Perché la festa della mamma può essere abolita

È assai difficile che l’asilo Chicco di Grano, nel quartiere Ardeatino di Roma, sia un covo di ideologia gender, un luogo dove distribuiscono volantini pro diritti Lgbt e dove si indottrinano i genitori all’inesistenza del genere. Probabilmente invece le insegnanti di quell’istituto si sono trovate di fronte a un fatto pratico. In quella classe c’era un bambino figlio di una coppia di padri omosessuali, e dunque destinato a non poter festeggiare la Festa della mamma. Quindi, semplicemente, hanno deciso che fosse meglio parlare di una più inclusiva, ma non meno allegra, “Festa delle famiglie”.

 Leggendo la notizia mi sono ricordata dell’asilo dove andava mio figlio qualche anno fa. Loro la festa della famiglia l’avevano abolita fin dall’inizio. Era una scuola dove c’erano bambini di varie culture, non coppie omosessuali. Mi dettero altre e valide ragioni. Ad esempio dissero che la madre poteva essere scomparsa o che comunque la famiglia poteva essere “allargata”. Nonni, zii, cugini, insomma era come se festeggiare la famiglia consentisse da un lato di essere discreti sulla composizione reale della famiglia del bambino, dall’altro di permettere al bambino di sentire “famiglia” non solo il padre e la madre, ma anche le altre figure di cura attorno a lui. A me sembrò una cosa così sensata che, ricordo, mi congratulai con la coordinatrice didattica.

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Congedi parentali, già giorni ai padri (e forse meno alle madri)

Quattro giorni in tutto, più uno facoltativo da “detrarre” da quello materno: a tanto ammonta il congedo di paternità retribuito per i padri italiani (anche se fino all’anno scorso era di appena due giorni). Nonostante l’esiguità del periodo concesso per stare vicino alla neomamma e al bambino, solo il 30% dei lavoratori dipendenti ne usufruisce. Il motivo? A differenza della donna, obbligata per legge a prendersi il congedo di maternità di cinque mesi, per i padri non esistono sanzioni, tanto che non è infrequente che questi ultimi preferiscano utilizzare le ferie, pagate al cento per cento. E proprio la retribuzione è uno degli ostacoli, oltre a resistenze di tipo culturale, che rende gli uomini italiani restii a utilizzare i sei mesi di congedo parentale. “Il problema è che, poiché solitamente è l’uomo a guadagnare di più, a prenderlo è soprattutto la donna”, spiega all’Huffington Post Daniela Piazzalunga, economista presso l’Università di Verona ed esperta di politiche di conciliazione. “La donna spesso utilizza i cinque mesi obbligatori più i sei di congedo parentale, esaurendo in questo modo i mesi retribuiti al 30%. A questo punto se il padre volesse prendere il congedo non avrebbe un euro di retribuzione. Ecco perché i padri che prendono il congedo parentale sono una piccola minoranza, anche se in aumento: oggi siamo al 18,4%”.

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Una donna incinta assunta a tempo indeterminato? In Italia fa notizia

Comunica al capo di essere incinta e lui le fa un contratto a tempo indeterminato. È bastata questa concatenazione di fatti per suscitare l’interesse della stampa italiana, che ha immediatamente legato i due eventi di per sé separabili (restare incinta e avere un contratto stabile) e sottolineato l’eccezionalità del caso. La stessa mamma, Delia Barzotti, dipendente dell’azienda triestina Cpi-Eng, si è definita “privilegiata” per aver ricevuto un trattamento così favorevole, “nonostante” il fatto di aspettare un bambino.

 Provate ora a immaginare se la stessa vicenda si fosse svolta in Svezia, Danimarca, ma anche Olanda, Germania, Francia. Con tutta probabilità nessun giornale avrebbe raccontato un fatto così banale, qualcosa che accade normalmente in paesi dove la maternità è considerata non un evento speciale, ma felicemente ordinario. Manca completamente in questi paesi l’idea che aspettare un figlio porti a un cambiamento nello “status” della donna – che da noi diventa invece improvvisamente “diversa” – così come la credenza per cui una donna incinta rappresenti un ostacolo, una spesa, un problema da risolvere. Anche perché a restare incinta, altrove in Europa, è una “famiglia” nel suo insieme, visto che i congedi di paternità durano anche alcuni mesi e gli uomini li prendono in massa (non come da noi, dove ci sono 4 giorni di congedo obbligatorio mentre la paternità facoltativa viene presa da meno di un padre su cinque).

 

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Ex mogli terrorizzate e confuse: cosa succede nei Tribunali oggi

“Rischio di dover vivere alla soglia della povertà all’età di 56 anni. E questo a causa di una sciagurata sentenza che sta dettando legge nei tribunali di tutta Italia, tranne qualche rara eccezione”. Maria, una vita di lavoro alle spalle “ma senza poter versare contributi sufficienti per una pensione dignitosa perché sempre regolarizzata con contratti brevi, a termine o addirittura senza contratto”, sta aspettando la decisione dei giudici sulla richiesta, avanzata da suo marito, di cancellare l’assegno di mantenimento divorzile. Richiesta possibile grazie alla sentenza della Cassazione del 10 maggio scorso (pronunciata nel contenzioso fra l’ex ministro Vittorio Grilli e Lisa Lowenstein), che ha eliminato l’obbligo per il coniuge “forte” di garantire lo stesso tenore di vita all’ex moglie. E ha puntato invece i fari sull’indipendenza economica – basata sul possesso di redditi di qualunque specie, anche immobili sfitti, e della capacità di lavoro effettiva – di chi dovrebbe ricevere l’assegno al momento della separazione, senza tener conto di un eventuale apporto alla cura della casa e alla crescita dei figli da parte del coniuge debole.

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Neve a Roma, l’incubo di noi mamme romane, tra scuole che chiudono e baby sitter che saltano

L’ansia si era insinuata sottile già qualche giorno fa, quando l’occhio mi era caduto per sbaglio sulle previsioni del tempo. “Burian in arrivo, neve possibile anche a Roma”. Solito estremismo dei media, diceva la parte razionale di me, pure abituata, in quanto mamma romana, a vivere nell’emergenza continua. Ma il senso di allarme cresceva, e con lui il timore del fatidico annuncio, arrivato, puntuale, il tardo pomeriggio di domenica: scuole chiuse. E pure i nidi, anche privati.

 La prima reazione, mia come di tutte le mamme ormai ampiamente digitalizzate, è stata quella di afferrare il cellulare e digitare con una mano – l’altra impegnata nell’evitare inutilmente che il sugo si bruciasse – un post alla velocità della luce, gridando indignata all’assurdo di scuole chiuse probabilmente solo per un po’ di freddo o al massimo qualche fiocco di neve.

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Fedez-Ferragni, niente eccezione per il dolore: griffe sempre in vista

Ogni loro foto su Instagram genera decine e decine di articoli, sparsi ovunque per il web. La coppia Fedez-Ferragni è sempre sulle pagine di tutte le testate italiane e internazionali. E la modalità di comunicazione dei due, che rappresentano ormai (purtoppo) un modello per centinaia di migliaia di ragazzi, dovrebbe far riflettere.

 Prendiamo il post dell’altro giorno, uno dei tanti di una gravidanza che la Ferragni sta raccontando passo passo sul suo profilo, com’era d’altronde prevedibile. I due sono abbracciati come al solito, ma il contenuto del post è abbastanza drammatico. Il bambino non cresce come dovrebbe, Chiara si deve riposare, insomma allarme. Bene, come viene proposto questo evento non felice? Con una scarpa griffatissima ben in evidenza di lei (e lo stesso per lui) e una vistosa borsa Hermes sul tavolo. Esattamente come al solito, dunque, visto che tutti i post della Ferragni contengono pubblicità evidentissime di marchi di moda. Il dolore non fa eccezione.

Gucci, una sfilata macabra che offende i malati

 

MILAN, ITALY – FEBRUARY 21: A model walks the runway at the Gucci show during Milan Fashion Week Fall/Winter 2018/19 on February 21, 2018 in Milan, Italy. (Photo by Pietro D’aprano/Getty Images)

La notizia appare su tutti i giornali, riportata in maniera descrittiva, come se, che so, si fosse trattato di uno sfondo a tema savana piuttosto che spaziale. Invece la sceneggiatura scelta da Gucci per far sfilare i suoi modelli alla Fashion Week di Milano è stata quella di una sala operatoria, perfettamente ricostruita: pavimento di linoleum celeste, lettini coperti da una coperta verde, luci da operazione chirurgica. Un immaginario cupo che rimandava alla malattia, al dolore, a tutto ciò che più ci angoscia.

Già questa semplice decisione è di per sé discutibile e non perché la moda non sia qualcosa che possa riguardare tutti, persino le persone malate. Ma se davvero si crede che anche la bellezza, per esempio, possa aiutare chi sta male ed è ricoverato allora bisognerebbe fare, per esempio, una sfilata in ospedale (magari portando in scena, però, vestiti indossabili, non come quelli che si sono visti durante la Fashion Week, per non virare nel grottesco).

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Benedetto sia il cancro in pubblico

 

Sta succedendo qualcosa di importante, dirompente, nuovo nell’opinione pubblica italiana. Finalmente il cancro, soprattutto attraverso la vicenda di Nadia Toffa e ora le parole-rivelazione di Daria Bignardi, ha rotto il “soffitto di cristallo” dei mass media. Della televisione, anzitutto, e poi di rimando del web, attraverso i social media. Che hanno inondato la rete di messaggi sul tema, liberando una pulsione per troppo tempo trattenuta, per troppi anni rimossa.

Di cancro in pubblico, in realtà, si era già cominciato a parlare qualche anno fa, quando l’editoria aveva scoperto il tema dell’autobiografia dei malati. In poco tempo, le librerie erano state invase da storie di malati, anche famosi – ricordo in particolare L’albero dei mille anni del giornalista scomparso Pietro Calabresi, il magnifico Vivere la malattia senza farsi sopraffare di Sophie Cabbage, ancora Il regno di Op della giornalista Paola Natalicchio sulla malattia del figlio ma meriterebbero di essere citati in tantissimi – così come di libri sul tumore e sul modo migliore di curarlo, ad esempio attraverso l’alimentazione. Ma appunto, si trattava di un coming out editoriale, cerebrale, limitato.

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Perché Michelle Hunziker è simpatica ma non ci rappresenta

La prima cosa che noti di Michel Hunziker è il sorriso. Ride sempre, la bocca spalancata, gli occhi che le brillano. Non solo è bellissima, ma soprattutto è allegra, vitale, spontanea. Non gioca ruoli artefatti, non sa, né saprebbe, fingere, è esattamente come si presenta. Michelle Hunziker è Michelle Hunziker.

Proprio per la sua naturalezza durante la prima serata del Festival di Sanremoha gridato al suo secondo marito, Tomaso Trussardi: “Sei così bello che vorrei risposarti, ti amo!”. Niente di programmato, semplicemente una frase alla quale la soubrette svizzera certamente crede.

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Il maschio è un animale, le donne se ne facciano una ragione

L’uomo, tendenzialmente, non sa tenerselo nei pantaloni. E quello che lo fa eccitare è un corpo sexy, tette grosse, culo giusto, tacchi dodici e labbra rosse e turgide. Dal punto di vista sessuale, dunque, che una donna sia affascinante, brillante, coinvolgente e colta conta meno di zero. Perché quello che attrae il maschio è solo l’involucro.

Argomentazioni rozze di un produttore di film porno, piuttosto che di qualche isolato scrittore misogino? Per nulla. A sostenerle è un giovane professionista quarantenne, Mirko Spelta, in un libro – Scusa se ti chiamo stronzo, Piemme – nel quale sostiene di rappresentare la maggioranza assoluta dei maschi italiani. E di aver scritto questo saggio per aiutare le donne a capire la vera natura del maschio, in modo da non farselo sfuggire.

E dunque eccoli, i consigli che Spelta dà all’universo femminile. Le donne devono bene mettersi in testa che il maschio è “geneticamente programmato per la caccia”, il che significa che è fatto per distribuire seme nella maggior parte di ventri possibili, mentre la donna “a livello istintivo e ancestrale” sarebbe tendenzialmente monogama e programmata per avere un partner alla volta. Questo, dice l’autore, è un problema, ma non per il maschio, sempre per la donna. La quale a quel punto ha l’incubo di “essere sempre la stessa. Cosa che, sessualmente parlando, è un problema”.

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