Benedetto sia il cancro in pubblico

 

Sta succedendo qualcosa di importante, dirompente, nuovo nell’opinione pubblica italiana. Finalmente il cancro, soprattutto attraverso la vicenda di Nadia Toffa e ora le parole-rivelazione di Daria Bignardi, ha rotto il “soffitto di cristallo” dei mass media. Della televisione, anzitutto, e poi di rimando del web, attraverso i social media. Che hanno inondato la rete di messaggi sul tema, liberando una pulsione per troppo tempo trattenuta, per troppi anni rimossa.

Di cancro in pubblico, in realtà, si era già cominciato a parlare qualche anno fa, quando l’editoria aveva scoperto il tema dell’autobiografia dei malati. In poco tempo, le librerie erano state invase da storie di malati, anche famosi – ricordo in particolare L’albero dei mille anni del giornalista scomparso Pietro Calabresi, il magnifico Vivere la malattia senza farsi sopraffare di Sophie Cabbage, ancora Il regno di Op della giornalista Paola Natalicchio sulla malattia del figlio ma meriterebbero di essere citati in tantissimi – così come di libri sul tumore e sul modo migliore di curarlo, ad esempio attraverso l’alimentazione. Ma appunto, si trattava di un coming out editoriale, cerebrale, limitato.

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Perché Michelle Hunziker è simpatica ma non ci rappresenta

La prima cosa che noti di Michel Hunziker è il sorriso. Ride sempre, la bocca spalancata, gli occhi che le brillano. Non solo è bellissima, ma soprattutto è allegra, vitale, spontanea. Non gioca ruoli artefatti, non sa, né saprebbe, fingere, è esattamente come si presenta. Michelle Hunziker è Michelle Hunziker.

Proprio per la sua naturalezza durante la prima serata del Festival di Sanremoha gridato al suo secondo marito, Tomaso Trussardi: “Sei così bello che vorrei risposarti, ti amo!”. Niente di programmato, semplicemente una frase alla quale la soubrette svizzera certamente crede.

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Il maschio è un animale, le donne se ne facciano una ragione

L’uomo, tendenzialmente, non sa tenerselo nei pantaloni. E quello che lo fa eccitare è un corpo sexy, tette grosse, culo giusto, tacchi dodici e labbra rosse e turgide. Dal punto di vista sessuale, dunque, che una donna sia affascinante, brillante, coinvolgente e colta conta meno di zero. Perché quello che attrae il maschio è solo l’involucro.

Argomentazioni rozze di un produttore di film porno, piuttosto che di qualche isolato scrittore misogino? Per nulla. A sostenerle è un giovane professionista quarantenne, Mirko Spelta, in un libro – Scusa se ti chiamo stronzo, Piemme – nel quale sostiene di rappresentare la maggioranza assoluta dei maschi italiani. E di aver scritto questo saggio per aiutare le donne a capire la vera natura del maschio, in modo da non farselo sfuggire.

E dunque eccoli, i consigli che Spelta dà all’universo femminile. Le donne devono bene mettersi in testa che il maschio è “geneticamente programmato per la caccia”, il che significa che è fatto per distribuire seme nella maggior parte di ventri possibili, mentre la donna “a livello istintivo e ancestrale” sarebbe tendenzialmente monogama e programmata per avere un partner alla volta. Questo, dice l’autore, è un problema, ma non per il maschio, sempre per la donna. La quale a quel punto ha l’incubo di “essere sempre la stessa. Cosa che, sessualmente parlando, è un problema”.

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Anche a Londra i ricchi e potenti molestano le donne. Care Deneuve e Bardot, ora che dite?

Fuori dall’euro, ma pure dal mondo, in particolare quello, fortunatamente stravolto, uscito fuori dagli scandali legati alle molestie sessuali avvenuti praticamente a ogni latitudine. E dove ora l’attenzione al tema è massima e forse una nuova considerazione delle donne, e dei rapporti tra i sessi, sta faticosamente nascendo. Invece gli organizzatori del Presidents Club Charity Dinner di Londra, evento annuale di beneficienza per soli uomini, non hanno pensato che là fuori qualcosa fosse cambiato e che la scorrettezza politica, invocata come segno particolare dell’evento, non fosse più tanto di moda.

Così hanno deciso di ingaggiare, per i 360 uomini del mondo degli affari, della politica, della finanza e dello spettacolo riuniti all’Hotel Dorchester, 130 hostess, non solo obbligate a indossare abiti succinti e neri, biancheria nera e tacchi alti “sexy”, ma pure richiamate se si trattenevano troppo in bagno e impossibilitate ad accettare le mance, oltre che costrette a firmare un documento che le obbligava all’assoluto silenzio sull’evento, specie ai propri fidanzati.

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L’accoglienza è la nostra salvezza e non esistono valori non negoziabili

UnknownCita il Levitico – “Quando uno straniero si stabilirà nella vostra terra, non opprimetelo; al contrario, trattandolo come fosse uno dei vostri connazionali, dovete amarlo come voi stessi” –, parla di istituzioni senza coscienza e di una mancanza di progettualità dell’Europa che rivendica le sue radici cristiane ma poi non è in grado di piangere per la sofferenza altrui, per la morte di uomini, donne, bambini. Pierluigi Di Piazza, “prete di frontiera” è fondatore del centro “Ernesto Balducci” di Zugliano (Ud) e ha appena scritto Il mio nemico è l’indifferenza. Essere cristiani nel tempo del grande esodo (Laterza). Dove critica, come da sempre fa dalla sua “periferia”, una Chiesa lontana dagli ultimi e vicina al potere, ma soprattutto una Chiesa che non riconosce la diversità – anche sessuale – e si barrica dietro i valori non negoziabili che invece, a suo dire, non esistono. Anzitutto nel Vangelo, dove la prima regola è l’amore, che “dovrebbe attraversare anche la politica”.

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Caso Panebianco, intervista a Fusaro: “Quelli di Bologna quattro teppisti facinorosi, la violenza vera è un’altra cosa”

Unknown“Massima solidarietà ad Angelo Panebianco, ma fa ridere che il pericolo massimo in questo momento storico siano quattro teppisti di Bologna. Che restano teppisti facinorosi da condannare, però non nascondiamoci dietro un dito, non diciamo che questa è la violenza preoccupante di questo paese: la violenza oggi si esercita economicamente, non hai bisogno di bruciare o dare la cicuta a chi la pensa diversamente, basta togliere i finanziamenti. Così funziona ad esempio all’università: si finanziano i progetti organici all’ordine liberista e si tolgono i fondi ai progetti critici non allineati”. La pensa così Diego Fusaro, giovane filosofo anticonformista e ricercatore all’Università San Raffaele di Milano. “Ripeto, questi ragazzi sono dei violenti ma la violenza primaria in cui ci troviamo oggi a operare è quella del sistema capitalistico che mi pare Panebianco non metta mai in luce. E questo è ciò che dialogicamente gli farei notare in una pacata discussione”.

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Un piatto di pasta non è un Tintoretto. Basta al cibo come kultura e agli chef stellati

UnknownIl cibo? Solo una delle pratiche della vita quotidiana, che prende valore unicamente quando fa parte di momenti che sono effettivamente conviviali, dialogici, occasione per spartire insieme al pane e alla pasta molto altro. No allora agli chef stellati in tv, ad eventi e convegni legati al cibo, a foto del cibo postate ovunque, a ricette come opere d’arte. A puntare il dito contro il trionfo del cibo in sé e per sé è l’antropologo Franco La Cecla, nel suo ultimo pamphlet Babel Food. Contro il cibo kultura (appena uscito per il Mulino). Basta con il cibo sbandierato come cultura perché non “non è vero che un piatto di pasta valga come un Tintoretto, non è vero che un buon pranzo abbia lo stesso valore dei dialoghi socratici” . Basta con l’ossessione culinaria che ci rende tutti come anoressiche fissate con il cibo che, invece di essere eletto a valore morale, dovrebbe essere relativizzato per ciò che è: cibo e basta. Tanto più che il cibo smette di essere cultura “proprio nel momento in cui prende il primo posto, oscura con la sua prepotenza e i suoi selfies i volti di chi prepara da mangiare e di chi mangia insieme”.

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