Natale con l’amante

UnknownEccolo, puntuale come ogni anno, il Natale che s’avanza minaccioso. Un’overdose di famiglia che, soprattutto, mi impedirà di vedere lei per almeno una settimana, con conseguente mio senso di colpa e sua furibonda reazione. Capisco, non è bello passare da soli il Natale, ma che ci posso fare se non ho il coraggio di lasciare mia moglie e mi tocca andare in bagno, con la scusa della prostata, per mandarle almeno un whatsappino ogni ora e non farla sentire abbandonata. E al tempo stesso, devo prendere misure precauzionali estreme per evitare di venire scoperto, tenendomi ben stretto il cellulare al corpo in modo che non capiti sotto gli occhi indiscreti di qualche zia o nipote che potrebbe gridare: “Zioo c’è un messaggio per te da Anna!!!” (sì, perché almeno ho lasciato il suo nome, non come quelli che scrivono, al posto del nome dell’amante, “meccanico”, oppure “amministratore”: che poi se ti scopre un messaggio “Sono stata bene stasera” dal meccanico vallo a spiegare). Perché non mi sono separato e continuo da cinque anni a vivere il Natale in questo modo?

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Autoespressione, vi prego basta

colori“Ecco questa è la stanza dei colori dove suo figlio potrà sviluppare il suo talento, qui invece si fa l’inglese, poi abbiamo laboratori di musica e teatro per favorire la sua autoespressione». Le parole dell’educatrice dell’asilo che mi sta illustrando i pregi della struttura mi suonano come un monotono deja vu. Tutte le scuole dei piccoli tengono a sottolineare che lì si svilupperà soprattutto la capacità espressiva e il talento del bambino. Non che abbia qualcosa in contrario, il problema è che non si fa mai quasi cenno – almeno quando bisogna far presa sul genitore perché scelga di iscrivere suo figlio proprio lì – a dei valori sempre più importanti e sempre più trascurati, come lo spirito di comunità, l’empatia, l’educazione civica. I genitori non ne vogliono sentir parlare, tutti protesi a far sì che il proprio figlio sia il più talentuoso e cominci a competere con successo già a un anno. Eppure apprendere la capacità di sentirsi un piccolo corpo comune e imparare il rispetto della diversità è ancor più fondamentale del disegno o dell’inglese perfetti. Ricordo che una volta l’asilo dove andava mio figlio arrivarono due sordomuti a fare uno stage. Era un’esperienza di diversità incredibile, eppure molti genitori si lamentarono al punto di farli mandare via. E c’è il caso di quella scuola romana in cui il preside aveva deciso un’ora di cultura rumena, vista la quantità di bambini di quella nazionalità: i genitori hanno protestato a gran voce invocando la solita ora di inglese. Le competenze individuali sono importanti, ma ancora più importanti, in tempi di individualismo, educatori che puntino sulla solidarietà reciproca e sul sentirsi, dicevo, un corpo comune (uno strumento molto efficace ad esempio è il canto corale). Insomma meno autoespressione e più empatia reciproca, meno competizione e più interazione affettuosa in vista di un bene comune.

Pubblicato sul Fatto di lunedì 30 novembre 2015

Sesso la prima sera? Domani è un altro giorno

UnknownConfesso: avrei dovuto sostenere la parte di chi difende una prima serata senza sesso immediato. Avrei dovuto scrivere che dopo anni di scopate lampo fin dalla prima sera molte donne sono tornate a preferire il bacio appassionato, cui non segua però il solito automatico smucinamento ai piani bassi. Avrei dovuto dire che non mi piace quella sequenza di gesti stereotipati, con mani che si intrufolano dappertutto, appunto, spoliazione rapidissima, un po’ di sesso orale per poi convolare direttamente e rapidamente al sesso vero, con orgasmo automatico (per lui). Avrei dovuto insomma argomentare a favore di un tempo cuscinetto, anche non lunghissimo, ma magico, un paio di settimane per conoscersi meglio e aspettare che il desiderio cresca, lasciando spazio all’immaginazione. Magari anche per aiutare lui, che potrebbe volere anche lui voler aspettare un po’ (ma qualcosa mi dice che non è così). Avrei dovuto, infine, spiegare quanto è erotico abbracciarsi e baciarsi stretti nei cappotti, aspettando che l’amore vero e proprio arrivi senza forzature, piano piano.

Invece no, faccio uno strappo alla regola e concordo con chi mi sta a fianco qui nella rubrica. Il desiderio sessuale è quanto di meno automatico esista. Inoltre oggi, causa lavoro sempre più sfiancante – e figli, per chi ce l’ha, sempre più questuanti – è qualcosa di raro e prezioso da preservare e, anzi, sfruttare. Se dunque ci si riesce a ritagliare una serata dove il principio del piacere la fa da padrone, perché non ubbidirgli? Una serata con buon cibo e buon sesso è come un piccolo segmento di felicità; che potrebbe svanire subito, o ripresentarsi i giorni successivi. Non importa. Siamo qui e ora, io e te, vediamo di regalare ai nostri poveri corpi gobbi sulle scrivanie, o obbligati ad un fitness frenetico, un momento di requie e un po’ di godimento. Ma che male c’è. Domani è un altro giorno.

Pubblicato sul Fatto quotidiano del 9 novembre 2015.

Femminismo? Un parola che respinge le più giovani

UnknownSsss….parlo piano, affinché le anziane femministe non mi sentano e mi additino come maschio-sottomessa. Ma lo confesso: il termine femminismo mi fa stare a disagio, non mi sembra una parola utile oggi, per tanti motivi. Anzitutto non mi piace per un fatto grammaticale: volenti o nolenti, “femminismo” è l’equivalente, al femminile, di “maschilismo”. Se volessimo dunque stare alla grammatica, femminismo vorrebbe dire ritenere superiori le donne agli uomini, tentando di sopraffarli, il che è cosa riprovevole e sbagliata (anche se di donne che si ritengono superiori agli uomini se ne incontrano parecchie). Poi, ovviamente, c’è il dato storico. Non vorrei sembrare incoerente, ma ritengo gli anni Settanta anni strepitosi – magari essere stata grande allora -, anni di manifestazioni potenti e di energia femminile straordinaria, capace di portare a casa magnifici diritti.

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Calcio ogni sera, come mangiare sempre lo stesso piatto (al maschile)

UnknownLa vittoria della Pennetta agli Us Open ci ha risvegliato da un sonno atavico, consegnandoci un’immagine sportiva diversa da quella che ci viene propinata tutte le sere tra abbonamenti calcistici digitali e Sky (a proposito, gli abbonati di quest’ultimo li vedrete girare disperati a notte fonda aspettando che la partita di Champions venga messa in chiaro a mezzanotte). E l’immagine appunto è quella di uno sport alternativo al calcio, in versione femminile (e vincente).

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Salvate le madri italiane dall’inserimento a scuola

UnknownQuesto è un grido di dolore: salvate le madri italiane dall’inserimento previsto dalla scuola italiana. Si comincia con l’asilo nido, dove il ragazzino di ormai almeno un anno, stufissimo di stare a casa ed euforico per la nuova esperienza di socialità, viene costretto a godersi della compagnia dei suoi compagni un’ora al giorno, poi due, poi tre, neanche dovesse adattarsi a un campo di lavoro. Nel frattempo la è costretta a prendersi un’altra settimana di ferie, a meno di non trovare un datore di lavoro che accetta di vederla comparire per poi dileguarsi in vista dell’uscita del pupo. Pupo che ovviamente alla vista della madre piange, perché deve lasciare un piccolo mondo di giochi appena assaggiato per tornare alla noia di casa.

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Fare sesso per far carriera?

 

Lefattucchiere-thumbUna bufera di critiche, di accuse di scorrettezza politica e di bieco maschilismo si è rovesciata sulla chirurga vascolare Gabrielle McMullin, rea di aver affermato che, per far carriera, le donne devono essere anche disposte anche a qualche richiesta sessuale. Ma quello che i detrattori della dottoressa australiana non hanno capito è che la sua affermazione non era un auspicio, insomma un ‘dover essere’ (‘opportuno e giusto fare sesso con i capi’) ma una constatazione di fatto: se fai sesso con i capi, fai anche più carriera. Talmente vero da apparire banale, anche se non andrebbero sottovalutati fastidiosi effetti collaterali – proprio sul lavoro – quando la relazione si interrompe. Più interessante allora sarebbe stato però esplorare un altro aspetto del dilemma: posto che una decida di scopare col superiore, scelta libera in un Paese libero, com’è meglio farlo? Con astuto cinismo, come una specie di fastidioso straordinario, o con coinvolgimento sentimentale (accade, siamo umani, oltre al fascino del potere)?

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Se vuoi tradirmi, ecco le mie regole

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Caro compagno, caro marito, so che la monogamia non è per tutti o forse non è per tutti i periodi della vita. So che ci possono essere dei momenti in cui uno è più fragile – o chissà, più forte – e in cui la curiosità non prende la forma di un altro lavoro, di un hobby, ma di un altro volto e un altro corpo. Perciò ti dico: se vuoi tradirmi, ecco le mie regole. Credo infatti che, come per ogni altra cosa della vita, si possa farlo in mille modi. Forse non esiste un tradimento politicamente corretto, però sì, ci può essere un’etichetta del tradimento: detto altrimenti, e meglio, un modo di tradire che possa rispettare l’altro.

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È più grave se ad uccidere è una donna?

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Sono state chiamate impropriamente “bambine kamikaze”, quando invece erano solo vittime, le ragazzine fatte saltare a distanza dai terroristi di Boko Haram. Eppure c’è qualcosa di profondamente disturbante nell’idea di esseri umani femminili usati come armi. Così come turba intensamente l’immagine della terrorista del commando parigino: donna, velata, con kalashnikov. È come se gli eventi di queste ultime ore avessero violato un tabù nel tabù: l’uccisione senza pietà di persone innocenti e inermi per mano di una donna. Non che la violenza compiuta da una donna sia moralmente più grave di quella per mano di uomo, assioma che rischierebbe di inchiodare le donne al ruolo di essere inermi per definizione. Né si può dire che le donne detengano il monopolio del ruolo di protezione e cura di cui gli uomini non sarebbero capaci, altro stereotipo che rischia invece di inchiodare l’uomo al ruolo naturale, immutabile e tragico di un essere primitivo costretto alla caccia ma incapace di carezze e di amore.

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È Natale, rottama il giocattolo precocemente sessuato

È Natale, rottama il giocattolo precocemente sessuato

Elisabetta Ambrosi

UnknownIl condizionamento comincia da lontano e si radica subdolamente. Così anche tu, convinta di essere la madre anti-stereotipo, quella che suo figlio lo cresce a latte e pluralismo, potresti non accorgerti che stai riempendo il cassetto di tute blu o grigie, magliette grigie o blu.  E magari scoprire all’improvviso – quando lui, piccolo e cliché-immune,  ti chiede smanioso una felpa rosa – che un indumento di quel colore per maschio non esiste in nessun negozio del paese.

Altro che scenari svedesi fatti di bambini senza genere, coi capelli rasati e asessuati blocchi di legno tra la mani: da noi l’urgenza è ancora come garantire ai bambini parità di accesso al passeggino dell’Ape Maya o al servizio da thé di Hello Kitty (leggi: cura, condivisione, empatia) e alle bambine alla scatola di Lego di Star Wars o ai robot dei Transformers (leggi: dinamismo, futurismo, azione), quando la prima domanda dei commessi è se il regalo sia per maschio o femmina. O quando tuo figlio viene messo alla berlina nel caso indossi un paio di calzini violetti. Continua a leggere