Femminicidio, perché le donne continuano a morire

Stupite, critiche, indignate: le esperte di violenza sulle donne – statistiche, avvocate, sociologhe, persone che lavorano sia sul campo o che sulla violenza fanno ricerca da anni – non riescono a capacitarsi che la Polizia di Stato abbia diffuso, in vista della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, un rapporto, Questo non è amore, in cui il numero dei femminicidi relativi al 2018 risulta di sole 32 donne morte, perché la gran parte dei 94 omicidi non sono considerati tali. A contestare la cifra è, anzitutto, chi i femminicidi li conta da oltre tredici anni, cioè laCasa delle donne per non subire violenza di Bologna, unica banca dati italiana, visto che nel nostro Paese non esiste ancora un Osservatorio nazionale sulla violenza sulle donne. “Da oltre tredici anni noi raccogliamo i dati dei femminicidi, e lo facciamo basandoci solo sulla cronaca, il che significa che anche i nostri sono ampiamente sottostimati”, spiega Anna Pramstrahler. “Al contrario di quanto sostiene la Polizia, purtroppo, il dato è abbastanza fermo, negli ultimi anni siamo sempre su circa 120 donne uccise all’anno. Da gennaio ci risultano 82 donne uccise, 50 in più del dato del Ministero. Il fatto è che quando analizzi gli omicidi devi sapere esattamente cos’è un femminicidio. Noi utilizziamo la definizione delle Nazioni Unite”.

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Psicofarmaci, ecco quando danneggiano il cervello e come sospenderli

Depressione grave, mania, psicosi, violenza, idee di suicidio. Sono alcune delle conseguenze che possono scaturire dalla sospensione di un trattamento con psicofarmaci. A sostenere queste tesi è lo psichiatra statunitense Peter R. Breggin nel libro La sospensione degli psicofarmaci. Un manuale per i medici prescrittori, i terapeuti, i pazienti e le loro famiglie (tradotto dalla farmacologa Laura Guerra per la casa editrice Giovanni Fioriti). Breggin, medico e ricercatore, da molti anni sulla scena della psichiatria americana, ha fondato nel 1972 l’International Center for the Study of Psychiatry and Psychology. Perito medico in moltissimi processi contro le cause farmaceutiche, ha scritto libri celebri, come Medication Madness (sul legame tra psicofarmaci e crolli emotivi, suicidi e atti violenti), The Ritalin Fact book (sul controverso farmaco somministrato ai minori), Reclaiming our children (sull’iperdiagnosi dell’Adhd sui bambini e l’uso di farmaci), Toxing Psychiatry (sul valore terapeutico della psicoterapia rispetto a psicofarmaci ed elettrochoc).

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Affido condiviso in salsa leghista, una catastrofe

Non c’è pace per i milioni di genitori italiani separati, già provati dalla doppia sentenza della Cassazione a partire dal caso Grilli-Lowenstein (abolizione dell’assegno divorzile, poi parzialmente reintrodotto). Quella contenuta nel disegno di legge del senatore leghista Simone Pillon – avvocato cattolico, anti-abortista, anti-utero in affitto, anti-gender, organizzatore di vari Family Day e già noto per la sua accusa di stregoneria alla responsabile di un progetto multiculturale di fiabe nelle scuole di Brescia – è infatti un’autentica rivoluzione. Innescata in nome dei diritti dei padri separati e del loro appellarsi sempre più frequente a quella “sindrome da alienazione parentale”, a volte applicata dai tribunali ma priva di fondamento scientifico e molto criticata dalle donne che si occupano di violenza. Ma cosa sostiene, in sintesi, la proposta Pillon? Si parte da un fatto reale, ossia il sostanziale fallimento della legge sull’affido condiviso, che in Italia riguarderebbe solo il “3/4% dei minori”, tutto il contrario di altri paesi europei. Al fine di “garantire l’effettiva eguaglianza tra padre e madre nei confronti dei propri figli”, si introduce il principio della doppia residenza per i minori: questi ultimi dovranno risiedere in ciascuna per un minimo di 12 giorni al mese. Altro istituto previsto è quello del mantenimento diretto dei due coniugi, contro “l’idea antiquata dell’assegno”, che dunque cade in toto, mentre l’assegnazione della casa al genitore prevalente viene definita una “mostruosità” probabilmente incostituzionale, tanto che si prevede chi resta debba pagare l’affitto all’altro. Quanto al tema dell’alienazione, sotto la dicitura di “diritti relazionali” si sancisce l’allontanamento immediato del coniuge che ostacoli un rapporto equilibrato e continuativo se il figlio manifesta, appunto, rifiuto o alienazione. Continua a leggere

Sport per bambini, un salasso che lascia fuori i poveri e ci priva dei talenti

 
Fosse la retta, 600 euro all’anno, sarebbe uno scherzo. Ma poi, scarpini a parte, c’è l’acquisto del kit, tute e completini e pure il giaccone, con un costo che può arrivare fino a 200 euro. Ma il peggio, economicamente parlando, sono i tornei. “Si paga per vederli giocare fuori casa, poi quando si va fuori regione ci sono i pranzi, le cene, la benzina. Un salasso”, dice Francesca, mamma di un teenager. “Pensi che noi genitori ormai compriamo tute di almeno una misura più grande per farle durare due anni”. Insomma, altro che due tiri a un pallone, oggi avere un figlio che gioca a calcio, sport nazionale, significa spendere anche uno stipendio all’anno. Non cambia molto, però, per gli altri sport, come il nuoto: 750 euro per un corso classico in una polisportiva federale (dove magari si paga anche il gettone del phon). Un anno di scherma, invece, costa “solo” 600 euro, ma poi “per l’attrezzatura – maschera, spada, divisa e guanto – si parte dai 300 euro”, dice Veronica, una mamma di Milano. Ma la palma degli sport più esosi va senz’altro all’equitazione, “100 euro al mese per una volta a settimana, più 150 di iscrizione più 17 di patentino, più 80 di kit ma senza stivali, quelli però li abbiamo presi da Decathlon”, dice un papà. Anche il tennis non scherza, specie se diventa preagonistico: “2.200 euro all’anno per tre volte al giorno”, spiega una mamma di Roma. E poi c’è la “mazzata” dei saggi, per i quali si può arrivare persino a 400 euro. Di tutte queste spese – a cui vanno aggiunte l’iscrizione, il certificato medico che il medico di base si fa pagare, la visita per l’elettrocardiogramma – lo Stato ti consente di scaricare il 19% di 210 euro, in pratica 40 euro e solo a partire dai 5 anni. Una goccia nel mare.

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Assia Montanino, cliché da Medioevo

Nel paese in cui la stampa e i talk show si stracciano le vesti per i giovani senza occupazione o precari accade che una ventiseienne che viene assunta per un lavoro vero e proprio sia vittima degli attacchi di un quotidiano, diventati virali, proprio in virtù del suo essere giovane (e donna). Lo ha fatto “Il Giornale”, criticando Assia Montanino – chiamata da Di Maio a ricoprire il doppio ruolo di segretaria particolare del ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico con un compenso di 72.398.000 euro – perché di lei non ci sarebbe traccia archivi della Pubblica Amministrazione e perché nel suo curriculum non figurerebbero, laurea in Economia a parte, “ruoli apicali”. Ora, come ha chiarito lo stesso Fattoquotidiano.it, difficilmente Assia Montanino sarebbe potuta figurare nella PA, visto che il capo della segreteria e il segretario particolare del ministro, dice il regolamento, “sono scelti tra persone anche estranee alla pubblica amministrazione sulla base di un rapporto fiduciario”. Inoltre sarebbe davvero arduo aver ricoperto ruoli di alta responsabilità a soli 26 anni, età alla quale i suoi detrattori probabilmente non avevano neanche la laurea. Eppure niente: Assia Montanino, scelta da Di Maio proprio perché conosciuta e quindi persona fidata, diventa subito l’espressione della casta, del clientelismo, della promozione e raccomandazione di parenti e amici. Ma non basta: sempre il “Giornale” si è cimentato in una comparazione tra il suo stipendio e una serie di mestieri con paghe inferiori: il chirurgo a 38.000 euro l’anno, la segretaria di direzione in un’azienda a 18.000 euro, un avvocato a 10.000 euro l’anno. Insomma, il fatto che in Italia il lavoro viene sfruttato diventa un’accusa contro chi invece tale non è, quasi fosse stato meglio che Di Maio avesse assunto una segretaria a 5000 euro l’anno, magari in nero. Il motivo di tale avversione è soprattutto uno: nel nostro paese sembra ancora scandaloso che una donna possa guadagnare 70.000 euro l’anno (infatti non accade quasi mai), tanto che il suo predecessore, segretario del ministro Calenda, viene addirittura elogiato, anche se percepiva lo stesso identico compenso senza che nessuno avesse da obiettare e senza che nessuno lo chiamasse con disprezzo “compaesano”. Ma la critica peggiore, anche se implicita, è quella di Assia Montanino “amica”, “amichetta” secondo “Libero”: insomma l’altro stanco e becero stereotipo, purtroppo diffuso pure tra le donne, della donna assunta grazie ad una relazione sessuale. Se sei giovane e carina e hai un ruolo di peso allora sei passata attraverso uno o più letti, illazione che nessun uomo deve sopportare. La reazione Di Maio a tutto questo è stata giusta – parlare di “schifo” e “stampa spazzatura” era quasi il minimo – ma è apparsa eccessivamente sulla difensiva quando il vicepremier si è spinto a dire che Assia Montanini è la figlia di un commerciante che ha denunciato i suoi usurai: effettivamente, non sarebbe cambiata una virgola se fosse stata figlia di nessuno, o di un commerciante normale. Si è difesa invece benissimo l’interessata, che ha risposto in maniera spiazzante dicendo che, avendo un doppio ruolo, avrebbe diritto a due stipendi e che la cifra che prende copre un impegno di sette giorni su sette senza limiti di orario e con responsabilità importanti. E poi ha aggiunto: “E’ triste notare come un giovane in Italia debba costantemente difendersi dalle accuse di incompetenza, solo per un fattore legato all’età anagrafica. Come donna osservo anche che in questi articoli e nelle foto private che sono state pubblicate, c’è un sessismo nemmeno troppo velato, e mi chiedo: se il Capo segreteria fosse stato un uomo cosa sarebbe successo? Purtroppo certi media contribuiscono non solo a diffondere falsa informazione, ma anche a inchiodare l’Italia a un medioevo culturale”. Chapeau.

(Uscito sul Fatto quotidiano di venerdì 20 luglio).

Coldiretti attacca i vegani, ma sbaglia tutto (e diffonde fake news)

Saranno pure assillanti e un po’ ossessivi protettori degli animali, gente con la tendenza all’evangelizzazione, ma di sicuro è difficile non essere d’accordo con quelli della LAV, specie quando venerdì hanno attaccato la “teatrale grigliata dell’orgoglio carnivoro”, organizzata da Coldiretti a Torino il 16 giugno scorso. In occasione del “Bistecca Day”, infatti, la principale organizzazione degli imprenditori agricoli italiani ha pensato bene di preparare il terreno al sanguinolento evento attaccando vegetariani e vegani. E lo ha fatto tirando fuori dal cappello di un Rapporto Eurispes del gennaio scorso il dato secondo cui i seguaci della dieta vegana sarebbero scesi dal 3% allo 0,9% di quest’anno: solo 460.000 eccentrici, assimilati insensatamente a fruttariani e melariani, si ostinerebbero a seguire la “moda” vegana, mentre oltre un milione di cittadini, comunicava gongolante Coldiretti (e la notizia faceva il giro del web), sarebbero tornati ad abbuffarsi di uova, latte e carne. Peccato però che, andando a vedere quello che c’è scritto nel Rapporto Eurispes, si scopre che il “totale di chi ha optato per un regime vegetariano e vegano si è mantenuto costante, con valori compresi tra il 7 e l’8%”. Continua a leggere

Querele e 6 euro al pezzo, ecco perché fare il giornalista è diventato sempre più difficile

È sempre emozionante per chi fa questo mestiere festeggiare la Giornata Mondiale della Libertà di Stampa (World Press Freedom Day). È un modo per ricordare quanto sia prezioso il mestiere che facciamo, al di là delle critiche, spesso giuste, sull’abbassamento della qualità degli articoli, l’assenza diffusa di spirito critico, la scarsa indipendenza. Normalmente in questa giornata si ricordano soprattutto i reporter, spesso freelance, uccisi dalle guerre oppure da dittature ancora ben salde al potere. Numeri purtroppo drammaticamente in crescita. L’ultimo, sconvolgente, caso è l’attentato avvenuto in Afghanistan, dove sono rimasti uccisi 9 giornalisti accorsi proprio sul luogo di un attentato per raccontare l’accaduto e lì uccisi. Una vicenda incredibile, che avrebbe dovuto finire, parlando di stampa, sulle prima pagine dei giornali, ben sopra le notizie su un governo che non riesce a formarsi.

Ciò di cui però raramente si parla in questa giornata, perché è un tema di cui nessuno scrive, sono gli ostacoli e le avversità che chi fa il nostro mestiere oggi si trova di fronte. Per capirle bisogna cambiare l’immaginario che la maggior parte della gente ha di di un giornalista. E cioè quello di una persona che lavora, come dipendente, in una redazione e che viene inviata, sempre come dipendente, all’estero o dove occorra raccontare la realtà. Oggi la maggior parte dei giornalisti, dicono i numeri, è freelance, il che significa che non lavora in una redazione ma altrove. Che deve farsi carico di tutte le spese che questo mestiere comunque comporta (basti pensare agli spostamenti) e rispondere direttamente di ciò che scrive, senza mediazioni o tutele. Una persona di questo tipo sarà molto più fragile di fronte a una querela, che oggi purtroppo è facile ricevere grazie a una legge, fatta da politici miopi e meschini, totalmente sbilanciata a favore di chi fa intenta la causa. Se infatti un potente o un ricco decide che un certo articolo gli dà fastidio, fosse anche per una parola, può querelare il giornalista anche per milioni di euro senza alcuna conseguenza, come invece accade in altri paesi se la querela è pretestuosa, cioè non fondata. Ciò significa mettere in ginocchio chi fa questo mestiere, che sarà costretto a prendersi un avvocato ed entrare in un girone da incubo, nel quale rischia di perdere i suoi pochi beni, come la casa di proprietà o le sue scarse entrate. Mentre nel caso vincesse, avrebbe solo il rimborso delle spese giudiziarie. Un’assurdità.

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Ferragni-Fedez, perché la stampa italiana si sta coprendo di ridicolo

 

Chiara più bella che mai a pochi giorni dal parto, Chiara che mostra le curve materne, Chiara che cucina un occhio di bue. E poi lo scoop sul presunto concepimento sul palco del Rugby Sound di Legnano, la gara a capire a chi assomiglia più Leoncino, le foto della famiglia in ospedale, sul divano, a mangiare la pizza fuori, ovunque. La stampa italiana, e parlo di giornali nazionali, non di siti semi sconosciuti di gossip, non fa che produrre in massa articoli sulla coppia Fedez/Ferragni. Tutti uguali: descrittivi, privi di analisi o riflessione, scritti con un linguaggio infantile, da sito rosa di second’ordine, tutti tesi ad esaltare la tenerezza del momento, la perfezione della madre, la dolcezza di Baby Raviolo. Tutti a entusiasmarsi per i primi vestiti – decine di articoli emozionati sulla tutina Petit Bateau – tutti  a trepidare per la data del matrimonio. Insomma sembra che la stampa italiana di fronte ai due abbia buttato il cervello alle ortiche, con i giornalisti trasformati in dediti followers intenti a mettere cuoricini alla loro coppia preferita

 

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Perché il reddito minimo va bene (ma non è il reddito di cittadinanza)

C’è una figura che si aggira silenziosa in Italia da decenni, nell’indifferenza generale. È il povero, dimenticato dalle politiche sociali di tutti i governi. Un povero che cambia volto, e se ieri era l’uomo di mezza età all’osteria oggi è una persona, giovane o donna, che spesso lavora tutto il giorno eppure non ce la fa a vivere. Se dunque, per la prima volta nella storia italiana, un movimento decide di mettere al centro dell’agenda politica la questione della sussistenza di chi non ha reddito ci si dovrebbe aspettare una reazione di plauso unanime. Invece buona parte dei politici e pure dei giornalisti, fino a ieri fieri riformisti, ha vestito improvvisamente panni socialdemocratici per gridare “no al reddito garantito, sì al lavoro” e “stop all’assistenzialismo”, come se assistere chi ha bisogno fosse qualcosa di negativo, come se i poveri dovessero vergognarsi, come accadeva nel Medioevo. “O peggio”, commenta Emanuele Murra, ricercatore sul reddito di cittadinanza e autore di Per un reddito di cittadinanza. Perché dare soldi a Homer Simpson e ad altri fannulloni, “perché il Medioevo aveva almeno una sua etica del povero, visto come Alter Christus”. “Se prima di occuparmi di chi soffre bisogna fare la riforma dei centri per l’impiego, abolire il lavoro nero, raggiungere la piena occupazione è chiaro che non si farà nulla”, spiega un altro esperto di reddito minimo, Luca Santini, presidente del Basic Income Italia (Bin), di cui è appena uscito Reddito di base, tutto il mondo ne parla (con Sandro Gobetti). “Con questa mentalità – la paura del furbetto, le possibili inefficienze – non avremmo mai fatto neanche il Servizio Sanitario Nazionale”. Continua a leggere

Altro che #metoo, ecco la nostra vita di donne reali. Ricattate, molestate, mal curate

Esce oggi otto marzo Nome di donna, il film di Marco Tullio Giordana sul tema delle molestie sessuali. Protagonista una donna, Cristiana Capotondi, che ha la forza di andare oltre le resistenze di ogni tipo, anche delle stesse vittime. Nel mondo reale, però, le cose vanno pure peggio. “Sono una madre single, ho un contratto a termine e subisco molestie ogni giorno dal proprietario per cui lavoro. Non posso perdere il posto, né denunciarlo, perché le voci girano e nessuno mi assumerebbe”, racconta Francesca, magazziniera di una farmacia. Francesca non è sola, visto che, come ha certificato l’Istat, sono state 3 milioni e 118mila (il 15,4%) le donne che negli ultimi tre anni hanno subito molestie. Specie nei luoghi di lavoro, dove i casi aumentano, anche se quasi nessuna denuncia. “Le lavoratrici oggi sono così deboli che il rapporto di forza è tutto a favore del datore di lavoro. La crisi favorisce le molestie”, spiega Nadia Somma, esperta di violenza contro le donne e consigliera di D.i.Re (Donne in rete contro la violenza). Continua a leggere