Benedetto sia il cancro in pubblico

 

Sta succedendo qualcosa di importante, dirompente, nuovo nell’opinione pubblica italiana. Finalmente il cancro, soprattutto attraverso la vicenda di Nadia Toffa e ora le parole-rivelazione di Daria Bignardi, ha rotto il “soffitto di cristallo” dei mass media. Della televisione, anzitutto, e poi di rimando del web, attraverso i social media. Che hanno inondato la rete di messaggi sul tema, liberando una pulsione per troppo tempo trattenuta, per troppi anni rimossa.

Di cancro in pubblico, in realtà, si era già cominciato a parlare qualche anno fa, quando l’editoria aveva scoperto il tema dell’autobiografia dei malati. In poco tempo, le librerie erano state invase da storie di malati, anche famosi – ricordo in particolare L’albero dei mille anni del giornalista scomparso Pietro Calabresi, il magnifico Vivere la malattia senza farsi sopraffare di Sophie Cabbage, ancora Il regno di Op della giornalista Paola Natalicchio sulla malattia del figlio ma meriterebbero di essere citati in tantissimi – così come di libri sul tumore e sul modo migliore di curarlo, ad esempio attraverso l’alimentazione. Ma appunto, si trattava di un coming out editoriale, cerebrale, limitato.

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San Valentino, l’amore è anche quello di un vedovo che piange

 

Una mano rugosa con due fedi nello stesso dito, un bagno dove restano ancora due spazzolini, una casa silenziosa dai mobili antichi – una pendola, un crocifisso – dove un anziano si aggira, sfiorando i vestiti di una donna che non c’è più, le sue foto, i piccoli aerei di carta che lei faceva. Si chiama “Nexŭs- Una storia d’amore”, ed è il video che il film maker quarantenne Michele Pastrello ha realizzato per San Valentino, in contrasto con una festa divenuta, a suo dire, consumista, posticcia, stucchevole: “Cosa resta di San Valentino, che tra l’altro, anche se nessuno lo ricorda, è una festa istituita dalla Chiesa nel 400 d.c. per combattere le orge dei lupercali e poco c’entra con gli innamorati? Frasi fatte, poesie spicce con fotomodelle di certi ex youtubers, foto fashion con aforismi posticci delle influencer. Nexŭs invece, che significa in latino ‘legame’, ha come protagonista una persona anziana che non ha la rassicurante telegenia diRichard Gere. E soprattutto lega il termine amore alla perdita, come fossero indissolubili, e di questa unione ne esalta la bellezza quanto il rischio”.

 

Pastrello racconta anche l’iter complicato del video, la ricerca di canali dove pubblicarlo. Ricerca resa difficile, appunto, dal fatto che Nexŭs esce dai canoni tradizionali e stereotipati con cui i media raccontano l’amore. “Alcune note testate online che si occupano di ‘lifestyle’ e ‘coppia’”, confida il regista, “lo hanno trovato non idoneo al proprio pubblico, come se il loro pubblico fosse fatto di donne da romanzo rosa da non turbare. O forse preferiscono ’costringerle’ a questo, non saprei”.

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Tumore al seno, diteci la verità, vi prego

Un tempo il seno era, per noi donne, soprattutto un oggetto di seduzione, una zona erogena da stimolare durante un rapporto d’amore e di sesso. Un organo con cui si avere talvolta un rapporto complicato, troppo piccolo, troppo basso, ma comunque qualcosa non certo di minaccioso. Oggi, anche se continua a essere mostrato ovunque, strizzato dentro reggiseni a ferretto e coppe push up, il seno per noi è diventato, invece, soprattutto un incubo. Sì, perché se non hai vent’anni ma più di trentacinque, si affaccia per te la questione della diagnosi precoce, ossia quello di un possibile tumore.

Di tumore al seno, va detto, si parla ovunque, articoli sui quotidiani e riviste, dibattiti in trasmissioni mediche e no, web. È diventato un tema quasi pervasivo, giustamente, un tumore “principe” rispetto a tumori dei quali invece si parla pochissimo. Così le donne si sono in qualche modo adeguate, hanno cominciato a fare in maniera diligente l’autopalpazione, e a sottoporsi, chi ogni due, chi ogni anno, a ecografia e mammografia, spesso pagate di tasca propria perché le liste d’attesa in certe regioni possono essere lunghissime (che poi lo Stato dovrebbe garantire la prestazione entro 60 giorni, ma questo non lo sa nessuno, purtroppo).

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Violenza sulle donne, a Sanremo è solo spettacolo (e ipocrisia)

“Consentire a Michelle Hunziker di utilizzare la platea di Sanremo per distribuire un gadget riferibile all’associazione con cui condivide la titolarità con l’avvocata Giulia Bongiorno quando questa è in campagna elettorale non ha nulla a che fare con la sensibilizzazione del pubblico al tema della violenza contro le donne. A noi sembra un malcelato e fintamente ingenuotentativo non solo si sostenere la campagna elettorale di Bongiorno, ma anche di far dimenticare le critiche piovute sull’associazione Doppia Difesa”. Lo scrive, in una dura lettera alla Presidente della Rai Monica Maggioni, Raffaella Palladino, la Presidente diD.i.Re, la rete che raccoglie i centri antiviolenza in Italia.

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Perché Michelle Hunziker è simpatica ma non ci rappresenta

La prima cosa che noti di Michel Hunziker è il sorriso. Ride sempre, la bocca spalancata, gli occhi che le brillano. Non solo è bellissima, ma soprattutto è allegra, vitale, spontanea. Non gioca ruoli artefatti, non sa, né saprebbe, fingere, è esattamente come si presenta. Michelle Hunziker è Michelle Hunziker.

Proprio per la sua naturalezza durante la prima serata del Festival di Sanremoha gridato al suo secondo marito, Tomaso Trussardi: “Sei così bello che vorrei risposarti, ti amo!”. Niente di programmato, semplicemente una frase alla quale la soubrette svizzera certamente crede.

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Molestie, accusare il sistema senza fare nomi non serve a niente

Premessa sostanziale: che 124 attrici del cinema italiano si siano messe insieme, incontrandosi e discutendo, e abbiano fatto una lettera pubblica in cui denunciano un sistema marcio e prendono posizione a favore di chi ha parlato è un fatto importante e positivo. Anzi, ci si attendeva questa mossa da tempo, magari a ridosso dello scandalo Brizzi. Ma in ogni caso, semplicemente e banalmente, meglio tardi che mai.

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Il maschio è un animale, le donne se ne facciano una ragione

L’uomo, tendenzialmente, non sa tenerselo nei pantaloni. E quello che lo fa eccitare è un corpo sexy, tette grosse, culo giusto, tacchi dodici e labbra rosse e turgide. Dal punto di vista sessuale, dunque, che una donna sia affascinante, brillante, coinvolgente e colta conta meno di zero. Perché quello che attrae il maschio è solo l’involucro.

Argomentazioni rozze di un produttore di film porno, piuttosto che di qualche isolato scrittore misogino? Per nulla. A sostenerle è un giovane professionista quarantenne, Mirko Spelta, in un libro – Scusa se ti chiamo stronzo, Piemme – nel quale sostiene di rappresentare la maggioranza assoluta dei maschi italiani. E di aver scritto questo saggio per aiutare le donne a capire la vera natura del maschio, in modo da non farselo sfuggire.

E dunque eccoli, i consigli che Spelta dà all’universo femminile. Le donne devono bene mettersi in testa che il maschio è “geneticamente programmato per la caccia”, il che significa che è fatto per distribuire seme nella maggior parte di ventri possibili, mentre la donna “a livello istintivo e ancestrale” sarebbe tendenzialmente monogama e programmata per avere un partner alla volta. Questo, dice l’autore, è un problema, ma non per il maschio, sempre per la donna. La quale a quel punto ha l’incubo di “essere sempre la stessa. Cosa che, sessualmente parlando, è un problema”.

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“Pensioni dei giovani”, ma di chi e che cosa state parlando?

Con i capelli bianchi, presbiti, quasi in menopausa o con la prostata ingrossata. Così sarebbero, secondo il Partito Democratico i giovani italiani. Già, perché se si dovesse dare retta allo slogan elettorale che annuncia da mesi “una pensione di garanzia per i giovani” – cioè, secondo Cesare Damiano, coloro che hanno iniziato a lavorare con il solo regime contributivo – bisognerebbe far riferimento a persone che, entrate sul mercato nel 1996, oggi avrebbero quaranta o cinquant’anni. Generazioni doppiamente stritolate: sia da una delle riforme più inique della storia, quella Dini, che creò un divario tra pensionati retributivi di serie A e pensionati di serie B  (ai quali fu tolto, ma in pochi lo sanno, persino il diritto alla pensione minima); che dall’arrivo dei contratti atipici, come i co.co.co., trasformatisi nel tempo – altro che flessibilità propedeutica alla stabilità – in partite Iva, lavoro a chiamata, voucer, persino lavoro nero.   Continua a leggere