Claudia, Mary Veronica: mamme che creano imprese per far felici le mamme

Perché dopo la maternità volevano un lavoro che permettesse loro di occuparsi (anche) dei figli. Perché volevano essere autonome, inseguire una passione che coltivavano da sempre, investire in un progetto rivolto a donne come loro. Tre mamme raccontano tutti i motivi – professionali e personali – che le hanno portate a cambiare vita, investendo in progetti pensati per arricchire la vita dei bambini (non solo i loro). Queste sono le loro storie

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Un nuovo lavoro e cambio vita

“Un anno fa passai per caso di fronte alla libreria dove andavo spesso, e vidi che era chiusa. A quel punto, d’istinto, ho pensato che sarei stata io a riaprirla”. Serena ha 36 anni e abita vicino Lecco. Mentre parla si accarezza la pancia – è al settimo mese di gravidanza e aspetta una bambina – e ogni tanto si interrompe per servire dei clienti. “E pensare che io un lavoro ce l’avevo, a tempo indeterminato e pure nel settore per il quale mi ero formata”. Dopo una laurea in letteratura latina medioevale e un master in editoria, infatti, Serena ha lavorato per due importanti case editrici. “Ma alla fine cambiare è come pensare, è fisiologico, e per questo ho deciso di reinventarmi attraverso l’avvio di un progetto imprenditoriale tutto mio. La libreria si chiama Libreria Volante (www.liberiavolante.it), e ci siamo inventati anche l’Italian book challenge, il campionato dei lettori indipendenti italiani, cui hanno aderito numerose librerie italiane”.

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Autosvezzamento? Si fa così

Basta con lo svezzamento uguale per tutti i lattanti, “fatto con lo stampino, neanche si trattasse di polli in batteria”: oggi è tempo di riconoscere la diversità di ogni bambino e procedere all’autosvezzamento, o meglio all’“Alimentazione Complementare a Richiesta (ACR)”. Lo sostiene, nel libro Autosvezzamento per tutti (con la prefazione del pediatra Lucio Piermarini), l’ingegnere appassionato di alimentazione e infanzia Andrea Re, che con sua moglie Gloria Conti cura il sito Autosvezzamento.it. La tesi di fondo dell’autosvezzamento è semplice e insieme rivoluzionaria: ogni bambino è in grado di svezzarsi da solo. Proprio come il pargoletto impara a gattonare, camminare, parlare da solo, anche il passaggio da un’alimentazione solo lattea a una solida fa parte delle tappe che tutti i bambini raggiungono, se li si lascia liberi di seguire i loro tempi. Nello svezzamento il vero protagonista è il bambino, mentre il genitore ha il compito di facilitare il bimbo. Questa rivoluzione si esprime anche nel linguaggio: non si dovrebbe dire “Tra poco (auto)svezzerò il mio bambino”, ma “tra poco mio figlio comincerà a svezzarsi”.

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Oltre la monogamia: il sesso del futuro

Amicizia con rapporti sessuali, appuntamenti al buio tramite il web, pornografia su internet, poliamore, sesso live tramite webcam, pratiche bondage e sadomaso, feticismi, meditazione orgasmica, sex parties e ogni tipo di avanguardia sessuale: in Future Sex (Farrar, Straus and Giroux editore, in uscita in Italia ad aprile prossimo per Minimum Fax) la giovane scrittrice e giornalista americana Emily Witt esplora dall’interno, cioè praticandole, quasi tutte queste esperienze, per poi raccontarle in tutta la loro peculiarità e bellezza. Alla fine del percorso l’autrice – che prima del libro era “vagamente orientata verso un futuro di monogamia stabile” – cessa di pensare che il suo futuro debba essere per forza “un incontro faccia a faccia con un altro essere umano”, per restare con lui in maniera permanente. Soprattutto, è ormai convinta che “chi sostiene che in una relazione sia primario condividere gli stessi valori (come il matrimonio), e secondario il sesso, è destinato quasi certamente ad una grande infelicità”. Non è chiaro a Witt cosa ci sia dopo la fine del fidanzamento e del matrimonio per come li abbiamo concepiti. Ciò che conta però, scrive, è che i nostri desideri sessuali espressi, e praticati, si avvicinino a quelli reali, magari celati sotto uno strato di convinzioni difficile da erodere. Insomma che sia amore libero, porno o amicizia sessuale, il “sesso del futuro” dovrà essere autentico, privo di inibizioni e capace di rafforzare l’autostima, specie femminile.

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Costanza, Silvia, Francesca: cambio vita e lancio una start up

La balena Giovanna muove la coda sconsolata: il mare in cui nuota è pieno di rifiuti, sacchetti di plastica e copertoni. Difficile riuscire a trovare qualcosa da mangiare. Per fortuna ha con sé un amico, il bambino che sta sfogliando la sua favola su un Ipad, e che con pazienza divide tutti i rifiuti e li trascina nella spazzatura, rendendo il mare pulito. È una delle storie scritte, disegnate e poi “animate” tramite app da Costanza Pintori, un’ex giornalista che da cinque anni si sta dedicando anima e corpo al suo progetto imprenditoriale (Connie Tells): ad oggi le favole sul mercato sono quattro, ma nuove sono in arrivo. «La decisione di cambiare vita e lavoro», racconta, «c’è stata quando è nato mio figlio, che purtroppo ha avuto dei problemi che mi hanno costretto a restare a casa. Mano mano che il bambino cresceva, mi sono resa conto che il modo di apprendere di mio figlio, che frequenta una scuola di cultura anglosassone, era diverso dal mio, e al tempo stesso che molte delle nostre storie classiche  (“I tre porcellini” come “Pinocchio”) non rispondevano alle sue domande». Così Costanza comincia a pensare a racconti che possano aiutare suo figlio, e gli altri bambini, a capire aspetti molto concreti della vita di tutti i giorni: perché il mare è inquinato, appunto, o perché c’è smog (attraverso la storia di un orso bianco che diventa nero). In ogni fiaba, però, il bambino non è spettatore passivo, ma può fare delle azioni per risolvere il problema. «Prima ho realizzato le storie su dei libretti cartacei e le ho “testate” con i bambini della scuola», prosegue Costanza, «poi ho trovato uno sviluppatore e le ho trasformate in app “lente” che spingono a riflettere contro la cultura della violenza e dei giochi di guerra. I valori che metto in scena sono tutti positivi, non c’è nessuno che muore o nessuno che non ce la fa, grazie soprattutto all’aiuto dei bambini, che così si sentono responsabili e capaci».

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Ma lo Yoga può essere pericoloso?

imagesL’esercito degli Yoga-amatori è in continua crescita. Ormai lo praticano anche adolescenti e anziani, e non c’è palestra di fitness che non abbia corsi Yoga, sempre più affollati di quelli di GAG o Body Pump. Ma lo Yoga fa sempre bene? E perché aumentano i casi di incidenti dovuti alla pratica yogica? In rete il dibattito è vivace, e sono spesso gli stessi insegnanti che intervengono, per chiarire i dubbi e puntualizzare alcuni aspetti.

La polemica infuria negli Stati Uniti
Il dibattito è partito dagli Stati Uniti, dove più di venti milioni di persone si dedicano ormai a questa pratica. A lanciare il sasso è stato, ormai qualche tempo fa, William J. Broad, autore del libro The Science of Yoga: The Risks and Rewards, di cui una sintesi è stata pubblicata in un articolo del New York Times che ha dovuto chiudere i commenti tante erano le reazioni polemiche (lo leggi qui). Broad cita le argomentazioni dell’anziano guru Glenn Black, del quale molti allievi sono reduci da infortuni seguiti da incidenti durante la pratica Yoga.
In seguito a questa esperienza, Black è arrivato a una posizione radicale: “la maggioranza delle persone dovrebbe abbandonare lo Yoga”. Viviamo infatti, secondo il guru, vite urbane, spese per la maggior parte del tempo seduti sulle sedie, così che lo Yoga si riduce a un paio di ore settimanali, nelle quali si pretende di fare pose avanzate nonostante la scarsa flessibilità e altri problemi fisici. “Ma ho visto anche insegnanti”, rivela Black, “fare la posizione del Cane a testa in giù così testardamente da lacerarsi i tendini di Achille”.

 

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Crescere i figli col metodo danese

bambini-costumi-figli-mare«Le faccio un esempio: quando un bambino dipinge un disegno non occorre dirgli “Wow: sei un artista veramente straordinario!”. Molto meglio invece domandargli: “Cosa hai pensato mentre lo dipingevi?”, o “perché hai scelto questi colori?” o, semplicemente, “grazie”». Focalizzarsi sul processo, usando un linguaggio valutativo ed emozionale, e relativizzare l’esito di un gioco o un compito: è uno dei punti de Il metodo danese per crescere bambini felici ed essere genitori sereni, che sta facendo il giro del mondo (in Italia è pubblicato da Newton Compton). Tutto nasce due anni fa quando le due autrici – Jessica Joelle Alexander, una mamma americana sposata con un danese e Iben Dissing Sandahl, una psicoterapeuta danese, anche lei con figli da crescere – si chiesero come mai tutte le ricerche sociali convergessero nel designare la Danimarca come il paese più in grado di rendere felici genitori e figli. Da quel quesito nacque un percorso di ricerca e poi l’originale manuale sul metodo danese. Che si basa su sei semplici principi, le cui iniziali formano la parola “PARENT” (genitore): Play (gioco), Authenticity (autenticità), Reframing (ristrutturazione degli aspetti negativi), Empathy (empatia), No ultimatum (nessun ultimatum), Togetherness (intimità). Ma in cosa consiste, più, in dettaglio, l’approccio del paese scandinavo alla felicità? Abbiamo intervistato Jessica Joelle Alexander, anche per chiederle quali consigli darebbe a chi vive in paesi radicalmente diversi, come il nostro.

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Single? È molto meglio

unknown“Zitella”: una parola che nel nostro paese indica una  donna sfortunata, sola, incattivita. Tutt’altra visione, invece, è quella della giovane scrittrice americana Kate Bolick, autrice di Zitelle. Il bello di vivere per conto proprio (Sonzogno), un libro nato da un articolo molto discusso negli Stati Uniti (un caso editoriale e uno dei migliori libri del 2015 per il New York Times) in cui Bolick afferma di «preferire una vita da single a un matrimonio mediocre». Un’affermazione che sa di Jean Austen, ma che va oltre.
Zitelle è un libro (anzi un romanzo), in cui l’autrice non pontifica né giudica, piuttosto racconta la storia della sua vita, gli sforzi per diventare indipendente – da scrittrice e giornalista free lance – il piacere, intimo, di avere una casa tutta per sé, la ricchezza delle sue relazioni sociali e amorose, la forza e la bellezza di una vita realmente libera. Leggerlo è un toccasana per tutte, anche per chi sola non è. Perché Bolick invita le donne a riscoprire la propria “zitella interiore”, quel desiderio di libertà e indipendenza che tutte in qualche momento della vita hanno vissuto e che può risuonare con forza anche se ci si trova in una condizione diversa. Magari aiutate dalla lettura di biografie di donne forti e autonome, che nel libro si intrecciano alla narrazione degli eventi di vita della protagonista.

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Da ragioniera in Italia a scrittrice in Cina: storia di Antonella, tra figli

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Mentre partoriva, i medici le si avvicinavano col telefonino con su scritta la traduzione di ciò che stavano dicendo. Perché Antonella si trovava in un ospedale di Suzhou, una città di cinque milioni di abitanti non lontana da Shanghai, dove sono in pochi a parlare inglese (come ovunque in Cina). “Avevo deciso di partorire qui perché tornare in Italia era troppo faticoso”, racconta. “Ma non mi sono pentita, sono stati tutti gentili e per tirarmi su mi servivano delle zuppe di pesce impressionanti, che ho fotografato e messo sul blog” (www.cucinanto.com).

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Nora, in Cina per inseguire un sogno: cantare

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Sono in taxi, come al solito qui c’è traffico, possiamo sentirci tra venti minuti?”. Eleonora ha appena 33 anni, vive a Pechino, è soprattutto una musicista (ma non solo) e sta andando alla festa del locale per il quale lavora, dove si esibirà in concerto, come ormai quasi tutti i giorni. “Come sono arrivata a fare la cantante in Cina?”, mi spiega dopo aver trovato una postazione per il pc nel suo locale, mentre viene fotografata da numerose cinesi di passaggio. “Ho studiato relazioni internazionali diplomatiche all’Orientale di Napoli, dove ho iniziato a imparare il cinese. Lo studio mi ha aperto la mente e mi ha spinto ad andare via, anche se a Salerno, dove vivevo e dove vivono i miei genitori, facevo tantissime cose. Politica anzitutto. Peccato che io, e il gruppo di giovani nel quale militavo e con il quale ci battevamo per una politica trasparente e pulita, siamo stati ostacolati in mille modi, persino con la violenza, perché ci rifiutavamo di fare scorrettezze come imbrogli elettorali e firme false. Musica, poi, naturalmente. Peccato che in Italia certe porte non si aprano mai e io non avevo un padre musicista (che quasi quasi sarà il titolo del mio prossimo album); inoltre in Italia, a differenza di tantissimi paesi europei, non c’è nessun tipo di assistenza sociale e di protezione per i musicisti: o sei Laura Pausini oppure soccombi e questa è una cosa vergognosa. In breve, sentivo che nel nostro paese stavo regredendo, mi ero laureata e avevo cominciato i primi lavoretti precari, così ho deciso di partire, intanto per imparare una lingua. Sono arrivata qui a 29 anni, non giovanissima, ma un’età giusta se vuoi prendere la Cina in un certo modo, non da straniero, cioè parlando la loro lingua. Io ad esempio abito in una casa della Pechino vecchia, dove nessuno parla inglese e mi devo sforzare. Ma qui c’è una sensazione magnifica di movimento: pensa che quando è venuta a trovarmi mia madre mi ha detto che le sembrava di rivivere il boom economico italiano. Ed è vero, qui non si sta mai fermi e a me piace lavorare e impegnarmi per tenere viva l’immagine del mio paese portando in giro la musica italiana, non le schifezze di musica contemporanea, i prodotti dei talent show, ma la meravigliosa tradizione di canto autoriale italiano, che è andata persa, magari rivisitata in chiave swing. Sto anche cercando di tradurre in cinese alcuni testi”.

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