Foodora, una sentenza ingiusta

Quando li vedo passare di notte, silenziosi e veloci con le loro bici dotate di bauletto fluorescente firmato dalla rispettiva azienda, provo sempre una piccola stretta al cuore. Mio figlio, dalla macchina, mi chiede chi siano e io glielo spiego. Ma stranamente è come se anche lui fosse a disagio. Perché questi “dipendenti” invisibili delle aziende dell’economia digitale che consegnano cibo a casa, da Foodora a Deliveroo (solo per citare i più noti), sono in parte diversi dal vecchio fattorino che ti portava la pizza. Il fattorino lo associavi al lavoretto una tantum, fatto per guadagnare qualcosa, magari in attesa di una laurea; loro, invece, a lavoratori che forse oltre quell’occupazione non troveranno nulla.

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Asilo scuola dell’obbligo, perché Macron ha ragione (e l’Italia fa pena)

 

Stabilire – come ha appena fatto il presidente francese Emmanuel Macron in Francia – che i bambini vadano a scuola dai tre anni in poi può sembrare una scelta poco rivoluzionaria. Dalla percezione che abbiamo, a tre anni tutti i bambini vanno alla scuola ancora chiamata, erroneamente, “materna” (mentre si chiama più correttamente “scuola dell’infanzia”). Si tratta però di una percezione non del tutto corretta: non solo perché purtroppo esistono anche zone d’Italia, specie al Sud, dove ci sono ancora bambini che restano a casa, non si sa bene a far cosa (probabilmente guarda tv e iPad), e dove si è ancora convinti che così sia meglio per loro. Ma perché – e questo è il primo problema – non essendo obbligatoria le scuole possono permettersi tranquillamente di rifiutare i bambini. E sono tantissime le madri  che conosco – e parlo di Roma, la capitale d’Italia – che sono rimaste senza scuola dell’infanzia (mica il nido!) e sono state costrette magari a iscrivere il figlio chissà dove per scongiurare il rischio di trovarsi un bambino di tre anni a casa. Se ci fosse una legge lo Stato avrebbe l’obbligo di coprire tutti i posti, cosa che oggi non accade. Per lo Stato un bambino può restare a casa fino ai sei anni, qualcosa di veramente allucinante.

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Tumore al seno, tutta la sofferenza di un compagno

Chi riceve una diagnosi di tumore vive un dramma senza limiti: il terrore di una prognosi infausta, l’incertezza su come e dove curarsi, lo strazio di avere figli, magari piccoli, e non sapere se li si vedrà crescere. Ho raccontato questo dolore in un’inchiesta fatta per questo giornale sulle pazienti con tumore al seno metastatico, il tumore di cui non si parla, quello senza retorica e fiocchetti rosa, ma che purtroppo esiste e colpisce anche donne molto giovani. Per alcune settimane sono stata immersa nelle loro storie, e ho potuto anche constatare la forza con cui riescono a continuare a vivere, nonostante continue chemioterapie e operazioni che minano i loro fragili corpi. Ma venendo in contatto con le loro vite, ho toccato con mano anche con un’altra realtà di cui pochissimo si parla, ovvero quella dei cosiddetti “caregiver”, parola inglese asettica che indica le persone che stanno accanto a chi è malato: compagni, mariti, figli, e che a volte dalla malattia vengono stravolti come il malato, se non di più. Perché un cancro non arriva a una persona, ma a un’intera famiglia.

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Rai, altro che meritocrazia, il posto lo prende il parente

 

La notizia è passata quasi inosservata, pubblicata su un blog e poi ripresa unicamente da Il Post. Nel rinnovo del contratto collettivo di lavoro dei dipendenti Rai è previsto tra le altre cose che alla morte di un dipendente, operaio, impiegato o quadro, l’azienda possa assumere il suo coniuge o la sua coniuge, il figli o la figlia maggiorenne. Tutto ciò, precisa la Rai, si applica a “situazioni particolari adeguatamente certificate” – per il momento non meglio specificate – e “compatibilmente con le esigenze aziendali e in armonia con il Piano triennale per la Prevenzione della corruzione”.

Facciamo un passo indietro. Ho sempre pensato alla condizione degli orfani come a qualcosa di atroce. Mi sono sempre chiesta come mai lo Stato preveda aiuti per chi resta senza padre o madre solo in casi specifici, ad esempio per i figli delle vittime di mafia (tra l’altro dimezzati qualche anno fa). O per i figli delle vittime di femminicidio, una misura a favore della quale ho scritto molte volte e che finalmente è diventata legge dello Stato. Ma, appunto, non per tutti gli orfani, persone dalla vita segnata dal dolore. Insomma, al tema sono sensibilissima, per molte ragioni.

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Siamo sempre più poveri, per questo hanno vinto Di Maio e Salvini

 

La più grande arroganza (e insieme il più grande errore) del Partito Democratico è stata l’assoluta indifferenza verso un’analisi accurata e profonda della società italiana e dei suoi cambiamenti. Gli sarebbe bastato leggere i continui rapporti Istat, tanto per citare il più noto degli istituti di statistica, per capire che le loro poltrone erano certamente a rischio. E che non sarebbero stati loro a vincere. Invece hanno continuato a raccontare un’immagine di società italiana che non c’era, il lavoro in ripresa, le famiglie aiutate coi bonus, i magici 80 euro capaci, secondo loro, di risollevare le sorti di milioni di famiglie (quelle a cui sono andati, non tutte) e insieme del Paese. Qualcuno obietterà che, essendo al, governo, erano comunque forzati a sbandierare l’efficacia delle loro misure. Al contrario: sarebbe stato molto meglio per il Pd ammettere che purtroppo le loro misure erano insufficienti, che i risultati non erano stati raggiunti, che la società italiana vive ancora in uno stato di enorme sofferenza, peraltro destinato a crescere.

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Io, mamma lavoratrice autonoma, di fronte al voto

Ho sempre pensato che i giornalisti non dovessero esplicitamente dichiarare il loro voto. Né, tantomeno, avere tessere di partito, che infatti non mai avuto. Dunque non lo faccio anche stavolta, nonostante la prospettiva  insopportabile e molto concreta di un ennesimo governo tecnico o, peggio, di larghe intese. Però vorrei raccontarvi qualcosa di me, della mia biografia di madre lavoratrice autonoma quarantenne. Non per culto della personalità, solo perché  ben rappresenta quella di una generazione, quella dei 35-45 enni. Che domenica, appunto, va alle urne segnata dalle ferite delle dalla crisi economica e preoccupata non tanto dal futuro dei propri figli in Italia ma dal non avere abbastanza risorse per dare ai propri figli strumenti utili per andarsene quanto prima all’estero.

Mio padre è un ex dirigente di banca, mia madre un’ex impiegata Rai (sì, la Rai che, oggi, per me giornalista è preclusa). Mi hanno cresciuto in buona fede col mito del lavoro dipendente e con la convinzione che per trovare un lavoro servisse studiare. Per questo ho preso una laurea, un master e un dottorato di ricerca, salvo poi scoprire che sul mercato del lavoro italiano si trattava di carte non spendibili. Pezzi di carta inutili nello scenario in cui mi affacciavo – quello della fine degli anni Novanta e dei primi anni Duemila – perché la cronica assenza di meritocrazia già cominciava a legarsi, in una morsa letale, alla fine delle assunzioni nel pubblico e all’avvento dei primi contratti atipici, precari e flessibili, senza tutele.

 

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Elezioni 2018, la vergogna infinita di una sinistra divisa

Sono troppo giovane per essere stata comunista quando il comunismo, nella Prima repubblica, stava all’opposizione ma dettava un immaginario di emancipazione dalla povertà e di uguaglianza per chi credeva nei suoi ideali. Sono abbastanza vecchia invece per aver votato per la prima volta esattamente all’avvento della Seconda repubblica – nel 1994 avevo 19 anni – quando l’intero sistema politico precedente si frantumò e al potere arrivò un uomo di plastica che convinse il popolo italiano a votare per lui grazie ai suoi spot televisivi e alla sua retorica del self made man, raccontata persino su un giornaletto inviato a milioni di italiani (conservo ancora quella rivista, testimonianza di qualcosa di incredibile accaduto davvero).

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Elezioni 2018, quante balle sulla famiglia nei programmi del partiti

Non sono bastati allarmi di ogni tipo sulla denatalità inquietantedel nostro paese e sulla conseguente demografia impazzita, né centinaia di articoli o servizi sul dramma di giovani che non possono permettersi di avere figli o sull’ansia delle famiglie che non riescono a far fronte alle spese degli asili, prive come sono di aiuti e servizi. No, la famiglia è stata messa a margine in questa campagna elettorale oppure, quando se n’è parlato, lo si è fatto con slogan generici, promesse impossibili, distorsioni ideologiche.

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Molestie, accusare il sistema senza fare nomi non serve a niente

Premessa sostanziale: che 124 attrici del cinema italiano si siano messe insieme, incontrandosi e discutendo, e abbiano fatto una lettera pubblica in cui denunciano un sistema marcio e prendono posizione a favore di chi ha parlato è un fatto importante e positivo. Anzi, ci si attendeva questa mossa da tempo, magari a ridosso dello scandalo Brizzi. Ma in ogni caso, semplicemente e banalmente, meglio tardi che mai.

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Caso Levato-Boettcher, perché quel bambino non dovrebbe essere adottato

Non sono un’assistente sociale, una psicologa, né tantomeno sono un giudice. Parlo dunque semplicemente come giornalista che si occupa da anni di maternità e di infanzia, parlo come donna e madre. Ma da questo punto di vista non posso che giudicare come un atto ingiusto e violento quello di decidere, come ha fatto ieri la Cassazione, che il figlio di Martina Levato e Alexander Boettcher venga dato in adozione, con la conseguenza che nessuna persona della sua famiglia, né i genitori, né i nonni, potranno più vederlo.

Il primo motivo è che questo bambino non è un neonato, ha già due anni e mezzo, ha già conosciuto genitori e i nonni, ha già una memoria, ha già una storia. Darlo in adozione ora significherebbe strappare quei pur fragili legami che nel frattempo ha creato. Con conseguenze sicuramente devastanti, ammesso che si trovi una famiglia disposta ad adottarlo.

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