La Torre di Pisa? È a Roma. E la Pietà son Giulietta e Romeo: gli strafalcioni dei turisti

“Ma che vuol dire BC, before computer? Ah no, forse è before Columbus!”. Se pensate che una domanda tanto bizzarra, e soprattutto rivelatrice di un’ignoranza abissale della storia umana, sia un’eccezione, vi sbagliate. Per le nostre guide turistiche, spesso laureate e iper specializzate, interrogativi come questi sono all’ordine del giorno. Negli oltre vent’anni di questo lavoro, ad esempio, Roberta – storica dell’arte e guida turistica romana – ha visto di tutto: “Ricordo un gruppo di ingegneri indonesiani arrivati in visita al Colosseo. Appena scesi, hanno chiesto dove fosse la Torre di Pisa, e quando gli ho spiegato che era a quattro ore di macchina sono andati via (non sapete quante persone la cercano a Roma). E poi ci sono quelli che entrano a San Pietro e mi domandano dove sia la tomba di Gesù, così come è pieno di gente che vuole vedere il Cenacolo di Leonardo. Domande assurde anche di fronte alla Pietà di Michelangelo: c’è chi mi ha chiesto quale dei due fosse Gesù, o se fossero Giulietta e Romeo. Ma l’apoteosi credo sia stata raggiunta dentro la Cappella Sistina: appena entrati, un signore mi chiede: scusi, ma che dobbiamo fare ora?”. Continua a leggere

Clima, scienziati compatti. E i politici?

Emissioni: questa è la parola chiave da cui dipende il nostro futuro, anzi la nostra stessa sopravvivenza. Lo dicono le 545 pagine dello studio statunitense, studio che rientra nel National Climate Assessment (la valutazione sul clima richiesta dal Congresso americano ogni quattro anni), redatto da 13 agenzie federali che si occupano di cambiamento climatico e pubblicato ieri, anche se ancora sotto forma di bozza, dal “New York Times”, nel timore che Trump possa in qualche modo insabbiarne le conclusioni. Conclusioni che affermano con certezza che gli effetti del cambiamento climatico, di cui è causa sicura e diretta l’uomo, sono già reali, visto che le temperature medie negli Stati Uniti hanno toccato il loro livello più alto da 1.500 anni, con un aumento di 0.9 gradi dal 1880 al 2015 e che potrebbe arrivare, ma solo se si riducono radicalmente le emissioni, a 2 gradi centigradi entro la fine del secolo. Aumento oltre il quale lo scenario si farebbe catastrofico, con ondate di calore molto intense alternate a violente tempeste di pioggia, mentre il livello degli oceani, a causa del rapidissimo riscaldamento dell’Alaska e delle zone artiche, rischia di avere effetti tragici sulle zone costiere.

Continua a leggere

Sagre, che ci importa dell’afa, ecco i cibi da clima delle steppe

Mentre i meteorologi, proiettati negli anni a venire, si affannano a costruire modelli di futuro, loro sono pervicacemente aggrappate al passato. E mentre l’Italia boccheggia per un caldo che gli scienziati del clima classificano come segno dell’imminente tropicalizzazione, loro voltano la testa all’indietro, riproponendo non solo mercatini di antiquariato, fiere del vintage e tornei di briscola, ma soprattutto – indifferenti ai consigli dei esperti anticaldo che intimano cibo leggerissimo e acqua a gogo –menu buoni per il freddo delle steppe, innaffiati da libri di birra e vino rosso. Sono le sagre italiane, sparse sul territorio: inamovibili, appunto, nei loro programmi e soprattutto nei loro piatti.

 

Continua a leggere

Clima, se il meteoweb riscopre l’Apocalisse

Non ne possiamo fare a meno: la visita compulsiva ai siti meteo, alla ricerca di previsioni sul prossimo futuro, dovrebbe entrare nel paniere Istat, tanto sono ormai ricercati questi auruspici on line che si moltiplicano come funghi sul web. E proprio per raccattare il maggior numero di clic, molti di loro – che non avrebbero molto da dire se non le temperature di pochi giorni a venire – hanno capito che non bastano le cartine, i grafici, i video con signorine in jeans attillati, ma occorre una svolta radicale: l’adozione di un linguaggio apocalittico, che cavalchi il terrore del cambiamento climatico. Uno dei siti più zelanti in merito è certamente Meteoweb.eu, che da settimane ormai porta avanti la bandiera dell’imminente autocombustione terrestre. “Saranno sette giorni terribili, drammatici. Era dal 1300 che l’Italia non viveva un periodo di caldo così intenso”. “Vivremo un periodo terribile, dal clima infernale”. E ancora: “Record storici stravolti”, “Shock termico”, “L’Italia arriverà a metà Agosto allo stremo”, “I mari rischiano di diventare bollenti”. Infine, la frase preferita: “Attenzione già da oggi quindi! Ma domani sarà anche peggio!”.

Continua a leggere

Zucchero via, sì ai grassi, il nuovo mantra alimentare

Era tempo che afferravi al bar anche la bustina marrone –identica all’altra bianca, lo sanno ormai anche i muri, ma ancora capace di dare l’impressione di qualcosa di integrale, biologico – con un vago senso di colpa, unito alla consapevolezza che prima o poi sarebbe arrivato lo studio che ti avrebbe stroncato quel semplice e innocuo gesto per ridurre l’amarezza di una giornata. E infatti è stato pubblicato da poco in Italia, edito da Sonzogno, il libro “Contro lo zucchero. Processo al peggior nemico della salute (e della linea)”, scritto dal giornalista scientifico Gary Taubes. Continua a leggere

Contro detox, paleodieta o tisanoreica meglio la dieta di mio nonno

Si potrebbe cominciare osservando ciò che si mangia, per scoprire che la cofana di spaghetti serale rasenta l’etto e mezzo e i fuori pasto sono troppi. E provare di conseguenza a ridurre semplicemente la quantità dei cibi. Poi si potrebbe riflettere sul (non) moto fatto ogni giorno, e capire che segnarsi alla palestrina sotto casa o qualsiasi altra struttura che ci metta in movimento è più indispensabile che l’ossessiva pesata dei cibi o il martellante studio delle loro combinazioni. Tutto questo senza consultare alcun nutrizionista, ormai una specie più inflazionata dei comunicatori, o la figura di moda del momento, il “biologo molecolare”. Invece no. Il buon senso ormai sembra non appartenere al mondo delle diete, che al contrario devono essere basate sulla scoperta scientifica del momento, prevedere un complicato accostamento degli alimenti che ne escluda forzatamente alcuni (quelli “cattivi”), costringere infine l’illuso “dimagrando” che solo acquistando costose barrette e polverine sostitutive otterrà i risultati sperati. Così la dieta, più che in un regime alimentare, si trasforma in religione, con i suoi riti, i suoi divieti, le sue illusorie speranze, i suoi guru, da cui gli obesi – ma spesso anche gente normale, convinta che cambiando regime alimentare potrà essere quasi immortale – si recano in pellegrinaggio, pronti però a tradire il loro santone non appena incontrano l’amica che è dimagrita più di loro. Eppure basterebbe uno sguardo d’insieme per capire che se esistono più diete che religioni, con alimenti che in alcune sono demonizzati e in altre celebrati, qualcosa non torna. C’è la dieta detox, quella del digiuno intermittente, la dieta senza glutine, la dieta crudista, quella fruttariana, la paleodieta, la tisanoreica, la dieta a zona, quella dell’indice glicemico, la dieta del gruppo sanguigno, quella che si basa sul DNA, la dieta degli enzimi e via dicendo. E poi certo, ci sono gli specialisti che sostengono che serva piuttosto un mangiare consapevole, un “mindful eating”, declinato in vari modi: ma la sostanza cambia poco, se bisogna sempre rivolgersi a qualcuno, tirare fuori i soldi, seguire un programma. Continua a leggere

«Tutti i danni delle psicosette»

All’inizio ha la vesti di una grande e affettuosa famiglia, che promette che nulla potrà accaderti (è la fase del “love bonding”). Poco dopo arriva l’indottrinamento basilare: tutto ciò che di positivo ti accade – viene detto – è merito della pratica spirituale; il negativo invece è un ostacolo per impedire la tua illuminazione e piena realizzazione. La terza fase assume le sembianze di una volontà di dominazione mondiale, che investe gli adepti della missione di illuminare gli altri. Ed ecco che si arriva alla fatidica spaccatura noi/resto del mondo, che diventa, quando quest’ultimo si oppone, un demone da trasformare oppure lasciare, che sia lavoro o famiglia. Sono i tratti comuni di quelle che L’Associazione Italiana Vittime delle Sette (AIVS), nata per dare sostegno ai fuoriusciti spesso ridotti in stato miserabile, chiama “psicosette”, ritenute assai più pericolose delle più folcloristiche, ma del tutto minoritarie, sette sataniche.

Continua a leggere

Altro che scuole di scrittura, per fare letteratura ci vuole talento (e senso del tempo)

Siete scrittori – o aspiranti tali – che ambite a vedere pile del vostro romanzo nelle librerie, andare in tv, scalare le classifiche, vendere i diritti per un film con gli attori alla moda e magari dovervi persino trasferire in Irlanda per non pagare le tasse? Questo libro non fa per voi, accomodatevi tranquillamente altrove (con l’unico, trascurabile, rischio di “perdere l’anima”). Ma questo libro non è per voi neanche se siete scrittori – o aspiranti tali – che sperano di trovare regole e precetti su “come scrivere cosa”, una sorta di prontuario alla stregua di quelli propinati a caro prezzo da inutili scuole di scrittura. E allora perché chiamare un libro Come scrivere un romanzo giallo o di altro colore (Bollati Boringhieri)? L’autore – Hans Tuzzi, pesudonimo di Adriano Bon, autore di saggi e romanzi gialli – lo spiega con un parallelismo: proprio come tra noi e i bonobo le differenze in termini di dna si quantificano al 2%, così “tra romanzo di genere e alta letteratura vi è in comune assai più di quanto si creda”. Ecco allora che questo manuale colto e divertito diventa un libro su cosa significhi fare letteratura. Quella tale, punto, senza neanche bisogno di aggiungere “di qualità”.  I consigli ci sono, anche se sono quelli che meno ti aspetti: leggere, anzitutto, soprattutto “autori dei secoli passati, meglio se scienziati, artisti, viaggiatori o mercanti”; conoscere davvero la lingua nella quale si scrive (ad esempio sapere cos’è il “trabattello” o il “girabacchino”); rifuggire dai luoghi comuni “persino più che dal lieto fine”; coltivare l’arte di perdere tempo, perché “l’utilitarismo è il solo e vero futilitarismo”, infischiarsene del mercato, evitare di lisciare il pelo al lettore (“scelta che fa di noi dei prosivendoli”). Lo stile, poi, deve essere rigoroso e senza virtuosismi, le parole mai scontate, ma neanche incomprensibili. Occorre “evocare ma non enunciare, suggerire ma non declamare, rappresentare ma non sentenziare, accennare ai sentimenti ma rifuggire dal sentimentalismo”. E poi divertire, appassionare e sorprendere: “In breve essere intelligenti”.

Continua a leggere

Professionisti su Facebook, tanta esibizione, poca deontologia

“Scusate, qualcuno ha visto il mio paziente delle nove e mezza?”. È mattina e uno psicoanalista vuole assolutamente far sapere ai suoi amici di Facebook che la seduta salterà causa latitanza dell’interessato. Poco dopo, è la volta di una psicoterapeuta, la quale senza retropensieri condivide nella sua bacheca “quella meravigliosa sensazione di rilassamento che ti viene il venerdì sapendo che il giorno dopo non avrai pazienti”. E poi c’è l’avvocato che commenta con fare ironico il pessimo vestiario di una sua assistita; o la commercialista che spiffera i redditi di una cliente (sia pure in forma anonima), che dichiara quasi niente ma va in giro col cane di razza. Per non parlare della selva di professori e insegnanti che sparla a destra e sinistra degli studenti sul social di Zuckerberg.

Continua a leggere

«Laureati e artigiani: ecco perché aver studiato ci serve ancora»

La prossima volta che entrate in un locale non date per scontato che il ristoratore sia un becero illetterato: potrebbe avere in tasca, una laurea in lettere o in matematica. E quando chiamate il tecnico per l’antenna fermatevi un attimo a pensare che, sì, potrebbe essere un filosofo o un biologo. Sempre più laureati in materie “speculative” decidono, con successo, di riconvertirsi in mestieri pratici. Per la crisi, ma anche per la voglia di cambiare aria. Gli esperti lo confermano: “Chi ha una preparazione tecnica fa più fatica cambiare”, spiega Benedetto Vertecchi, “mentre chi non sa ‘fare nulla’ riesce più facilmente a inventarsi un lavoro, magari creativo”. Cervelli felicemente “riadattati”, insomma.

Continua a leggere