Crollo di Genova, le élite si arricchiscono mentre il popolo muore

14 agosto 2018. Per noi italiani sarà una data non dissimile a quella che per gli statunitensi è stata l’11 settembre 2001. Uno spartiacque, un giorno che segna un punto di non ritorno. Ma lì, c’era il terrorismo islamico. Qui, la dimostrazione reale e insieme simbolica – quel mozzicone di ponte sospeso nel vuoto – di una contrapposizione sempre più radicale, ma sempre con lo stesso vincitore, tra la gente normale (chiamiamolo popolo se non fosse che appena lo si usa si viene tacciati di “sovranismo” e nazionalismo, pure da chi si dice di “sinistra”), e le élite. Sempre più ricche. Sempre più al riparo dai rischi ai quali le persone comune sono invece esposte.

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Decreto dignità, non lo critichi chi ha distrutto il lavoro

Non sono una giuslavorista, sindacalista o esperta di contratti. Però il tema del lavoro, in particolare autonomo e precario, lo seguo da anni, come seguo le politiche sciagurate che gli ultimi governi di destra e di “sinistra” hanno messo in atto nei confronti dei lavoratori. Ultima, la decisione di abolire il Jobs act, a favore di un contratto a tutele crescenti che di tutele ha ben poco, mentre ha reso i lavoratori dipendenti meno mobili e completamente ricattabili da parte del datore di lavoro. Guardando quindi con queste lenti il “decreto dignità”, appena diventato legge, non posso che giudicare favorevolmente il principi di fondo a cui si ispira, e cioè quelli di una stretta sull’uso e abuso di contratti a termine – diminuisce l’arco di tempo per il quale possono essere usati, si introduce la necessità di una causale per il loro rinnovo, aumenta il loro costo contributivo, aumentano le mensilità a protezione del lavoratore in caso di licenziamento –  di un contrasto alla delocalizzazione delle aziende, di una promozione del lavoro stabile, attraverso l’estensione della decontribuzione già prevista dal governo Gentiloni per gli assunti sotto i 35 anni.

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Preservativi gratis, ecco perché sì!

Può sembrare una notizia secondaria, qualcosa di poco importante rispetto a tanti altri eventi accaduti in questi giorni. E invece no (e non a caso questo giornale gli ha dedicato l’apertura ieri sera). Perché la decisione della Regione Lombardia di daregratuitamente contraccettivi ai ragazzi fino a 24 anni  – come già si fa in Piemonte e Emilia Romagna anche se con diverse modalità – è una svolta molto, molto importante.

1. Il primo motivo, solo in apparenza banale, riguarda l’alto costo di questi dispositivi. Una scatola di preservativi costa svariati euro, una pillola mensile sui 15 euro al mese, farsi mettere la spirale da un ginecologo ancora di più. Per i ragazzi – la normativa lombarda prevede la gratuità solo fino a 24 anni – spesso si tratta di cifre troppo alte, che concretamente disincentivano l’utilizzo dei contraccettivi.

Ad esempio, sono fidanzato con una ragazza e ci faccio l’amore tutti i giorni, spenderò una cifra molto alta in preservativi. Ecco perché potrei decidere di spingere la mia fidanzata a prendere la pillola, ma in questo caso, specie quando il rapporto non è stabile, aumento il rischio di malattie sessualmente trasmissibili, perché purtroppo solo il preservativo garantisce la protezione dalle infezioni. Infezioni che in questi anni stanno avendo un autenticoboom, come dimostrano tutti i dati a disposizione.

Sport per bambini, un salasso che lascia fuori i poveri e ci priva dei talenti

 
Fosse la retta, 600 euro all’anno, sarebbe uno scherzo. Ma poi, scarpini a parte, c’è l’acquisto del kit, tute e completini e pure il giaccone, con un costo che può arrivare fino a 200 euro. Ma il peggio, economicamente parlando, sono i tornei. “Si paga per vederli giocare fuori casa, poi quando si va fuori regione ci sono i pranzi, le cene, la benzina. Un salasso”, dice Francesca, mamma di un teenager. “Pensi che noi genitori ormai compriamo tute di almeno una misura più grande per farle durare due anni”. Insomma, altro che due tiri a un pallone, oggi avere un figlio che gioca a calcio, sport nazionale, significa spendere anche uno stipendio all’anno. Non cambia molto, però, per gli altri sport, come il nuoto: 750 euro per un corso classico in una polisportiva federale (dove magari si paga anche il gettone del phon). Un anno di scherma, invece, costa “solo” 600 euro, ma poi “per l’attrezzatura – maschera, spada, divisa e guanto – si parte dai 300 euro”, dice Veronica, una mamma di Milano. Ma la palma degli sport più esosi va senz’altro all’equitazione, “100 euro al mese per una volta a settimana, più 150 di iscrizione più 17 di patentino, più 80 di kit ma senza stivali, quelli però li abbiamo presi da Decathlon”, dice un papà. Anche il tennis non scherza, specie se diventa preagonistico: “2.200 euro all’anno per tre volte al giorno”, spiega una mamma di Roma. E poi c’è la “mazzata” dei saggi, per i quali si può arrivare persino a 400 euro. Di tutte queste spese – a cui vanno aggiunte l’iscrizione, il certificato medico che il medico di base si fa pagare, la visita per l’elettrocardiogramma – lo Stato ti consente di scaricare il 19% di 210 euro, in pratica 40 euro e solo a partire dai 5 anni. Una goccia nel mare.

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Saviano, sto dalla sua parte ma questo governo non è il Male Assoluto

Ho letto il lungo appello di Saviano con estremo interesse e grande partecipazione. Eppure, paragrafo dopo paragrafo, si impadroniva di me una sensazione particolare, di estraniazione e anche di disagio. Alla fine dell’articolo mi sono chiesta: ma di chi e di che cosa sta esattamente parlando Roberto Saviano?

Lo scrittore parte da un appello a non tacere, un invito a chi ha visibilità nell’opinione pubblica a intervenire. Sacrosanto, da tempo penso che gli intellettuali siano scomparsi e che l’unico rimasto è, forse, proprio Roberto Saviano: intendo l’intellettuale che interviene nei fatti pubblici, negli eventi, che smuove le coscienze, che fa pensare. Oggi chi “influenza” le persone – ad esempio gli influencer, appunto – è totalmente disinteressato alla sfera pubblica e dedito solo al suo privato, in genere la rappresentazione di se stesso ripetuta ossessivamente.  È vero, questo silenzio sui mali del nostro tempo è insopportabile.

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Cristiano Ronaldo, solo i famosi possono usare l’utero in affitto?

Questo post nasce da un sentimento di stupore di fronte al silenzio quasi completo sul fatto che il neo arrivato campione Cristiano Ronaldo abbia utilizzato per ben tre volte la maternità surrogata (probabilmente lo ha fatto nel caso di Cristiano Junior, anche se lui non ha voluto rivelare esattamente come è stato concepito, sicuramente invece per i gemelli Eva e Mateo). Insomma, mentre il suo arrivo in Italia è stato celebrato da tutta la stampa e dalle televisioni in mondovisione, mentre si vendevano talmente tante magliette che la Juve faceva fatica a produrle, mentre aumentava in maniera impressionante il numero si seguaci dei canal social del club torinese, nulla di nulla veniva detto di questi bambini nati diversamente. Da un lato la sua alimentazione veniva raccontata fin nel dettaglio, così come le tecniche per rimanere in salute, così come la sua grande generosità in fatto di donazioni, dall’altro il tema “utero in affitto”, veniva appena accennato, ma senza commenti di sorta. Al massimo, i giornali parlavano di “famiglia numerosa, allegra e allargata, e che probabilmente è destinata ad accogliere altri volti”.

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Assia Montanino, cliché da Medioevo

Nel paese in cui la stampa e i talk show si stracciano le vesti per i giovani senza occupazione o precari accade che una ventiseienne che viene assunta per un lavoro vero e proprio sia vittima degli attacchi di un quotidiano, diventati virali, proprio in virtù del suo essere giovane (e donna). Lo ha fatto “Il Giornale”, criticando Assia Montanino – chiamata da Di Maio a ricoprire il doppio ruolo di segretaria particolare del ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico con un compenso di 72.398.000 euro – perché di lei non ci sarebbe traccia archivi della Pubblica Amministrazione e perché nel suo curriculum non figurerebbero, laurea in Economia a parte, “ruoli apicali”. Ora, come ha chiarito lo stesso Fattoquotidiano.it, difficilmente Assia Montanino sarebbe potuta figurare nella PA, visto che il capo della segreteria e il segretario particolare del ministro, dice il regolamento, “sono scelti tra persone anche estranee alla pubblica amministrazione sulla base di un rapporto fiduciario”. Inoltre sarebbe davvero arduo aver ricoperto ruoli di alta responsabilità a soli 26 anni, età alla quale i suoi detrattori probabilmente non avevano neanche la laurea. Eppure niente: Assia Montanino, scelta da Di Maio proprio perché conosciuta e quindi persona fidata, diventa subito l’espressione della casta, del clientelismo, della promozione e raccomandazione di parenti e amici. Ma non basta: sempre il “Giornale” si è cimentato in una comparazione tra il suo stipendio e una serie di mestieri con paghe inferiori: il chirurgo a 38.000 euro l’anno, la segretaria di direzione in un’azienda a 18.000 euro, un avvocato a 10.000 euro l’anno. Insomma, il fatto che in Italia il lavoro viene sfruttato diventa un’accusa contro chi invece tale non è, quasi fosse stato meglio che Di Maio avesse assunto una segretaria a 5000 euro l’anno, magari in nero. Il motivo di tale avversione è soprattutto uno: nel nostro paese sembra ancora scandaloso che una donna possa guadagnare 70.000 euro l’anno (infatti non accade quasi mai), tanto che il suo predecessore, segretario del ministro Calenda, viene addirittura elogiato, anche se percepiva lo stesso identico compenso senza che nessuno avesse da obiettare e senza che nessuno lo chiamasse con disprezzo “compaesano”. Ma la critica peggiore, anche se implicita, è quella di Assia Montanino “amica”, “amichetta” secondo “Libero”: insomma l’altro stanco e becero stereotipo, purtroppo diffuso pure tra le donne, della donna assunta grazie ad una relazione sessuale. Se sei giovane e carina e hai un ruolo di peso allora sei passata attraverso uno o più letti, illazione che nessun uomo deve sopportare. La reazione Di Maio a tutto questo è stata giusta – parlare di “schifo” e “stampa spazzatura” era quasi il minimo – ma è apparsa eccessivamente sulla difensiva quando il vicepremier si è spinto a dire che Assia Montanini è la figlia di un commerciante che ha denunciato i suoi usurai: effettivamente, non sarebbe cambiata una virgola se fosse stata figlia di nessuno, o di un commerciante normale. Si è difesa invece benissimo l’interessata, che ha risposto in maniera spiazzante dicendo che, avendo un doppio ruolo, avrebbe diritto a due stipendi e che la cifra che prende copre un impegno di sette giorni su sette senza limiti di orario e con responsabilità importanti. E poi ha aggiunto: “E’ triste notare come un giovane in Italia debba costantemente difendersi dalle accuse di incompetenza, solo per un fattore legato all’età anagrafica. Come donna osservo anche che in questi articoli e nelle foto private che sono state pubblicate, c’è un sessismo nemmeno troppo velato, e mi chiedo: se il Capo segreteria fosse stato un uomo cosa sarebbe successo? Purtroppo certi media contribuiscono non solo a diffondere falsa informazione, ma anche a inchiodare l’Italia a un medioevo culturale”. Chapeau.

(Uscito sul Fatto quotidiano di venerdì 20 luglio).

Più tempo libero o soldi in busta paga, voi cosa scegliereste?

Un stipendio un po’ più alto o un po’ più di tempo libero? Da qualche tempo a questa parte, le aziende cominciano a porre ai propri dipendenti la possibilità di scegliere. Lo hanno fatto ad esempio le industrie Ducati, Marposs, Samp, Bonfiglioli, Lamborghini, ricevendo, per la verità, una risposta quasi unanime: i lavoratori (dipendenti) preferiscono in prevalenza avere un’ora in più di tempo libero che dei soldi, magari di straordinario, in più. La risorsa più preziosa, nel Paese in cui la conciliazione tra lavoro e famiglia è ancora un’utopia, è dunque quella del tempo, specie per chi ha figli e molta voglia di passare più ore con loro, con risultato – anche – di risparmiare su baby sitter e altre figure di cura, oppure passando una preziosa settimana di vacanze di più insieme, invece che pagare l’ennesimo corso estivo.

C’è poi un altro aspetto al quale i lavoratori tengono sempre di più e che in molti vorrebbero poter fare durante l’orario di lavoro: lo sport, strumento utile non solo per la prevenzione e per il benessere psicologico, ma anche per lavorare meglio (e far scendere le assenze per malattia). Lo hanno capito infatti in Svezia,dove ormai le aziende lasciano liberi i lavoratori di allenarsi o forniscono palestre e corsi perché i dipendenti possano fare sport durante l’orario di lavoro. Si tratta di scelte lungimiranti, perché un lavoratore più contento e più sano è una cosa buona per tutti. Più in generale, il tema non è solo quello dello sport in azienda, ma del welfare aziendale, che oggi – specie in tempi di crisi del welfare pubblico, a partire da quello sanitario ma anche dei servizi di cura – rappresenta  per chi lavora una sfera molto più appetibile dei soldi.

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Assegno divorzile, finalmente una sentenza che protegge le donne

Era poco più di un anno fa quando la Cassazione, pronunciandosi sul caso del divorzio tra un ex ministro e sua moglie, aveva completamente rivoluzionato il diritto di famiglia a sfavore delle donne, stabilendo non solo che il criterio del tenore di vita non avesse più ragion d’essere, ma che d’ora in poi sarebbe bastata alla parte più debole anche una minima autosufficienzaeconomica per non avere diritto a nulla. Neanche nel caso l’altra parte, quasi sempre lui, guadagnasse 10 volte tanto. Dopo quella sentenza erano arrivate sulla mia posta elettronica decine di lettere di donne letteralmente disperate. Ad esempio L., un marito iper benestante, lei con semplice stipendio di insegnante, che in base alla nuova sentenza si aspettava di perdere quel minimo assegno di poche centinaia di euro (suo marito infatti poteva chiedere la revisione dell’assegno dopo la nuova decisione della Corte) che le consentiva una vita meno misera. Oppure A., 64 anni, una pensione minuscola, che secondo il marito tuttavia in base alla nuova normativa era sufficiente per toglierle qualsiasi sostegno.

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Cannabis light, no. Alcol, psicofarmaci e sigarette, sì. La schizofrenia dello Stato

La vicenda ricorda un po’ quella delle sigarette elettroniche, prima salutate come una felice alternativa al fumo vero e dannoso, poi considerate all’improvviso anch’esse pericolose, con conseguenze pesanti anche su chi aveva deciso di venderle. Lo stesso per la cannabis legale, diffusa ormai in tutta la penisola con decine di negozi aperti in tutte le città e poi bollata come probabilmente pericolosa dal Consiglio superiore di sanità, che ha invitato il ministero della Salute a valutare la chiusura dei punti vendita dove si trova la marijuana legale, con grande plauso del Moige (Movimento italiano genitori) da sempre schierato sulle peggiori posizioni conservatrici.

Intendiamoci. La moltiplicazione impazzita dei negozi che vendevano sigarette elettroniche, così come quelli che oggi vendono cannabis leggera” – un affare sul quale si sono gettati in centinaia cogliere l’affare al volo – personalmente mi fa anche una certa tristezza: ormai più che volantini per la pizzeria ti allungano per strada quasi esclusivamente dépliant pubblicitari dei negozi di canapa, una proliferazione che spinge soprattutto a pensare alla fame di lavoro del nostro Paese, dove magari si dedica a queste attività chi ha una laurea in tasca e un curriculum di disoccupazione nel cassetto. E tuttavia non appare molto sensato autorizzare la vendita di un prodotto, lasciando che la gente (venditori ma anche agricoltori) investa decine di migliaia di euro in un progetto e poi dichiararlo all’improvviso probabilmente dannoso, con tutto quello che ne consegue.

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