivare l’arte di perdere tempo, perché “l’utilitarismo è il solo e vero futilitarismo”, infischiarsene del mercato, evitare di lisciare il pelo al lettore (“scelta che fa di noi dei prosivendoli”). Lo stile, poi, deve essere rigoroso e senza virtuosismi, le parole mai scontate, ma neanche incomprensibili. Occorre “evocare ma non enunciare, suggerire ma non declamare, rappresentare ma non sentenziare, accennare ai sentimenti ma rifuggire dal sentimentalismo”. E poi divertire, appassionare e sorprendere: “In breve essere intelligenti”.

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Ironia contro rabbia, i social censurano i poster anti-Trump

“Abbiamo rimosso il post perché non segue gli standard comunitari di Facebook”. “Abbiamo rimosso il post perché non segue le linee guida della nostra comunità”. Così gli amministratori di Facebook e Instagram hanno comunicato la cancellazione dei post ironici creati dalla casa editrice iconoclasta e sovversiva Badlands Unlimited, che produce libri, creazioni e provocazioni artistiche stampate e digitali. Questa volta Badlands aveva inventato una serie di poster, chiamata New Proverbs, fatta circolare sui social media in vista della marcia anti-Trump delle donne e ispirata, in forma parodistica, dei cartelli della Westboro Baptist Church, pionieri dei cosiddetti “hate speech groups”. Di qui la scelta degli stessi colori e caratteri tipografici dei messaggi di odio contro, ad esempio, la comunità LGBT, altri cristiani, musulmani, ebrei, politici, ma questa volta diretti contro Trump: “God Hates Trump” (Dio odia Trump), Trump Hates God (Trump odia Dio), “Fags Hate Trump” (I froci odiano Trump), “God Hates Ivanka” (Dio odia Ivanka). Badlands ha chiesto ai social media di ripubblicare i post, sostenendo che “la pretesa di proteggere una comunità è ciò che in genere giustifica il soffocamento del dissenso”, che l’amministrazione Trump “è un chiaro pericolo ad altri ‘standard comunitari’ nel mondo” e che i poster erano funzionali a “denunciare la natura piena di odio della nuova amministrazione”. Il sito radicale Hyperallergic.com (che ha comunicato di essere riuscito ad ottenere, dopo giorni, che i due social ammettessero l’errore e ripubblicassero i post cancellati) ha fatto notare che Facebook e Instagram proibiscono contenuti minacciosi contro individui privati, mentre “Donald e Ivanka, e anche Dio, se esiste, sono certamente pubblici”. Inoltre, hanno sottolineato, le loro policies bandiscono attacchi basati sulla razza, la religione, il sesso, il genere, la disabilità, che però non si applicano ai poster di Badlands. Che infatti ne ha subito lanciati altri quattro: “Tiffany Hates Trump”, “Trump loves Rape”, “Pence Loves Fags”.

Frate Indovino e Barbanera, l’almanacco rinasce grazie al bio

unknownSe pensate che il Calendario di Frate Indovino sia ormai un residuo preistorico rispetto ai siti web di previsioni del tempo o di  agende digitali vi sbagliate: non solo perché il calendario viene stampato in ben cinque milioni di copie ma perché, paradossalmente, l’esaltazione del vecchio mondo agreste e rurale si sposa perfettamente con le nuove tendenze di chi, a partire da Michelle Obama, fa l’orto nella casa di campagna o sul tetto di casa e mangia bio e a chilometro zero. E come se non bastasse c’è anche il Mensile di Frate Indovino, che ha 180.000 abbonati e una pagina Facebook da quasi un milione di follower.   Continua a leggere