Rider, bene Di Maio a chiedere tutele ma la precarietà è ovunque

C’erano molte notizie degne di commento in questi giorni. Ad esempio, anche se in pochi se ne sono accorti, c’è stato un papa che, tra una critica alle coppie omosessuali e all’aborto selettivo, ha incredibilmente sdoganato l’infedeltà: e non solo maschile, anche femminile, qualcosa di veramente rivoluzionario per una Chiesa che ha sembra esaltato l’immagine di una donna silenziosa e fedele. Ma non c’è dubbio: la notizia, e l’immagine, che mi ha colpito di più – occupandomi di questo tema da tanti anni – è quella di un ministro che per la prima volta forse da quando la precarietà è stata istituzionalizzata negli anni Novanta, dice “basta” ai working poor. Non solo. Propone, in relazione ai dipendenti della cosiddetta “gig economy” delle consegne, un decreto che si chiama con nome evocativo “decreto di dignità” e che prevede che i lavoratori divengano “prestatori di lavoro subordinato” con tanto di indennità mensile di disponibilità, malattia, ferie, maternità e divieto di retribuzione a cottimo, oltre a un trattamento economico minimo.

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Vent’anni di Sex and The City, più che sesso è la loro libertà (da mutui e mariti) ad attrarci

Sex and The City oggi compie vent’anni. Certo, qualche tempo dopo, nel 2003, è arrivato Sky e le sue prime serie, poi – naturalmente – Netflix con la sua offerta sterminata. Eppure anche per chi, come me, si è innamorata perdutamente delle ostetriche londinesi (Call The Midway), dei nobili inglesi (Downton Abbey), della vita della Regina Elisabetta (The Crown), dei pubblicitari di Manhattan (Mad Man) e di tante altre serie, Sex and The City avrà sempre un posto speciale e difficilmente scalzabile nella classifica emotiva delle mie serie tv.

Mi sono chiesta più volte perché la serie ideata da Darren Starr abbia avuto così tanto successo. In fondo, le protagoniste sono quattro donne non prive di frivolezza e completamente immuni da preoccupazioni di tipo sociale o politico. Manhattan, da questo punto di vista, è una sorta di contenitore da favola, sradicato dalla realtà statunitense: potrebbe essere ovunque. Le quattro amiche sono dedite soprattutto a una cosa: cercare l’amore. Ognuna lo fa in maniera diversa: Samanthaattraverso il sesso, Charlotte spinta da un romanticismo radicale, Miranda in maniera più realista e pragmatica, Carrieintrecciando romanticismo e riflessione, attraverso la rubrica che tiene e che, incredibilmente, le consente di mantenere uno stile di vita così elevato da potersi permettere scarpe da centinaia di dollari.

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La Felicità non sta mai ferma. Storia di un bambino con la ADHD

Mi è capitato di recente di occuparmi di ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività) per un’inchiesta sugli psicofarmaci. Sì, perché purtroppo per questo tipo di patologia, specie negli Stati Uniti, si danno spesso e volentieri anche farmaci (Ritalin, Strattera e altri), vere e proprie anfetamine che rendono il bambino più sveglio lucido, ma hanno una serie pesanti di effetti collaterali. Ad esempio possono arrestare lo sviluppo del bambino, danno dipendenza, senza contare il fatto che non sono ancora noti gli effetti degli psicofarmaci su cervelli ancora non sviluppati.

Continuo a ritenere, nonostante anche alcuni psicologi e psicoterapeuti abbiano una parziale apertura verso questi farmaci, che dare uno psicofarmaco a un bambino di 8, 10, 12 anni sia un crimine. Ma ho parzialmente cambiato idea sulla sindrome da ADHD, che fino poco tempo fa ritenevo essere un problema risolvibile con l’educazione (e dunque anche frutto di un’educazione sbagliata: senza giudizi, perché anche io mi ritrovo con un bambino con sintomi abbastanza simili, anche se non esasperati, e so di aver fatto numerosi errori nel crescerlo).

Mi ha aiutato molto la lettura di un libro lieve e autentico, “La felicità non sta mai ferma”, di Chiara Garbarino (Utet edizioni). Un libro in cui, semplicemente, Chiara racconta la storia di suo figlio Leo. E di come fosse agitato si da quanto stava nella sua pancia, per poi proseguire anche fuori: i primissimi anni in cui stava in casa, ma anche – implacabilmente – anche all’asilo nido e poi alle elementari.

 

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Se il presidente ignora la sofferenza sociale degli italiani

C’è un’enorme questione che è stata totalmente ignorata in queste ultime ore, ore in cui al centro della scena pubblica sono stati unicamente i palazzi del potere, in apparenza – ma solo in apparenza – svincolati dall’esistenza concreta delle singole persone: è la questione dell’enorme sofferenza sociale che ha generato, attraverso il voto, ciò che stiamo vedendo in questi giorni, e cioè prima l’affermazione di due partiti di protesta e poi il tentativo di quest’ultimi di formare un governo che rispondesse  al desiderio collettivo di una maggior protezione sociale (vedi reddito di cittadinanza).

L’Italia che è andata al voto il 4 marzo è un’Italia, ce lo raccontano ormai tutti i rapporti sociali, tragicamente impoverita.Un’Italia in cui in poco più di dieci anni i poveri sono quadruplicati, la percentuale di disoccupati resta altissima, i working poor sono la maggioranza tra i lavoratori. Tradotto in termini concreti, significa che abbiamo oltre un milione di bambini che vivono in ambienti malsani e scarso cibo, milioni di giovani bloccati in un limbo di sofferenza e povertà, cinquanta-sessantenni che non hanno lavoro ma non possono accedere a nessun sussidio perché non ne esiste praticamente nessuno e devono aspettare fino a 67 anni per avere un assegno sociale miserevole che consentirà loro di fare la spesa e poco altro.

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Tradire sul web? Come tradire realmente. La Cassazione mette fine a un’ipocrisia

Il tradimento on lineequivale al tradimento reale. Lo ha deciso la Prima sezione civile della Corte di Cassazione – sentenza n. 9384 – secondo la quale chi flirta sui social network può subire la domanda di separazione giudiziale con addebito, proprio come nel caso dell’adulterio reale.

Insomma, anche il coniuge che si ritiene leso da messaggini “hot”, o chat ambigue, può chiedere la separazione per violazione dei doveri disciplinati dall’articolo 143 del codice civile (fedeltà reciproca, assistenza morale e materiale, collaborazione nell’interesse della famiglia e coabitazione).

In questo caso, ovviamente, lo farebbe per tradimento, anche se la legge stabilisce che l’addebito della separazione è possibile solo se l’infedeltà, reale o virtuale, è stata causa della crisi coniugale e non il suo effetto. Le conseguenze, che pochi di coloro che tradiscono o flirtano via smartphone le conoscono, sono pesanti: il coniuge a cui è stata addebitata la separazione perde addirittura il diritto a ricevere un eventuale assegno di mantenimento (alimenti a parte). Il che significa, tra l’altro, che a stare attento a messaggini ambigui deve essere soprattutto chi dei due nella coppia guadagna meno.

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Ma come si fa a colpevolizzare una donna che lavora

Sui social media è stato abbondantemente stroncato, soprattutto da donne indignate da uno spot così platealmente assurdo, tanto colpevolizza le donne che lavorano e hanno figli invece che far loro un augurio gentile (come doveva essere per la festa della mamma). Ma vale la pena tornare sul tema, perché la pubblicità ci dice molto sulla mentalità collettiva e spesso esprime stereotipi molto saldi nella società italiana.

Anzitutto una breve sintesi del video, certamente concepito da mente maschile (non potrebbe essere diversamente): decine di donne vengono chiamate da un presunto responsabile dell’azienda che comincia a dire loro che non svolgono bene il loro lavoro, che trascurano compiti importanti, che insomma tutto va molto male nel modo in cui si comportano. Le donne reagiscono con stupore, amarezza, alcune sono impaurite, altre arrabbiate. Ma a un certo punto si svela il mistero: entrano nella stanza i figli di quelle madri, le quali che  si lasciano andare al pianto per il sollievo, visto che capiscono che si tratta di uno scherzo. Quei bambini, però, chiedono alle mamme maggiore vicinanza, di essere presi più spesso all’asilo, di stare più spesso insieme, insomma in pratica sbattono platealmente loro in faccia il conflitto lacerante che le donne, specie italiane vivono tra lavoro e maternità. Fine dello spot.

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Stipendi, perché ci vergogniamo a dire quanto guadagniamo

Un giornalista del Guardian si è divertito a scendere in strada e chiedere ai passanti quante sterline guadagnassero all’anno. Le risposte sono state quasi sempre negative, vaghe, imbarazzate, quasi fosse un tabù. Ebbene, mi sono immaginata la stessa domanda calata in Italia, un paese anni luce diverso dalla Gran Bretagna proprio rispetto al mercato del lavoro e alla meritocrazia. Anche qui la risposta evasiva sarebbe stata identica, come mi è capitato d’altro canto di osservare più volte chiedendo alle persone che incontro – lo faccio spesso, è una tentazione irrefrenabile, ad esempio con commesse, al barista, al dipendente del parrucchiere et – che tipo di contratto abbiano e se siano o meno sottopagati.

Ma il motivo per cui in Italia ci si vergogna di dire il proprio reddito è molto diverso da altri Paesi. Ed è cambiato radicalmente nel tempo. Nei periodo pre-crisi, e ancor più negli anni Ottanta e Novanta, a tacere erano soprattutto i lavoratori autonomi, molti dei quali evadevano con il semi-consenso dello Stato. Oggi, invece, la situazione si è ribaltata. Chi ha uno stipendio pubblico unito a un ruolo importante, così come chi ha una pensione abbondante frutto del sistema retributivo, evita di rivelare il proprio reddito, visto il clima anticasta e il rancore sociale, pure legittimo, da parte di è stato escluso da ogni privilegio.

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Querele e 6 euro al pezzo, ecco perché fare il giornalista è diventato sempre più difficile

È sempre emozionante per chi fa questo mestiere festeggiare la Giornata Mondiale della Libertà di Stampa (World Press Freedom Day). È un modo per ricordare quanto sia prezioso il mestiere che facciamo, al di là delle critiche, spesso giuste, sull’abbassamento della qualità degli articoli, l’assenza diffusa di spirito critico, la scarsa indipendenza. Normalmente in questa giornata si ricordano soprattutto i reporter, spesso freelance, uccisi dalle guerre oppure da dittature ancora ben salde al potere. Numeri purtroppo drammaticamente in crescita. L’ultimo, sconvolgente, caso è l’attentato avvenuto in Afghanistan, dove sono rimasti uccisi 9 giornalisti accorsi proprio sul luogo di un attentato per raccontare l’accaduto e lì uccisi. Una vicenda incredibile, che avrebbe dovuto finire, parlando di stampa, sulle prima pagine dei giornali, ben sopra le notizie su un governo che non riesce a formarsi.

Ciò di cui però raramente si parla in questa giornata, perché è un tema di cui nessuno scrive, sono gli ostacoli e le avversità che chi fa il nostro mestiere oggi si trova di fronte. Per capirle bisogna cambiare l’immaginario che la maggior parte della gente ha di di un giornalista. E cioè quello di una persona che lavora, come dipendente, in una redazione e che viene inviata, sempre come dipendente, all’estero o dove occorra raccontare la realtà. Oggi la maggior parte dei giornalisti, dicono i numeri, è freelance, il che significa che non lavora in una redazione ma altrove. Che deve farsi carico di tutte le spese che questo mestiere comunque comporta (basti pensare agli spostamenti) e rispondere direttamente di ciò che scrive, senza mediazioni o tutele. Una persona di questo tipo sarà molto più fragile di fronte a una querela, che oggi purtroppo è facile ricevere grazie a una legge, fatta da politici miopi e meschini, totalmente sbilanciata a favore di chi fa intenta la causa. Se infatti un potente o un ricco decide che un certo articolo gli dà fastidio, fosse anche per una parola, può querelare il giornalista anche per milioni di euro senza alcuna conseguenza, come invece accade in altri paesi se la querela è pretestuosa, cioè non fondata. Ciò significa mettere in ginocchio chi fa questo mestiere, che sarà costretto a prendersi un avvocato ed entrare in un girone da incubo, nel quale rischia di perdere i suoi pochi beni, come la casa di proprietà o le sue scarse entrate. Mentre nel caso vincesse, avrebbe solo il rimborso delle spese giudiziarie. Un’assurdità.

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Perché la festa della mamma può essere abolita

È assai difficile che l’asilo Chicco di Grano, nel quartiere Ardeatino di Roma, sia un covo di ideologia gender, un luogo dove distribuiscono volantini pro diritti Lgbt e dove si indottrinano i genitori all’inesistenza del genere. Probabilmente invece le insegnanti di quell’istituto si sono trovate di fronte a un fatto pratico. In quella classe c’era un bambino figlio di una coppia di padri omosessuali, e dunque destinato a non poter festeggiare la Festa della mamma. Quindi, semplicemente, hanno deciso che fosse meglio parlare di una più inclusiva, ma non meno allegra, “Festa delle famiglie”.

 Leggendo la notizia mi sono ricordata dell’asilo dove andava mio figlio qualche anno fa. Loro la festa della famiglia l’avevano abolita fin dall’inizio. Era una scuola dove c’erano bambini di varie culture, non coppie omosessuali. Mi dettero altre e valide ragioni. Ad esempio dissero che la madre poteva essere scomparsa o che comunque la famiglia poteva essere “allargata”. Nonni, zii, cugini, insomma era come se festeggiare la famiglia consentisse da un lato di essere discreti sulla composizione reale della famiglia del bambino, dall’altro di permettere al bambino di sentire “famiglia” non solo il padre e la madre, ma anche le altre figure di cura attorno a lui. A me sembrò una cosa così sensata che, ricordo, mi congratulai con la coordinatrice didattica.

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