Se il presidente ignora la sofferenza sociale degli italiani

C’è un’enorme questione che è stata totalmente ignorata in queste ultime ore, ore in cui al centro della scena pubblica sono stati unicamente i palazzi del potere, in apparenza – ma solo in apparenza – svincolati dall’esistenza concreta delle singole persone: è la questione dell’enorme sofferenza sociale che ha generato, attraverso il voto, ciò che stiamo vedendo in questi giorni, e cioè prima l’affermazione di due partiti di protesta e poi il tentativo di quest’ultimi di formare un governo che rispondesse  al desiderio collettivo di una maggior protezione sociale (vedi reddito di cittadinanza).

L’Italia che è andata al voto il 4 marzo è un’Italia, ce lo raccontano ormai tutti i rapporti sociali, tragicamente impoverita.Un’Italia in cui in poco più di dieci anni i poveri sono quadruplicati, la percentuale di disoccupati resta altissima, i working poor sono la maggioranza tra i lavoratori. Tradotto in termini concreti, significa che abbiamo oltre un milione di bambini che vivono in ambienti malsani e scarso cibo, milioni di giovani bloccati in un limbo di sofferenza e povertà, cinquanta-sessantenni che non hanno lavoro ma non possono accedere a nessun sussidio perché non ne esiste praticamente nessuno e devono aspettare fino a 67 anni per avere un assegno sociale miserevole che consentirà loro di fare la spesa e poco altro.

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Ma come si fa a colpevolizzare una donna che lavora

Sui social media è stato abbondantemente stroncato, soprattutto da donne indignate da uno spot così platealmente assurdo, tanto colpevolizza le donne che lavorano e hanno figli invece che far loro un augurio gentile (come doveva essere per la festa della mamma). Ma vale la pena tornare sul tema, perché la pubblicità ci dice molto sulla mentalità collettiva e spesso esprime stereotipi molto saldi nella società italiana.

Anzitutto una breve sintesi del video, certamente concepito da mente maschile (non potrebbe essere diversamente): decine di donne vengono chiamate da un presunto responsabile dell’azienda che comincia a dire loro che non svolgono bene il loro lavoro, che trascurano compiti importanti, che insomma tutto va molto male nel modo in cui si comportano. Le donne reagiscono con stupore, amarezza, alcune sono impaurite, altre arrabbiate. Ma a un certo punto si svela il mistero: entrano nella stanza i figli di quelle madri, le quali che  si lasciano andare al pianto per il sollievo, visto che capiscono che si tratta di uno scherzo. Quei bambini, però, chiedono alle mamme maggiore vicinanza, di essere presi più spesso all’asilo, di stare più spesso insieme, insomma in pratica sbattono platealmente loro in faccia il conflitto lacerante che le donne, specie italiane vivono tra lavoro e maternità. Fine dello spot.

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Stipendi, perché ci vergogniamo a dire quanto guadagniamo

Un giornalista del Guardian si è divertito a scendere in strada e chiedere ai passanti quante sterline guadagnassero all’anno. Le risposte sono state quasi sempre negative, vaghe, imbarazzate, quasi fosse un tabù. Ebbene, mi sono immaginata la stessa domanda calata in Italia, un paese anni luce diverso dalla Gran Bretagna proprio rispetto al mercato del lavoro e alla meritocrazia. Anche qui la risposta evasiva sarebbe stata identica, come mi è capitato d’altro canto di osservare più volte chiedendo alle persone che incontro – lo faccio spesso, è una tentazione irrefrenabile, ad esempio con commesse, al barista, al dipendente del parrucchiere et – che tipo di contratto abbiano e se siano o meno sottopagati.

Ma il motivo per cui in Italia ci si vergogna di dire il proprio reddito è molto diverso da altri Paesi. Ed è cambiato radicalmente nel tempo. Nei periodo pre-crisi, e ancor più negli anni Ottanta e Novanta, a tacere erano soprattutto i lavoratori autonomi, molti dei quali evadevano con il semi-consenso dello Stato. Oggi, invece, la situazione si è ribaltata. Chi ha uno stipendio pubblico unito a un ruolo importante, così come chi ha una pensione abbondante frutto del sistema retributivo, evita di rivelare il proprio reddito, visto il clima anticasta e il rancore sociale, pure legittimo, da parte di è stato escluso da ogni privilegio.

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Alfie Evans, le mie risposte alle vostra critiche

Ho ricevuto centinaia e centinaia di commenti, alcuni positivi, moltissimi negativi, molti veri e propri insulti di ogni genere, per aver scritto che l’intervento del governo italiano sul caso Alfie – la cittadinanza concessa in due ore, l’aereo pronto per partire, l’intervento del Bambino Gesù e di altri ospedali – era a mio parereassurdo, incomprensibile, dettato da semplice zelo ideologico. In pochi però si sono soffermati sulla mia critica ai politici italiani, quasi tutti hanno inteso che io fossi apertamente a favore di uno Stato che stacca la spina a un bambino e lo lascia morire soffocato. Insensibile, senza cuore, fino ad arrivare all’epiteto di nazista.

A differenza di Michele Serra che parla di chattismo compulsivo che non considera “parola”, io rispetto ogni persona che decide di prendere “carta e penna” e scrivere. Credo che in ogni commento possa esserci un seme di verità, persino nei peggiori, quelli scritti con rabbia, livore, vero e proprio odio. E dunque, se i commenti erano centinaia, evidentemente ho toccato una corda sensibile, forse la più sensibile: quella che riguarda la cura di un bambino, la sua protezione, un gesto primario e ovvio, contro la scelta di “sopprimerlo”, lasciandolo senza aria e acqua.

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Caso Alfie Evans, quell’assurda ideologia da parte dell’Italia

Ci vuole un po’ di distacco per analizzare con lucidità la vicenda di Alfie Evans, il bambino inglese affetto da una malattia neurodegenerativa grave e irreversibile che i giudici inglesi hanno dichiarato impossibilitato a vivere ulteriormente, decidendo la sospensione di tutte le cure che lo tenevano in vita. Ci vuole un po’ di distacco perché il pathos, la reazione istintiva che ci fa gridare all’omicidio senza pietà di un bambino di pochi mesi non ci aiuta a capire nulla di quello che sta realmente accadendo.

La vicenda è stata ricostruita in maniera corretta e completa da alcuni giornali, specie da Wired e dalla Ccn. I fatti sono andati così: per la legge inglese chi deve decidere in questi casi sono i genitoriinsieme ai medici. Normalmente si trova un accordo, in questo caso invece non c’è stata convergenza. Ecco perché si è dovuto ricorrere ai giudici, i quali più volte hanno deciso basandosi su una legge che consente in Inghilterra che si “stacchi la spina” dopo un anno di coma irreversibile e senza alcuna possibilità di guarigione.  Per la legge inglese, infatti, non ha senso continuare a tenere in vita un bambino che non ha nessuna possibilità di guarire, come tutti gli esperti (compresi quelli italiani) hanno dichiarato. Una tragediavera, nel senso originario della parola, cioè un conflitto doloroso e lacerante tra due posizioni, a cui noi avremmo fatto bene a guardare con silenzio e rispetto.

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Bullismo, tutte le colpe di noi genitori

 

Ragazzi che minacciano prof, adolescenti che bullizzano i compagni, bambini che mettono in atto comportamenti aggressivi verso coetanei e insegnanti. La cronaca di questi mesi è ormai un bollettino di guerra, e di fronte a professori messi letteralmente sotto assedio, le scuole si scoprono prive di strumenti. Trovare strategie per arginare e punire i violenti è oggi un tema all’ordine del giorno, così come mettere in atto programmi (ri)educativi verso bambini e ragazzi che hanno perso ogni senso del limite. Ma mentre le scuole si interrogano, noi genitori dovremmo fare una riflessione sulle nostre colpe. Che sono enormi, visto che tutto ciò che facciamo fin da quando nostro figlio nasce non fa altro che alimentare quell’individualismo e quell’indifferenza verso l’autorità che sono il segno distintivo dei bulli.

Foodora, una sentenza ingiusta

Quando li vedo passare di notte, silenziosi e veloci con le loro bici dotate di bauletto fluorescente firmato dalla rispettiva azienda, provo sempre una piccola stretta al cuore. Mio figlio, dalla macchina, mi chiede chi siano e io glielo spiego. Ma stranamente è come se anche lui fosse a disagio. Perché questi “dipendenti” invisibili delle aziende dell’economia digitale che consegnano cibo a casa, da Foodora a Deliveroo (solo per citare i più noti), sono in parte diversi dal vecchio fattorino che ti portava la pizza. Il fattorino lo associavi al lavoretto una tantum, fatto per guadagnare qualcosa, magari in attesa di una laurea; loro, invece, a lavoratori che forse oltre quell’occupazione non troveranno nulla.

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Asilo scuola dell’obbligo, perché Macron ha ragione (e l’Italia fa pena)

 

Stabilire – come ha appena fatto il presidente francese Emmanuel Macron in Francia – che i bambini vadano a scuola dai tre anni in poi può sembrare una scelta poco rivoluzionaria. Dalla percezione che abbiamo, a tre anni tutti i bambini vanno alla scuola ancora chiamata, erroneamente, “materna” (mentre si chiama più correttamente “scuola dell’infanzia”). Si tratta però di una percezione non del tutto corretta: non solo perché purtroppo esistono anche zone d’Italia, specie al Sud, dove ci sono ancora bambini che restano a casa, non si sa bene a far cosa (probabilmente guarda tv e iPad), e dove si è ancora convinti che così sia meglio per loro. Ma perché – e questo è il primo problema – non essendo obbligatoria le scuole possono permettersi tranquillamente di rifiutare i bambini. E sono tantissime le madri  che conosco – e parlo di Roma, la capitale d’Italia – che sono rimaste senza scuola dell’infanzia (mica il nido!) e sono state costrette magari a iscrivere il figlio chissà dove per scongiurare il rischio di trovarsi un bambino di tre anni a casa. Se ci fosse una legge lo Stato avrebbe l’obbligo di coprire tutti i posti, cosa che oggi non accade. Per lo Stato un bambino può restare a casa fino ai sei anni, qualcosa di veramente allucinante.

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Tumore al seno, tutta la sofferenza di un compagno

Chi riceve una diagnosi di tumore vive un dramma senza limiti: il terrore di una prognosi infausta, l’incertezza su come e dove curarsi, lo strazio di avere figli, magari piccoli, e non sapere se li si vedrà crescere. Ho raccontato questo dolore in un’inchiesta fatta per questo giornale sulle pazienti con tumore al seno metastatico, il tumore di cui non si parla, quello senza retorica e fiocchetti rosa, ma che purtroppo esiste e colpisce anche donne molto giovani. Per alcune settimane sono stata immersa nelle loro storie, e ho potuto anche constatare la forza con cui riescono a continuare a vivere, nonostante continue chemioterapie e operazioni che minano i loro fragili corpi. Ma venendo in contatto con le loro vite, ho toccato con mano anche con un’altra realtà di cui pochissimo si parla, ovvero quella dei cosiddetti “caregiver”, parola inglese asettica che indica le persone che stanno accanto a chi è malato: compagni, mariti, figli, e che a volte dalla malattia vengono stravolti come il malato, se non di più. Perché un cancro non arriva a una persona, ma a un’intera famiglia.

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Rai, altro che meritocrazia, il posto lo prende il parente

 

La notizia è passata quasi inosservata, pubblicata su un blog e poi ripresa unicamente da Il Post. Nel rinnovo del contratto collettivo di lavoro dei dipendenti Rai è previsto tra le altre cose che alla morte di un dipendente, operaio, impiegato o quadro, l’azienda possa assumere il suo coniuge o la sua coniuge, il figli o la figlia maggiorenne. Tutto ciò, precisa la Rai, si applica a “situazioni particolari adeguatamente certificate” – per il momento non meglio specificate – e “compatibilmente con le esigenze aziendali e in armonia con il Piano triennale per la Prevenzione della corruzione”.

Facciamo un passo indietro. Ho sempre pensato alla condizione degli orfani come a qualcosa di atroce. Mi sono sempre chiesta come mai lo Stato preveda aiuti per chi resta senza padre o madre solo in casi specifici, ad esempio per i figli delle vittime di mafia (tra l’altro dimezzati qualche anno fa). O per i figli delle vittime di femminicidio, una misura a favore della quale ho scritto molte volte e che finalmente è diventata legge dello Stato. Ma, appunto, non per tutti gli orfani, persone dalla vita segnata dal dolore. Insomma, al tema sono sensibilissima, per molte ragioni.

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