Crollo di Genova, le élite si arricchiscono mentre il popolo muore

14 agosto 2018. Per noi italiani sarà una data non dissimile a quella che per gli statunitensi è stata l’11 settembre 2001. Uno spartiacque, un giorno che segna un punto di non ritorno. Ma lì, c’era il terrorismo islamico. Qui, la dimostrazione reale e insieme simbolica – quel mozzicone di ponte sospeso nel vuoto – di una contrapposizione sempre più radicale, ma sempre con lo stesso vincitore, tra la gente normale (chiamiamolo popolo se non fosse che appena lo si usa si viene tacciati di “sovranismo” e nazionalismo, pure da chi si dice di “sinistra”), e le élite. Sempre più ricche. Sempre più al riparo dai rischi ai quali le persone comune sono invece esposte.

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Decreto dignità, non lo critichi chi ha distrutto il lavoro

Non sono una giuslavorista, sindacalista o esperta di contratti. Però il tema del lavoro, in particolare autonomo e precario, lo seguo da anni, come seguo le politiche sciagurate che gli ultimi governi di destra e di “sinistra” hanno messo in atto nei confronti dei lavoratori. Ultima, la decisione di abolire il Jobs act, a favore di un contratto a tutele crescenti che di tutele ha ben poco, mentre ha reso i lavoratori dipendenti meno mobili e completamente ricattabili da parte del datore di lavoro. Guardando quindi con queste lenti il “decreto dignità”, appena diventato legge, non posso che giudicare favorevolmente il principi di fondo a cui si ispira, e cioè quelli di una stretta sull’uso e abuso di contratti a termine – diminuisce l’arco di tempo per il quale possono essere usati, si introduce la necessità di una causale per il loro rinnovo, aumenta il loro costo contributivo, aumentano le mensilità a protezione del lavoratore in caso di licenziamento –  di un contrasto alla delocalizzazione delle aziende, di una promozione del lavoro stabile, attraverso l’estensione della decontribuzione già prevista dal governo Gentiloni per gli assunti sotto i 35 anni.

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Saviano, sto dalla sua parte ma questo governo non è il Male Assoluto

Ho letto il lungo appello di Saviano con estremo interesse e grande partecipazione. Eppure, paragrafo dopo paragrafo, si impadroniva di me una sensazione particolare, di estraniazione e anche di disagio. Alla fine dell’articolo mi sono chiesta: ma di chi e di che cosa sta esattamente parlando Roberto Saviano?

Lo scrittore parte da un appello a non tacere, un invito a chi ha visibilità nell’opinione pubblica a intervenire. Sacrosanto, da tempo penso che gli intellettuali siano scomparsi e che l’unico rimasto è, forse, proprio Roberto Saviano: intendo l’intellettuale che interviene nei fatti pubblici, negli eventi, che smuove le coscienze, che fa pensare. Oggi chi “influenza” le persone – ad esempio gli influencer, appunto – è totalmente disinteressato alla sfera pubblica e dedito solo al suo privato, in genere la rappresentazione di se stesso ripetuta ossessivamente.  È vero, questo silenzio sui mali del nostro tempo è insopportabile.

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Cristiano Ronaldo, solo i famosi possono usare l’utero in affitto?

Questo post nasce da un sentimento di stupore di fronte al silenzio quasi completo sul fatto che il neo arrivato campione Cristiano Ronaldo abbia utilizzato per ben tre volte la maternità surrogata (probabilmente lo ha fatto nel caso di Cristiano Junior, anche se lui non ha voluto rivelare esattamente come è stato concepito, sicuramente invece per i gemelli Eva e Mateo). Insomma, mentre il suo arrivo in Italia è stato celebrato da tutta la stampa e dalle televisioni in mondovisione, mentre si vendevano talmente tante magliette che la Juve faceva fatica a produrle, mentre aumentava in maniera impressionante il numero si seguaci dei canal social del club torinese, nulla di nulla veniva detto di questi bambini nati diversamente. Da un lato la sua alimentazione veniva raccontata fin nel dettaglio, così come le tecniche per rimanere in salute, così come la sua grande generosità in fatto di donazioni, dall’altro il tema “utero in affitto”, veniva appena accennato, ma senza commenti di sorta. Al massimo, i giornali parlavano di “famiglia numerosa, allegra e allargata, e che probabilmente è destinata ad accogliere altri volti”.

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Più tempo libero o soldi in busta paga, voi cosa scegliereste?

Un stipendio un po’ più alto o un po’ più di tempo libero? Da qualche tempo a questa parte, le aziende cominciano a porre ai propri dipendenti la possibilità di scegliere. Lo hanno fatto ad esempio le industrie Ducati, Marposs, Samp, Bonfiglioli, Lamborghini, ricevendo, per la verità, una risposta quasi unanime: i lavoratori (dipendenti) preferiscono in prevalenza avere un’ora in più di tempo libero che dei soldi, magari di straordinario, in più. La risorsa più preziosa, nel Paese in cui la conciliazione tra lavoro e famiglia è ancora un’utopia, è dunque quella del tempo, specie per chi ha figli e molta voglia di passare più ore con loro, con risultato – anche – di risparmiare su baby sitter e altre figure di cura, oppure passando una preziosa settimana di vacanze di più insieme, invece che pagare l’ennesimo corso estivo.

C’è poi un altro aspetto al quale i lavoratori tengono sempre di più e che in molti vorrebbero poter fare durante l’orario di lavoro: lo sport, strumento utile non solo per la prevenzione e per il benessere psicologico, ma anche per lavorare meglio (e far scendere le assenze per malattia). Lo hanno capito infatti in Svezia,dove ormai le aziende lasciano liberi i lavoratori di allenarsi o forniscono palestre e corsi perché i dipendenti possano fare sport durante l’orario di lavoro. Si tratta di scelte lungimiranti, perché un lavoratore più contento e più sano è una cosa buona per tutti. Più in generale, il tema non è solo quello dello sport in azienda, ma del welfare aziendale, che oggi – specie in tempi di crisi del welfare pubblico, a partire da quello sanitario ma anche dei servizi di cura – rappresenta  per chi lavora una sfera molto più appetibile dei soldi.

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Assegno divorzile, finalmente una sentenza che protegge le donne

Era poco più di un anno fa quando la Cassazione, pronunciandosi sul caso del divorzio tra un ex ministro e sua moglie, aveva completamente rivoluzionato il diritto di famiglia a sfavore delle donne, stabilendo non solo che il criterio del tenore di vita non avesse più ragion d’essere, ma che d’ora in poi sarebbe bastata alla parte più debole anche una minima autosufficienzaeconomica per non avere diritto a nulla. Neanche nel caso l’altra parte, quasi sempre lui, guadagnasse 10 volte tanto. Dopo quella sentenza erano arrivate sulla mia posta elettronica decine di lettere di donne letteralmente disperate. Ad esempio L., un marito iper benestante, lei con semplice stipendio di insegnante, che in base alla nuova sentenza si aspettava di perdere quel minimo assegno di poche centinaia di euro (suo marito infatti poteva chiedere la revisione dell’assegno dopo la nuova decisione della Corte) che le consentiva una vita meno misera. Oppure A., 64 anni, una pensione minuscola, che secondo il marito tuttavia in base alla nuova normativa era sufficiente per toglierle qualsiasi sostegno.

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Se il presidente ignora la sofferenza sociale degli italiani

C’è un’enorme questione che è stata totalmente ignorata in queste ultime ore, ore in cui al centro della scena pubblica sono stati unicamente i palazzi del potere, in apparenza – ma solo in apparenza – svincolati dall’esistenza concreta delle singole persone: è la questione dell’enorme sofferenza sociale che ha generato, attraverso il voto, ciò che stiamo vedendo in questi giorni, e cioè prima l’affermazione di due partiti di protesta e poi il tentativo di quest’ultimi di formare un governo che rispondesse  al desiderio collettivo di una maggior protezione sociale (vedi reddito di cittadinanza).

L’Italia che è andata al voto il 4 marzo è un’Italia, ce lo raccontano ormai tutti i rapporti sociali, tragicamente impoverita.Un’Italia in cui in poco più di dieci anni i poveri sono quadruplicati, la percentuale di disoccupati resta altissima, i working poor sono la maggioranza tra i lavoratori. Tradotto in termini concreti, significa che abbiamo oltre un milione di bambini che vivono in ambienti malsani e scarso cibo, milioni di giovani bloccati in un limbo di sofferenza e povertà, cinquanta-sessantenni che non hanno lavoro ma non possono accedere a nessun sussidio perché non ne esiste praticamente nessuno e devono aspettare fino a 67 anni per avere un assegno sociale miserevole che consentirà loro di fare la spesa e poco altro.

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Ma come si fa a colpevolizzare una donna che lavora

Sui social media è stato abbondantemente stroncato, soprattutto da donne indignate da uno spot così platealmente assurdo, tanto colpevolizza le donne che lavorano e hanno figli invece che far loro un augurio gentile (come doveva essere per la festa della mamma). Ma vale la pena tornare sul tema, perché la pubblicità ci dice molto sulla mentalità collettiva e spesso esprime stereotipi molto saldi nella società italiana.

Anzitutto una breve sintesi del video, certamente concepito da mente maschile (non potrebbe essere diversamente): decine di donne vengono chiamate da un presunto responsabile dell’azienda che comincia a dire loro che non svolgono bene il loro lavoro, che trascurano compiti importanti, che insomma tutto va molto male nel modo in cui si comportano. Le donne reagiscono con stupore, amarezza, alcune sono impaurite, altre arrabbiate. Ma a un certo punto si svela il mistero: entrano nella stanza i figli di quelle madri, le quali che  si lasciano andare al pianto per il sollievo, visto che capiscono che si tratta di uno scherzo. Quei bambini, però, chiedono alle mamme maggiore vicinanza, di essere presi più spesso all’asilo, di stare più spesso insieme, insomma in pratica sbattono platealmente loro in faccia il conflitto lacerante che le donne, specie italiane vivono tra lavoro e maternità. Fine dello spot.

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Stipendi, perché ci vergogniamo a dire quanto guadagniamo

Un giornalista del Guardian si è divertito a scendere in strada e chiedere ai passanti quante sterline guadagnassero all’anno. Le risposte sono state quasi sempre negative, vaghe, imbarazzate, quasi fosse un tabù. Ebbene, mi sono immaginata la stessa domanda calata in Italia, un paese anni luce diverso dalla Gran Bretagna proprio rispetto al mercato del lavoro e alla meritocrazia. Anche qui la risposta evasiva sarebbe stata identica, come mi è capitato d’altro canto di osservare più volte chiedendo alle persone che incontro – lo faccio spesso, è una tentazione irrefrenabile, ad esempio con commesse, al barista, al dipendente del parrucchiere et – che tipo di contratto abbiano e se siano o meno sottopagati.

Ma il motivo per cui in Italia ci si vergogna di dire il proprio reddito è molto diverso da altri Paesi. Ed è cambiato radicalmente nel tempo. Nei periodo pre-crisi, e ancor più negli anni Ottanta e Novanta, a tacere erano soprattutto i lavoratori autonomi, molti dei quali evadevano con il semi-consenso dello Stato. Oggi, invece, la situazione si è ribaltata. Chi ha uno stipendio pubblico unito a un ruolo importante, così come chi ha una pensione abbondante frutto del sistema retributivo, evita di rivelare il proprio reddito, visto il clima anticasta e il rancore sociale, pure legittimo, da parte di è stato escluso da ogni privilegio.

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Alfie Evans, le mie risposte alle vostra critiche

Ho ricevuto centinaia e centinaia di commenti, alcuni positivi, moltissimi negativi, molti veri e propri insulti di ogni genere, per aver scritto che l’intervento del governo italiano sul caso Alfie – la cittadinanza concessa in due ore, l’aereo pronto per partire, l’intervento del Bambino Gesù e di altri ospedali – era a mio parereassurdo, incomprensibile, dettato da semplice zelo ideologico. In pochi però si sono soffermati sulla mia critica ai politici italiani, quasi tutti hanno inteso che io fossi apertamente a favore di uno Stato che stacca la spina a un bambino e lo lascia morire soffocato. Insensibile, senza cuore, fino ad arrivare all’epiteto di nazista.

A differenza di Michele Serra che parla di chattismo compulsivo che non considera “parola”, io rispetto ogni persona che decide di prendere “carta e penna” e scrivere. Credo che in ogni commento possa esserci un seme di verità, persino nei peggiori, quelli scritti con rabbia, livore, vero e proprio odio. E dunque, se i commenti erano centinaia, evidentemente ho toccato una corda sensibile, forse la più sensibile: quella che riguarda la cura di un bambino, la sua protezione, un gesto primario e ovvio, contro la scelta di “sopprimerlo”, lasciandolo senza aria e acqua.

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