Altro che scuole di scrittura, per fare letteratura ci vuole talento (e senso del tempo)

Siete scrittori – o aspiranti tali – che ambite a vedere pile del vostro romanzo nelle librerie, andare in tv, scalare le classifiche, vendere i diritti per un film con gli attori alla moda e magari dovervi persino trasferire in Irlanda per non pagare le tasse? Questo libro non fa per voi, accomodatevi tranquillamente altrove (con l’unico, trascurabile, rischio di “perdere l’anima”). Ma questo libro non è per voi neanche se siete scrittori – o aspiranti tali – che sperano di trovare regole e precetti su “come scrivere cosa”, una sorta di prontuario alla stregua di quelli propinati a caro prezzo da inutili scuole di scrittura. E allora perché chiamare un libro Come scrivere un romanzo giallo o di altro colore (Bollati Boringhieri)? L’autore – Hans Tuzzi, pesudonimo di Adriano Bon, autore di saggi e romanzi gialli – lo spiega con un parallelismo: proprio come tra noi e i bonobo le differenze in termini di dna si quantificano al 2%, così “tra romanzo di genere e alta letteratura vi è in comune assai più di quanto si creda”. Ecco allora che questo manuale colto e divertito diventa un libro su cosa significhi fare letteratura. Quella tale, punto, senza neanche bisogno di aggiungere “di qualità”.  I consigli ci sono, anche se sono quelli che meno ti aspetti: leggere, anzitutto, soprattutto “autori dei secoli passati, meglio se scienziati, artisti, viaggiatori o mercanti”; conoscere davvero la lingua nella quale si scrive (ad esempio sapere cos’è il “trabattello” o il “girabacchino”); rifuggire dai luoghi comuni “persino più che dal lieto fine”; coltivare l’arte di perdere tempo, perché “l’utilitarismo è il solo e vero futilitarismo”, infischiarsene del mercato, evitare di lisciare il pelo al lettore (“scelta che fa di noi dei prosivendoli”). Lo stile, poi, deve essere rigoroso e senza virtuosismi, le parole mai scontate, ma neanche incomprensibili. Occorre “evocare ma non enunciare, suggerire ma non declamare, rappresentare ma non sentenziare, accennare ai sentimenti ma rifuggire dal sentimentalismo”. E poi divertire, appassionare e sorprendere: “In breve essere intelligenti”.

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Professionisti su Facebook, tanta esibizione, poca deontologia

“Scusate, qualcuno ha visto il mio paziente delle nove e mezza?”. È mattina e uno psicoanalista vuole assolutamente far sapere ai suoi amici di Facebook che la seduta salterà causa latitanza dell’interessato. Poco dopo, è la volta di una psicoterapeuta, la quale senza retropensieri condivide nella sua bacheca “quella meravigliosa sensazione di rilassamento che ti viene il venerdì sapendo che il giorno dopo non avrai pazienti”. E poi c’è l’avvocato che commenta con fare ironico il pessimo vestiario di una sua assistita; o la commercialista che spiffera i redditi di una cliente (sia pure in forma anonima), che dichiara quasi niente ma va in giro col cane di razza. Per non parlare della selva di professori e insegnanti che sparla a destra e sinistra degli studenti sul social di Zuckerberg.

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«Laureati e artigiani: ecco perché aver studiato ci serve ancora»

La prossima volta che entrate in un locale non date per scontato che il ristoratore sia un becero illetterato: potrebbe avere in tasca, una laurea in lettere o in matematica. E quando chiamate il tecnico per l’antenna fermatevi un attimo a pensare che, sì, potrebbe essere un filosofo o un biologo. Sempre più laureati in materie “speculative” decidono, con successo, di riconvertirsi in mestieri pratici. Per la crisi, ma anche per la voglia di cambiare aria. Gli esperti lo confermano: “Chi ha una preparazione tecnica fa più fatica cambiare”, spiega Benedetto Vertecchi, “mentre chi non sa ‘fare nulla’ riesce più facilmente a inventarsi un lavoro, magari creativo”. Cervelli felicemente “riadattati”, insomma.

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Divorzio, d’ora in poi assegni più bassi per le donne

All’indomani della sentenza della Corte di Cassazione che ha cancellato il parametro del “tenore di vita” in caso di divorzio, rivoluzionando il diritto di famiglia, l’opinione pubblica sulle conseguenze della decisione dei giudici sui coniugi “deboli” che percepiscono l’assegno di mantenimento, nella quasi totalità le donne, è più divisa che mai. Da un lato le associazioni dei padri separati, che esultano per una sentenza che potrebbe mettere fine alla situazione degli uomini che vivono sotto la soglia di povertà (4 milioni per l’associazione Adamo). Dall’altro, alcune associazioni cattoliche, come ad esempio il Forum delle associazioni familiari, che denuncia il rischio che “nel caso di famiglie della media e piccola borghesia, il coniuge debole – ad esempio una moglie che ha dedicato la vita alla famiglia – possa trovarsi in una situazione di povertà”. Ma teme anche parte delle femministe, per le quali saranno colpite quelle donne senza lavoro o con un lavoro precario – la maggioranza in Italia – insieme alle intellettuali che da sempre si occupano di donne, come la sociologa Chiara Saraceno, secondo cui “il tenore di vita è frutto di un lavoro comune, e perciò dire, quando un matrimonio finisce, che tutto questo non conta, perché ci si è sposate da ‘libere ed eguali’, è un’ipocrisia”.

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La Montessori è cool, ma la sua scienza è rimasta sulla carta

Su quel testo aveva lavorato a più riprese Maria Montessori, senza riuscire però a concluderlo. Così la trilogia che includeva “Psicogeometria” e “Psicoaritmetica” (usciti in Spagna nel 1934) era rimasta fino ad oggi tronca del terzo volume, “Psicogrammatica”. Volume che finalmente esce in Italia, per la prima volta in assoluto nel mondo, grazie al lavoro di Clara Tornar, ordinaria e direttrice del Centro di Studi Montessoriani dell’Università di Roma Tre, e di Grazia Honegger Fresco, allieva di Maria Montessori e direttrice per oltre vent’anni della Scuola Montessori di Castellanza (FrancoAngeli). Già il titolo racconta di una rivoluzione nel modo di pensare la grammatica: non tanto arida disciplina d’insegnamento, ma vero strumento di sviluppo psichico del bambino. “Montessori era convinta”, spiegano le curatrici, “che il bambino possedesse già una sua grammatica implicita acquisita parlando, e che pertanto l’insegnante dovesse solo aiutarlo a scoprire gli elementi funzionali del linguaggio attraverso l’azione e il movimento, la vista e il tatto”. E infatti il libro contiene ben 98 figure che ricordano l’importanza di ricorrere sempre alla raffigurazione grafica per descrivere le varie sfumature del linguaggio. “Nel libro ciascuna parte del discorso – nome, verbo etc – viene legata a un simbolo e a un colore, e i bambini lavorano associando materialmente le varie parti all’interno di una frase che può essere modificata spostando i vari elementi, in modo da scoprire la grammatica implicita nel loro linguaggio”. Continua a leggere

Disney corre ai ripari: contro Netflix arriva Andi Mack

Quando gli indici d’ascolto sono apparsi sullo schermo, Gary Marsh, presidente mondiale di Disney Channel, ha fatto un salto sulla sedia. I dati Nielsen di qualche settimana fa indicavano un meno 18 per cento di spettatori tra i bambini dai 2 agli 11 anni rispetto al febbraio del 2016. Un crollo verticale, che racconta di una migrazione in massa dei nuovi teen ager, sempre più precoci e sempre più in cerca di prodotti che possano rispecchiarli, verso canali come Netflix – giudicata assai più “cool” – oppure You Tube. Che Netflix faccia molta paura lo ha ammesso anche Robert A. Iger, amministratore delegato Disney, che durante l’ultima conferenza con gli analisti dell’industria ha ricondotto i bassi indici di ascolto alla proliferazione di canali su Netflix, ma soprattutto all’avvitamento su se stesso di Disney Channel.

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L’Ama latita? Ci pensa Kenneth

«È curioso: tutti pensano che a noi non vada di fare nulla, invece a stare fermi tutto il giorno stavamo impazzendo. Pulire le strade è stata una decisione naturale». Kenneth è nigeriano, ha 24 anni e ha appena finito di bonificare un pezzo di strada in un borghese quartiere romano: cartacce, pezzi di plastica, mucchi di foglie, cacche di cane – qui raccoglierle è un optional – che poi rovescia in immensi bustoni, lasciando il marciapiede intonso. Non è l’unico a Roma: con altri quattordici amici, con i quali ha viaggiato insieme sui barconi provenienti dalla Libia, si sono divisi la mappa della città. Continua a leggere

Trump, la satira continua a ringraziare

Presto diventerà pure un libro, scritto con l’attore e scrittore Kurt Andersen, e si chiamerà You Can’t Spell America Without Me: the Really Tremendous Inside Story of My Fantastic First Year (Penguin Press). La celebre parodia di Trump di Alec Baldwin sul Saturday Night Live – diventata grazie a lui trasmissione di culto – finirà infatti sulle pagine, anche se lascerà, dopo sei mesi, lo schermo, perché, dice l’attore, “non so più come le persone possano prenderla”. Nell’ultimo, esilarante, video, Trump-Baldwin vuole sconfiggere un attacco alieno “facendo tornare il carbone”. Quando il suo generale gli fa presente che in California sotto tutti morti, domanda “even Arnold?”, poi farnetica indicando due soldatesse nere come “la razza aliena”, infine quando gli alieni arrivano davvero e chiedono chi sia il leader finge di non esserlo, ma viene scoperto, mentre gli alieni festeggiano (“Ma allora è facile!”).

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«Omosessuale e sieropositivo, il buddismo mi ha salvato»

 

È una delle voci più conosciute d’Italia eppure lui si definisce “timido”, “diversamente emotivo”, finito alla radio per sbaglio, “un paradosso, io volevo fare l’attore e invece il mio successo è venuto dalla voce”. Oggi rivela di sé cose sconosciute a tutti, persino a chi gli sta vicino, amici e parenti: non solo che è dal 20 novembre del 1989 che recita tutti i giorni, mattina e sera, Daimoku e Gongyo, le preghiere quotidiane dei buddisti dell’Istituto italiano della Soka Gakkai ma, anche, che dopo aver molto amato, senza esserne contagiato, un uomo poi morto di Aids ha scoperto anni dopo di essere lui stesso sieropositivo. Tutto questo Antonello Dose, che da quasi ventidue anni conduce con Marco Presta la popolarissima trasmissione radiofonica Il ruggito del coniglio, lo racconta per la prima volta nel libro La rivoluzione del coniglio. Come il buddismo mi ha cambiato la vita (Mondadori).

Dove spiega come la pratica buddista lo abbia radicalmente trasformato e insieme protetto, “insomma c’ho un culo sfondato, il lavoro mi è sempre andato benissimo, mi sono comprato una casa con i miei soldi e ho persino trovato l’amore”. E di come, ancora più importante, stia imparando a non disperarsi delle perdite, “ma a salutare con gioia qualcuno che se ne va. Anche rispetto a Piero non provo né dolore né malinconia”.
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Rilanciare la poesia? Basterebbe leggerne una prima del tg

«Ho visto di tutto: scrittori, insegnanti, avvocati, operai, studenti, suore di clausura e persino carcerati. D’altronde i poeti hanno sempre un secondo lavoro, altrimenti morirebbero di fame». Nicola Crocetti è il fondatore di una delle poche case editrici “pure” di poesia – Crocetti editore, appunto – ma è anche l’editore della rivista “Poesia”, un piccolo miracolo editoriale che ancora riesce a vendere quasi 20.000 copie. Eppure è scettico sul futuro della poesia – “la comprano solo i poeti” – e ancor più sugli aspiranti poeti, “ripiegati su se stessi, sui propri amori finiti male, incapaci di fare poesia civile”. “Ormai gli autori hanno settanta, ottant’anni, ci vorrebbe un ricambio generazionale”, incalza Michelangelo Camelliti, fondatore di Lieto Colle editore e “cartolibraio per sopravvivere”. Sembra difficile dar loro torto nel giorno in cui si celebra la Giornata Mondiale della Poesia: gli ultimi dati disponibili dell’Associazione Italiana Editori (i nuovi arriveranno in aprile) parlano di 527.000 libri di poesia venduti nel 2014, oltre il 20% in meno rispetto al 2009, per un fatturato di 6.248.128 euro, pari allo 0,59% del mercato. Continua a leggere