Rapporto Censis, contro gli stereotipi sull’immigrazione

Vicenza. Poi Pesaro e Urbino, Bergamo e Pistoia. Sono le città italiane con il più alto livello di integrazione, secondo il Rapporto sulla situazione sociale del paese redatto dal Censis e presentato oggi a Roma. Scarsa la partecipazione delle città del centro (oltre Pesaro e Urbino ci sono Perugia, Pisa e Macerata, nessuna del Lazio), mentre nessuna provincia appartiene al Mezzogiorno (la prima, Teramo, è 33esima). Un vero e proprio paradosso, se si pensa al dilagare della Lega nelle Regioni del Nord. Andando a vedere più in dettaglio, la contraddizione permane. Perché se si va a misurare l’integrazione economica, attraverso cioè i redditi dei cittadini non comunitari, dopo Prato – prima provincia – ci sono sempre città del Nord: Vicenza, Goriziae Pordenone, in cui in cui molti immigrati sono loro stessi imprenditori. Seguono Pesaro, Urbino e Pistoia. Tra le prime venti solo alcune sono del centro, Macerata, Pisa e Arezzo.

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Bonus e congedi benvenuti, ma non serviranno a invertire il crollo demografico

Sul fronte del sostegno alla maternità e paternità arrivano, senza dubbio, alcune buone notizie: sono state inserite nella manovra finanziaria la possibilità per le donne di lavorare fino al nono mese, l’aumento del bonus per l’asilo nido, l’allungamento a cinque giorni del congedo di paternità. La prima è una misura liberale che le donne aspettavano da tempo, perché molte misure teoricamente volte a proteggere donne e bambini finiscono spesso per essere un ostacolo per le madri, limitando la loro libertà. Come, ad esempio, il divieto per le lavoratrici autonome di fatturare in gravidanza, assurdo perché ogni gravidanza è diversa e quindi ogni donna va lasciata libera di fare ciò che si sente di fare, anche lavorare fino al nono mese, se lo desidera, se la gravidanza è normale e non ci sono problemi di salute.

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Presepe, chi lascia gli ultimi in strada non ne faccia la retorica

Un’immensa schizofrenia ideologica attraversa chi ci governa oggi, in particolare, ça va sans dire, la parte leghista della coalizione. Quella che rivendica un giorno sì e l’altro pure l’importanza delle nostre radici cristiane, la purezza della nostra identità bianca, cattolica, italiana. Eppure nel nostro Paese è appena passato un decreto – firmato dal capo dello Stato e sul quale è stata addirittura posta la fiducia – che porta il nome di “sicurezza”, ma che sicurezza certo non porta nel nostro paese, anzi è destinato ad aumentare il conflitto sociale in maniera esponenziale. I suoi effetti saranno soprattutto sugli ultimi del nostro Paese, ovvero quelli arrivati in Italia senza niente, se non un carico di violenze subite e traumi dovuti a conflitti, fame, cataclismi di ogni tipo. Ma poi, di conseguenza, anche su tutti noi.

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Femminicidio, perché le donne continuano a morire

Stupite, critiche, indignate: le esperte di violenza sulle donne – statistiche, avvocate, sociologhe, persone che lavorano sia sul campo o che sulla violenza fanno ricerca da anni – non riescono a capacitarsi che la Polizia di Stato abbia diffuso, in vista della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, un rapporto, Questo non è amore, in cui il numero dei femminicidi relativi al 2018 risulta di sole 32 donne morte, perché la gran parte dei 94 omicidi non sono considerati tali. A contestare la cifra è, anzitutto, chi i femminicidi li conta da oltre tredici anni, cioè laCasa delle donne per non subire violenza di Bologna, unica banca dati italiana, visto che nel nostro Paese non esiste ancora un Osservatorio nazionale sulla violenza sulle donne. “Da oltre tredici anni noi raccogliamo i dati dei femminicidi, e lo facciamo basandoci solo sulla cronaca, il che significa che anche i nostri sono ampiamente sottostimati”, spiega Anna Pramstrahler. “Al contrario di quanto sostiene la Polizia, purtroppo, il dato è abbastanza fermo, negli ultimi anni siamo sempre su circa 120 donne uccise all’anno. Da gennaio ci risultano 82 donne uccise, 50 in più del dato del Ministero. Il fatto è che quando analizzi gli omicidi devi sapere esattamente cos’è un femminicidio. Noi utilizziamo la definizione delle Nazioni Unite”.

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Preservativi gratis agli immigrati, negarglieli significa considerarli come animali

Ci sono notizie che più di altre ti colpiscono per il loro valore simbolico. Scelte politiche di piccolo impatto sociale – ma poi non è vero, visto che le malattie sessuali sono in aumento costante – ma di valore simbolico devastante. Una di queste è quella dell’emendamento sul condom agli immigrati. I 5stelle hanno deciso di lasciar cadere la proposta da inserire nella manovra che prevedeva contraccettivi gratuiti non solo per i migranti beneficiari di protezione internazionali e i richiedenti asilo, ma anche giovani, persone con basso reddito, donne che hanno partorito da poco o recentemente abortito, persone affette da Hiv o malattie sessualmente trasmissibili.

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Razzismo, quando diventa di stato. Le storie di chi è discriminato

“Se è capitato a mio figlio che una persona si alzasse o non volesse sedersi accanto a lui sul treno o sull’autobus? Ma certo, guardi che questa cosa gli succede spessissimo: le persone si spostano, oppure stringono la borsa più forte. Pensi che una volta gli hanno rifiutato un posto come commis di sala in un albergo, nonostante avesse studiato tre anni per farlo, perché non volevano persone di colore. Eppure siamo brasiliani”. Ester vive in Italia da sempre, a Prato, è sposata, lavora e parla un italiano fluente, con un leggero accento. Spiega che gli episodi di razzismo non hanno smesso di accadere neanche a lei. In particolare, racconta, il fatto “di non essere servita nei negozi”. “Puoi aspettare anche tantissimo, fanno finta di non vederti. L’ultima volta mi è successo in un bar, ho protestato come sempre, ma la signora alla cassa mi ha ignorato. Una volta non mi hanno fatto entrare in una gioielleria, nonostante io suonassi il campanello. Ma la cosa più grottesca mi è capitata quando la badante moldava di mio suocero è stata aggredita: il poliziotto a cui cercavo di spiegare l’accaduto a un certo punto si è voltato e ha detto a un’altra persona: ‘Mi spieghi lei che è italiano che con questa non capisco nulla’”.

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Madri a sessant’anni, un bene per le donne un male per i bambini

Ha partorito a Roma, senza problemi, nonostante i suoi 62 anni. Non solo anziana, anche single. Ai giornalisti che l’hanno intervistata, ha detto che prima non era mai riuscita, troppo lavoro, troppe notti. E che il suo obiettivo è quello di accompagnare sua figlia fino ai 18 anni, cosa possibile visto che “una donna non è mai vecchia”. Le critiche a questa madre che definire coraggiosa non è sbagliato sono state tantissime. Ma quello su cui in pochi hanno riflettuto è il fatto che questo parto non resterà isolato, anzi saranno sempre di più in futuro le madri anziane, persino single. Per un motivo molto semplice: grazie alla doppia fecondazione eterologa, oggi possibile persino in Italia dopo le sentenze della Corte costituzionale che hanno abolito la legge 40. Quando si parla di eterologa si pensa soprattutto alla donazione di seme, ma non è così. La donazione può essere anche da parte femminile – anche se in Italia le donatrici sono poche, e ti credo, non vengono pagate e perché mai dovrebbero sottoporsi alla stimolazione ovarica per donare, così che finiamo per comprare dall’estero – il che significa che le donne possono ricevere un ovocita di un’altra donna e fecondarlo con lo sperma, creando un embrione che viene poi impiantato nell’utero di una donna. Per la legge italiana, è madre chi partorisce, non importa “cosa”. Fosse pure un gatto, perdonatemi la battuta, va bene, in altri termini allo Stato italiano non interessa il patrimonio genetico.

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La caccia è feroce, insensata e omicida. L’unica soluzione è abolirla

Sua madre lo ha partorito, allattato, svezzato, vaccinato, educato, cresciuto, accompagnato, protetto, immensamente amato. E poi M.T. è morto l’altro ieri, a vent’anni, ucciso dalla pallottola di un pensionato che, durante una battuta di caccia, lo ha scambiato come un cinghiale. La stessa fine è toccata ad un altro ragazzo ligure, morto in provincia di Imperia lo scorso 20 settembre. Di morti insensate è pieno il mondo, certo, ma questi sono decessi – ventidue nell’ultima stagione venatoria più quasi settanta feriti, come segnala l’Associazione Vittime della Caccia – che potrebbero essere evitate. Impedendo la caccia di domenica, perché i boschi sono pieni di gente che raccoglie funghi o semplicemente si rilassa, costringendo i cacciatori a seguire le regole – uccidere con licenza regolare e nei giorni consentiti e nelle specie consentite – ma soprattutto, unica vera soluzione, abolendo una pratica veramenteferoce e insensata.

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Non dire cazzo!, insegno a mio figlio. Ma a me dire le parolacce piace tantissimo

 

Mi trovo in quella fase ambigua e scivolosa in cui mio figlio grande, che ha 8 anni, conosce tutte le parolacce, sa che non può dirle, ma guarda a me per sapere se può avere il via libera a dirne una ogni tanto oppure no. È tutto molto semplice: se io dico parolacce, lui si sente autorizzato a dirle e di conseguenza comincia a farlo. Se io lo sgrido ma le dico, ovviamente lui mi chiede “perché le dici?” e io faccio un macroscopico errore, perché com’è noto l’esempio è la strada maestra dell’educazione. La tragica verità, però, è che a me dire parolacce piace tantissimo. Mi piace dirle in macchina, inveendo contro automobilisti scorretti i quali a loro volta mi insultano ritenendo me scorretta. Mi piace dirle pure a casa, quando capita, perché una bella parolaccia rende a volte rende meglio l’idea che un linguaggio politicamente corretto. Ma in realtà so che le parolacce sono brutte, volgari e che se un bambino cresce imparando a non dirle acquisirà uno stile e una grazie notevoli rispetto a uno abituato a farlo.

Mi ha confortato però tantissimo leggere di recente un libro meraviglioso, Non dire cazzo, Frassinelli editore, della scrittriceFrancesca Rimondi. Nato dalla sua popolata pagina Facebook, il libro – che non è un saggio sulle parolacce, no, niente di tutto ciò – racconta la storia del suo microcosmo familiare, composto da un fidanzato, un figlio Numero Uno adolescente e un figlio numero Due di pochi anni. Sembrerebbe l’ennesimo libro sull’essere mamma, in realtà, invece, è un romanzo non solo  esilarante ma che racconta un modo di essere madre diverso e originale. La protagonista dice parolacce in continuazione – cazzo, soprattutto – e anche le dicono i suoi figli, nonostante lei ricordi a loro di non dire parolacce e loro pure riprendano la madre perché lo fa.

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Aborto, un conto è il papa un conto una consigliera del Pd

L’aborto è tornato con forza sulla scena pubblica in questi giorni. Prima, con la decisione del capogruppo Pd a Verona Carla Padovanidi votare la mozione per dichiarare Verona “città a favore della vita” e dare fondi ad associazione antiabortiste. Poi, con la dichiarazione quasi scioccante di Papa Francesco, secondo cui l’aborto è letteralmente fare fuori qualcuno, attraverso l’uso di sicari, con probabile riferimento ai medici abortisti.

Ora, in un Paese come il nostro, caratterizzato da un deficit cronico di laicità – che, tocca purtroppo ribadirlo, non significa ateismo, ma un atteggiamento che ammette un pluralismo di valori e difende la libertà di scelta dei soggetti – le due notizie si sono sovrapposte in maniera malsana. Generando nei leghisti pro life la convinzione che il papa fosse dalla loro parte e creando nei laici una reazione fortemente negativa sia verso la scelta di Verona che quella del papa.

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