Perché il reddito minimo va bene (ma non è il reddito di cittadinanza)

C’è una figura che si aggira silenziosa in Italia da decenni, nell’indifferenza generale. È il povero, dimenticato dalle politiche sociali di tutti i governi. Un povero che cambia volto, e se ieri era l’uomo di mezza età all’osteria oggi è una persona, giovane o donna, che spesso lavora tutto il giorno eppure non ce la fa a vivere. Se dunque, per la prima volta nella storia italiana, un movimento decide di mettere al centro dell’agenda politica la questione della sussistenza di chi non ha reddito ci si dovrebbe aspettare una reazione di plauso unanime. Invece buona parte dei politici e pure dei giornalisti, fino a ieri fieri riformisti, ha vestito improvvisamente panni socialdemocratici per gridare “no al reddito garantito, sì al lavoro” e “stop all’assistenzialismo”, come se assistere chi ha bisogno fosse qualcosa di negativo, come se i poveri dovessero vergognarsi, come accadeva nel Medioevo. “O peggio”, commenta Emanuele Murra, ricercatore sul reddito di cittadinanza e autore di Per un reddito di cittadinanza. Perché dare soldi a Homer Simpson e ad altri fannulloni, “perché il Medioevo aveva almeno una sua etica del povero, visto come Alter Christus”. “Se prima di occuparmi di chi soffre bisogna fare la riforma dei centri per l’impiego, abolire il lavoro nero, raggiungere la piena occupazione è chiaro che non si farà nulla”, spiega un altro esperto di reddito minimo, Luca Santini, presidente del Basic Income Italia (Bin), di cui è appena uscito Reddito di base, tutto il mondo ne parla (con Sandro Gobetti). “Con questa mentalità – la paura del furbetto, le possibili inefficienze – non avremmo mai fatto neanche il Servizio Sanitario Nazionale”.

Criticare i 5Stelle per aver reso centrale una questione nell’unico paese europeo privo di misure antipovertà (a meno che non si consideri tale la miserevole social card berlusconiana o il Rei varato dall’ultimo governo, subordinata a una ragnatela di condizioni assurde) è ridicolo e antistorico.

Semmai, può essere utile ricordare che quello inserito nel programma dei 5Stelle non è un “reddito di cittadinanza” ma un reddito minimo o di ultima istanza. La differenza è notevole: il reddito minimo è rivolto solo alle persone povere, che rientrano in determinati criteri, in questo caso restare sotto la soglia di 780 euro al mese. Non è inoltre una misura individuale, ma fa riferimento al reddito familiare. Inoltre, è condizionato all’accettazione delle proposte di lavoro, fino a tre, rifiutate le quali non si ha più accesso al reddito. Altra cosa è il reddito di cittadinanza, così come è stato teorizzato da alcuni studiosi, ad esempio il belga Philippe Van Parijs o l’inglese Guy Standing, e studiato in Italia da Andrea Fumagalli, Giuseppe Bronzini, Luigi Ferrajoli, Elena Granaglia e altri. Il reddito di cittadinanza è una misura universale, data a tutti in quanto cittadini, non perché poveri, senza limiti di reddito. La sua filosofia liberale non mira a emancipare l’individuo solo dalla povertà, ma anche, per esempio, da un lavoro infelice. Inoltre è strettamente soggettivo, non viene tolto se si fa parte di una famiglia ricca, e per questo è visto di buon occhio anche dal femminismo (ne ha scritto la ricercatrice Cristina Morini), perché consente alle donne di emanciparsi, ad esempio, da un matrimonio infelice, e di essere remunerate per le attività di cura. Saltando ogni intermediazione burocratica, il reddito di cittadinanza evita alcuni problemi legati ai redditi di povertà condizionati, che inseriscono chi li riceve in un ambito fortemente costrittivo, invocato tra l’altro da tutti quelli che temono scrocconi e falsi poveri ma non conoscono il dibattito esistente, e gli esperimenti europei, sul tema. “In Olanda”, spiega Santini, “hanno dato lo stesso reddito ad alcune persone, mettendone una parte sotto pressione e un’altra no, per vedere chi fa meglio: i risultati potrebbero essere sorprendenti. In Irlanda esiste un reddito che si chiama “back to study” solo per consentire alle persone di licenziarsi per studiare. Invece che discutere sulla giustezza o meno del reddito minimo, una questione ormai retorica, dovremmo cominciare a muoverci in questa direzione”. Magari per proporre, spiega Murra, “un welfare legato più alla figura del cittadino e meno a quella del disoccupato o del povero. Proprio come indica la nostra Costituzione, secondo la quale il lavoro è un diritto e non un dovere, mentre è dovere svolgere un’attività o funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società. Non per forza, dunque, un lavoro salariato”.

Pubblicato sul Fatto quotidiano.

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