Stipendi, perché ci vergogniamo a dire quanto guadagniamo

Un giornalista del Guardian si è divertito a scendere in strada e chiedere ai passanti quante sterline guadagnassero all’anno. Le risposte sono state quasi sempre negative, vaghe, imbarazzate, quasi fosse un tabù. Ebbene, mi sono immaginata la stessa domanda calata in Italia, un paese anni luce diverso dalla Gran Bretagna proprio rispetto al mercato del lavoro e alla meritocrazia. Anche qui la risposta evasiva sarebbe stata identica, come mi è capitato d’altro canto di osservare più volte chiedendo alle persone che incontro – lo faccio spesso, è una tentazione irrefrenabile, ad esempio con commesse, al barista, al dipendente del parrucchiere et – che tipo di contratto abbiano e se siano o meno sottopagati.

Ma il motivo per cui in Italia ci si vergogna di dire il proprio reddito è molto diverso da altri Paesi. Ed è cambiato radicalmente nel tempo. Nei periodo pre-crisi, e ancor più negli anni Ottanta e Novanta, a tacere erano soprattutto i lavoratori autonomi, molti dei quali evadevano con il semi-consenso dello Stato. Oggi, invece, la situazione si è ribaltata. Chi ha uno stipendio pubblico unito a un ruolo importante, così come chi ha una pensione abbondante frutto del sistema retributivo, evita di rivelare il proprio reddito, visto il clima anticasta e il rancore sociale, pure legittimo, da parte di è stato escluso da ogni privilegio.

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