Dieci motivi per cui conviene confessare un tradimento prima di essere scoperti

Confessare il proprio tradimento al partner prima che lui lo scopra è la scelta che meno danneggia il rapporto sentimentale che abbiamo timore di perdere. Lo sostiene Rita D’Amico, una psicoterapeuta e ricercatrice dell’Institute of Cognitive Sciences and Technologies, che da anni si occupa, tra l’altro, di tradimenti e amicizie erotiche. Una parte consistente del suo nuovo libro, Amori e Infedeltà. Triangoli e relazioni tra vecchie credenze e nuove realtà (Franco Angeli), è dedicata proprio al tema della confessione dell’adulterio alla persona tradita. “Va detto subito”, spiega, “che confessare non è facile, proprio perché il timore di perdere l’altro è altissimo, così come la paura di essere puniti con ritorsioni di vario tipo.  Tuttavia se la confessione è accompagnata dalla ferma intenzione di non ripetere l’errore, così come dal riconoscimento della legittimità della rabbia dell’altro, è senz’altro la scelta migliore”.

Continua a leggere qui. 

 

La beffa dei bonus bebè e il paese senza più figli

Se sono una lavoratrice autonoma con due figli di tre e cinque anni, tutto ciò a cui ho diritto oggi, pur avendo messo al mondo due bambini, sono unicamente i miseri sgravi fiscali di sempre, che coprono a malapena le spese per il latte. Niente bonus mamma domani, niente bonus asilo nido o bonus bebé (quest’ultimo solo per i nati dal 2015), niente assegni familiari, cui hanno incredibilmente diritto solo i lavoratori dipendenti. Allo stesso modo, anche se ho un bambino nato nel 2015, ma un reddito ISEE di 26.000 euro, non avrò diritto ad altro che i soliti sgravi: niente bonus bebé (tetto di 25.000 euro) e niente bonus asilo nido (solo per i nati dal 2016).

Se invece sono così fortunata da avere un figlio dopo il 2016 e un reddito basso, allora potrò usufruire di mille euro di bonus nido – non cumulabile però con il voucher per nidi e baby sitter, molto più conveniente – sufficienti più o meno per un paio di mesi di retta, visti i costi attuali dei. Poi sì, potrò avere anche il bonus bebé di 80 euro al mese (riecco i magici 80 euro), in pratica soldi che non coprono neanche la spesa dei pannolini. Ma attenzione, se deciderò di fare un altro figlio, il suo bonus bebé sarà diverso da quello del fratello. Il secondo potrà infatti godere di soli 40 euro – ma d’altro canto allora le elezioni saranno passate – e soltanto per un anno invece che tre, come se le necessità di un bambino cessassero passati dodici mesi. A spiegare quanto sia inutile e persino offensiva questa ragnatela di misure – definita erroneamente “a favore delle famiglie”, quando invece è destinata solo ad alcune famiglie e in modo insufficiente – non servono parole: bastano direttamente i dati arrivati dall’Istat: 100.000 bambini in meno dall’inizio della crisi economica ad oggi, con un media di figli per donna che precipita a 1,34. Un calo che coinvolge anche le straniere, a dimostrazione di quanto la decisione di non fare figli sia sempre meno culturale e sempre più legata all’angosciosa mancanza di lavoro e di soldi. Da anni i sociologi, inascoltati, continuano a dire che le politiche sociali non si fanno con i bonus, che ci vogliono misure universalistiche, cioè assegni svincolati da criteri assurdi e soprattutto dati fino alla maggiore età del figlio, perché un adolescente incide sul bilancio familiare – basti pensare a quanto mangia! – anche più di un bebé. Ma nulla: si continua con l’ipocrita e ideologica politica delle mance e degli slogan, quelli di ieri – ricordate i mille asili in mille giorni? – e quelli di oggi, come la recente promessa di Renzi alla Leopolda di estendere gli 80 euro alle famiglie con figli. Puro market elettorale. Perché chi volesse veramente proteggere le famiglie dovrebbe, oltre ad introdurre assegni veri, proteggere il lavoro, non renderlo strutturalmente precarizzato con il Jobs Act salvo poi varare inutili sgravi fiscali una tantum per chi assume. Oppure introdurre un reddito minimo sostanzioso, non come il tanto sbandierato Rei, pubblicizzato citando la cifra di 485 euro al mese: vera, certo, peccato che destinata a famiglie di 5 o più persone e con un reddito ISEE non superiore a 6.000 euro (e solo per 18 mesi!). La realtà è un’altra: quella di giovani uomini e donne (più vicini ormai ai loro nonni che ai loro genitori, ma senza l’allegria di una famiglia numerosa), che lavorano, quando lavorano, con contratti ormai in maggioranza a termine e importi ridicoli. E che per questo spesso rinunciano – con una sofferenza che nessuno racconta – a fare figli, o ne fanno uno solo, col rischio concreto di perdere il lavoro e privando un bambino della gioia incommensurabile di avere fratelli. Siamo un paese sempre più vecchio, esposto a squilibri demografici ormai certi. E soprattutto con una classe dirigente incapace di capire che sui bambini si fonda tanto la nostra felicità che la nostra futura sussistenza.

Pubblicato su Il Fatto quotidiano

 

Rino Gaetano, autodidatta anarchico (e felice)

Alcolizzato, drogato, massone, personaggio oscuro e maledetto capace di presagire la sua stessa morte e scriverla in una canzone di dieci anni prima. Ma anche, al tempo stesso,  autore di canzoni non sense, leggere, disimpegnate, e insieme buffone da palco, burlone televisivo, giullare. Di Rino Gaetano si è detto e scritto di tutto, per lo più sbagliando. Un ritratto distorto e contraddittorio che ancora provoca rabbia tra i parenti e i suoi amici più stretti, come racconta lo scrittore Matteo Persica in Rino Gaetano. Essenzialmente tu (Odoya editore). Una biografia in cui il cantautore di origini calabrese ci appare finalmente più vicino a ciò che era: un ragazzo spontaneamente anarchico, un autodidatta veramente libero, un giovane uomo felice di scrivere canzoni così come di giocare per ore con i bambini dei suoi amici. Uno che al ristorante non voleva essere mai riconosciuto, che sul palco si portava un barattolo di alici perché facevano bene alla voce e che poco prima di morire aveva prenotato una cappella per sposare la sua ragazza, perché al matrimonio credeva tantissimo.

Continua a leggere

La carica delle badanti italiane

Ad aiutarle a superare la resistenza è, quasi sempre, un corso per diventare “operatrici socio-sanitarie”. Una definizione che fa meno paura dell’altra, “badante”, che oltre a essere dispregiativa è sbagliata, “perché si badano le bestie, non le persone”, dice Rita, che questo lavoro lo fa, a Roma, da 27 anni. Così, in questi ultimi dieci anni, le donne italiane, anche quelle che di mestiere facevano tutt’altro, hanno cominciato silenziosamente a trasformarsi in assistenti familiari. Gli ultimi numeri Inps parlano di almeno 374.000 badanti “pure” (non colf), in crescita esponenziale, di cui il 24%, circa 213.000 più il nero, sono italiane, ormai la seconda nazionalità dopo le rumene. Ancora più eloquenti i dati che arrivano dai centri e patronati locali: in Toscana, secondo le Acli, le assistenti familiari sono cresciute del 25% in tre anni. Nella provincia di Lecco, come spiegano dal Centro Risorse Donne, si è passati dal 24% al 37%, mentre il gruppo Teleserenità, 40 centri in tutta Italia, spiega che i contratti per le assistenti italiane sono letteralmente raddoppiati. Continua a leggere

Yoga per bambini, una moda inutile

Stressati, frustrati, ansiosi, depressi, emotivamente disturbati, incapaci di concentrazione e attenzione. Stando alle parole di educatori ed esperti, ma pure al racconto che i media fanno sui nostri figli, i bambini di oggi sarebbero affetti da sindromi di ogni tipo. L’etichetta della patologia è sempre pronta, e come nel caso degli adulti riguarda il bambino preso in sé, dalla cui biografia problematica scaturirebbero i sintomi, e mai la cultura e la società, malate e sbagliate, in cui il bimbo è inserito. Ma se la malattia è sempre individuale, anche la cura deve esserlo: e così ecco gli insegnanti che suggeriscono lo psicologo personale “per imparare a gestire le proprie emozioni” a bambini di appena cinque o sei anni, oppure madri che decidono di mandare i propri figli oppressi ai sempre più diffusi corsi di meditazione o yoga per bambini.

Continua a leggere

Parcheggi negli ospedali, il più odioso dei balzelli

Al parcheggio dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo ci vuole un morto per poter parcheggiare gratis. Solo il defunto, infatti, dà diritto a due tessere parcheggio, ma unicamente negli orari della morgue, non sia mai che vogliate approfittarne per andare, magari, a fare un saluto a un parente in coma. In quel caso nessuna pietà, la tariffa è di 1.30 ore per le prime sei ore, poi via via a scalare. E attenzione a non perdere il tagliandino, in quel caso dovrete sborsare 20 euro, molto più di quanto paghereste per una giornata intera (si racconta persino di gente intrappolata nel parcheggio perché priva dei soldi per uscire). D’altronde sostare vicino ai nosocomi d’Italia costa molto caro quasi ovunque, a Milano come a Roma, a Bologna come a Genova, Napoli e Palermo. Col paradosso che, ormai, conviene lasciare la macchina sulle strisce blu fuori dall’ospedale – circa 4 euro al giorno, bazzecole – oppure sulla sterrata controllata a vista dal parcheggiatore abusivo (3 euro al giorno, e la macchina è sicura), piuttosto che metterla nei costosi parcheggi interni, ma appaltati ad esterni, dove tra l’altro non c’è nessun controllo del veicolo e furti e danni sono affare vostro.

Continua a leggere

Come diventare un Digital Fundraiser

Italiani popolo di donatori in rete: secondo l’indagine Donare 3.0, voluta da PayPal  in collaborazione con Rete del Dono e curata da Doxa Duepuntozero, circa l’83% dei venti milioni di internauti italiani ha effettuato una donazione nell’ultimo anno. Ma c’è un potenziale ancora inespresso, cioè una lacuna da colmare: quella delle persone che sono interessate a quella certa organizzazione nonprofit o anche a una piccola società che porta avanti progetti solidali, ma non arrivano a fare il “salto” della donazione.

Continua a leggere qui.

Tutto quello che bisogna sapere sul sesso anale

Altro che sesso per “puttane, pervertiti, depravati o gay”. Il sesso anale è un’esperienza universale, per nulla contro natura, per nulla dolorosa o sporca. Tutti dovrebbero provarla, nonostante religione, educazione, cultura, e persino molti media, presentino la penetrazione da dietro come una deviazione dal sesso “normale”, quello eterosessuale con penetrazione della vagina da parte del pene. “Persino i film porno sbagliano”, dice Valentine, alias Fluida Wolf, 33 anni, attivista femminista pro-sex, traduttrice (ha portato in Italia testi come Fica Potens di Diana J. Torres e Diventare Cagna di Itziar Ziga), ma anche grande esperta di squirting (eiaculazione femminile). “È facile infatti vedere un attore che arriva e infila direttamente il pene nel buco, provocando una certa sofferenza, senza quei preliminari che sono invece indispensabili”. Proprio in questi giorni Fluida Wolf è in partenza per l’Anal Liberation Front, un tour di presentazione del libro-bibbia Guida al Piacere Anale per Lei (Odoya edizioni) della scrittrice femminista, educatrice su temi sessuali e regista di film pornografici Tristan Taormino. Tradotto e curato dalla stessa Wolf.

Continua a leggere qui.